SULL’UMILTÀ DELLA SCIENZA

Nel delirio di onnipotenza dell’uomo di scienza del nostro tempo è ricompresa l’idea di poter eguagliare Dio nella conoscenza e nel dominio del mondo. Questo è un segno evidente della trasformazione della scienza in scientismo che porta inevitabilmente molte a persone a credere che la conoscenza non debba (e non possa) più incontrare limitazioni di sorta, e che quindi ad essa siano spalancati tutti gli orizzonti e che nessun ostacolo possa frapporsi tra l’incedere scientifico e la comprensione totalizzante della natura. Sembra strano, ma questa idea è tutt’altro che scientifica.

La vera scienza, infatti, lungi dall’essere un segno della – presupposta – onnipotenza umana, è invece un atto di profonda e sincera umiltà nei confronti di una natura che dis-vela sì i suoi segreti, ma preservando pur sempre una certa trascendenza e sovrabbondanza rispetto alle interrogazioni della scienza. Galilei riteneva che la natura fosse assimilabile ad un libro messo a disposizione degli uomini (di scienza in particolare) per giungere passo dopo passo, attraverso la sua lettura, al suo Autore, Dio.

Si tratta di una visione perfettamente coerente al più autentico spirito cristiano: Dio, in quanto creatore-autore del libro della natura e in quanto ispiratore del libro sacro, risulta l’artefice unico dei due pilastri della conoscenza umana: il Creato e la Sacra Scrittura. Ciò da un lato garantisce un’armonica convivenza tra fede e scienza, proprio perché è impossibile che Dio, in quanto unico Autore dei due libri, si sia potuto contraddire (da Dio, infatti, è alieno ogni errore).

Dall’altro lato questa visione fa sì che la scienza, che difatti si occupa del libro della natura, si configura come un’attività che, lungi dal porsi in urto e in contrasto con la religione, assume invece una forma sacra. Ciò è vero perché se Dio è l’autore della natura, è inevitabile che lo studio di essa non possa che guidare lo spirito del ricercatore scientifico sulle tracce del Creatore. In questa prospettiva l’attività scientifica si configura a tutti gli effetti come riconduzione dell’uomo con Dio («infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue», Rm 1, 20).

Ciò per Galilei non significa affatto che l’uomo sia in grado di padroneggiare totalmente lo scibile naturale fino al punto di appropriarsi della mente e delle idee di Dio (come qualche scienziato del nostro tempo ha creduto di poter fare). Galilei infatti distingue tra un senso estensivo e un senso intensivo della conoscenza. L’aspetto estensivo si riferisce alla quantità delle conoscenze possibili, mentre il senso intensivo riguarda invece la conoscenza specifica di un determinato fenomeno o di una certa legge naturale (questo tipo di conoscenza per lo scienziato pisano è sempre esprimibile in linguaggio matematico).

Ebbene, sotto il punto di vista estensivo l’uomo non sarà mai in grado di eguagliare Dio, nella misura in cui non sarà mai capace di padroneggiare perfettamente tutto le conoscenze possibili riguardo il mondo naturale. Sotto il punto di vista intensivo, invece, il discorso cambia: giacché il linguaggio matematico è la struttura intrinseca della natura, se lo scienziato riesce a comprendere anche solo una legge naturale, relativamente a quella singola conoscenza il suo intendimento sarà eguagliabile a quello Dio. Detto in altri termini: la qualità e la profondità della conoscenza che lo scienziato ha della legge di gravitazione universale non si distinguerà affatto dalla conoscenza che Dio ha di quella stessa legge.

È questa una visione che rende la conoscenza scientifica un’occasione preziosissima di riconciliazione con Dio. È una visione, inoltre, che preserva l’attività dello scienziato dal rischio di trasformarsi nel delirio di onnipotenza al quale accennavo all’inizio. Questo perché lo scienziato che abbraccia questa prospettiva sa bene che per quanto possa eguagliare intensivamente il pensiero di Dio, non potrà mai sfiorare l’idea di eguagliarne la perfezione conoscitiva, che difatti teologicamente si configura e si presenta come onniscienza.

C’è da dire che anche la dimensione intensiva della conoscenza custodisce un intrinseco rimando all’umiltà, in quanto se è vero che l’intendimento di una legge naturale o la comprensione della struttura matematica di un fenomeno studiato ci eguaglia al pensiero di Dio, è altrettanto vero che Dio, a differenza dell’uomo, non è soltanto il conoscitore di quella legge ma ne è l’Autore.

È proprio questa consapevolezza a rendere umile il lavoro dello scienziato, poiché quest’ultimo è come se percepisse sempre “una distanza infinita tra lui stesso, in quanto conoscitore di una specifica legge naturale, e Dio in quanto Creatore di quella stessa legge”. Tutto ciò ha anche un altro risvolto etico: credere che Dio sia l’autore del libro della natura vuol dire anche credere che quel libro sia un testo profondamente e radicalmente inviolabile. Questa inviolabilità è data dalla differenza radicale tra Dio e l’uomo, che si misura analogicamente sulla stessa differenza esistente tra il proprietario di un bene e il custode del bene stesso.

È chiaro che quest’ultimo non potrebbe mai stravolgere la natura del bene custodito senza con ciò venir meno non soltanto al suo compito ma anche al rispetto dovuto nei riguardi del proprietario (Dio). Alla luce di questo ragionamento risulta abbastanza evidente la possibilità di intersecare – in una sempre più necessaria logica interdisciplinare – aspetti teologici, filosofici e scientifici per tutelare la vita (dell’uomo e della natura) restituendo alle scienze quel rispetto indispensabile verso l’esistenza tutta, che il nostro tempo, materialista e scientista, sembrerebbe averle sottratto.


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