SONO ARRIVATO PRIMA IO.

Giuseppe Conte è uomo di lotta e di governo.
Per distinguere in che fase è basta verificare se indossa o meno la pochette nel taschino. Di governo lo ha inventato Luigi Di Maio (deve essersi pentito), di lotta le circostanze.
Quando ha dovuto trovarsi di corsa uno spazio elettorale per sopravvivere, dopo aver spesoun anno a farsi eleggere presidente onnipotente del partito. Per fortuna sua, il PD aveva lasciato a sinistra una sconfinata prateria del tutto sgovernata.
Ora che egli è “progressista” (non si definisce mai “di sinistra”) può regnare sovrano. Di Maio si è suicidato e Grillo, come tutti i santoni, sta scrivendo il vangelo della sua nuova religione. Conte è entrato nella parte con disinvoltura e la recita con convinzione. L’avvocato del popolo si è trasformato in capopopolo.
Nel dibattito dell’altro giorno ha usato toni infuocati. Ha definito la premier “faccia di bronzo”. In generale l’ha accusata di inadeguatezza, nel caso di Cutro di superficialità e, in Europa, di aver mostrato un patriottismo d’accatto.
Per sintetizzare, così si è rivolto a Meloni: “la dura realtà l’ha schiaffeggiata”.
Un linguaggio così appuntito non lo ricordavo prima della elezione di Elly Schlein.
Nei sondaggi il PD con la nuova segretaria ha guadagnato tre punti in tre settimane, tutti a scapito dei 5stelle
È probabile che l’aggressività dell’intervento oltre che al governo fosse dedicata anche ad una parte dell’opposizione.
Per ricordare che loro, 5Stelle, hanno provveduto alla “svolta” molto prima del PD. Il campo largo potrebbe dimostrarsi troppo stretto per le ambizioni di tutti, anche se è possibile che la nuova situazione riporti a votare parte degli astenuti.
Conte rivendica coerenza nel suo percorso (che comincia, non per dire, con l’alleanza con Salvini).
E a dimostrazione cita il reddito di cittadinanza, il super bonus e il salario minimo.
Questa concorrenza a sinistra sarà interessante perché viene a rendere dinamica una situazione cristallizzata, ancora profilata su fabbrica e classe operaia, nel frattempo completamente cambiate se non scomparse.
La sinistra italiana è composta da ex comunisti ed ex democristiani. Militanti che hanno alle spalle un bagaglio ideologico di tutto rispetto.
Figli di due partiti che pretendevano preparazione, militanza, rigore di vita. Ora arriva una generazione nuova, del tutto disinteressata a chi abbia vinto e chi perso.
A chi la Storia abbia dato ragione e a chi torto. Sono interessati al futuro, non solo il loro ma quello del pianeta.
Si intravedono due tendenze: la prima sotto la forma di un “ecosocialismo” che torna al “sol dell’avvenire” ma nel senso letterale, cioè alla salvaguardia della salute della terra.
Un movimento tra lo spontaneo e l’organizzato (dove comunque la creatività è linguaggio obbligatorio) che vuole accelerare la transizione ecologica a costo di diminuire di qualche punto il PIL mondiale. Con la prospettiva, in compenso, che questa “manutenzione” permanente del pianeta si traduca in molti posti di lavoro. E una seconda vocazione che si riconosce intorno alla centralità dei diritti. Diritti di ogni genere, continumente in divenire. Molti aggressivi e prepotenti.
Altri, al contrario, difensivi e protettivi.
Il diritto ad esserci, a reinventarsi ogni giorno come avanguardia illuminata e pronta al rischio e -al contrario- il diritto a stare in disparte, a negarsi, a fare obiezione di coscienza.
Appellandosi in continuazione alle regole europee e internazionali che molto spesso sono “più avanti” di noi.
Ma attenzione! Non si vive di casi specifici, di deroghe autorizzate, di sentenze provvisorie.
La libertà, se è, deve essere generale e collettiva, altrimenti è un privilegio.


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