SI FA PRESTO A DIRE AFRICA

Consensi in calo, la premier perde il 3%. Pesa la gestione dei profughi. È un titolo della «Stampa» di oggi. Nell’articolo si legge che, subito dopo inflazione e aumento dei prezzi, a incidere sul calo di fiducia verso la presidente del Consiglio, il suo partito e il suo Governo pesano gli sbarchi degli immigrati e la gestione dell’immigrazione nel suo complesso: «Fino al mese scorso questa voce occupava il fondo della classifica, mentre oggi si pone nuovamente sul – triste – podio dopo la vicenda di Cutro e i numerosi sbarchi degli ultimi giorni».

Non c’ dunque da stupirsi che il nome “Africa” torni con assiduità nei media e nei pensieri di tutti. Per la maggioranza di noi è infatti sinonimo di migrazioni e arrivi continui sulle nostre coste di disperati dalla pelle nera, cui guardiamo con sentimenti che oscillano, a seconda delle nostre convinzioni, tra la paura e la pietà.

Lo «strabismo di Venere»

Il direttore di «Limes» ben descrisse, qualche anno fa, questo atteggiamento ambivalente definendolo «strabismo di Venere, distante e autocompiaciuto come nel quadro di Botticelli». Uno strabismo che che dà luogo a due distinte rappresentazioni geopolitiche dell’Africa: «La prima immagina quello spazio sideralmente lontano: dagli occhi, dal cuore, dalla mente. Ininfluente. Al meglio, esotico. L’altra, oggi prevalente, talvolta ossessiva, lo designa incombente minaccia. Trampolino dell’invasione aliena che travolgerà la nostra civiltà».

Nulla è più distante di questi due stereotipi dalla realtà attuale dell’immenso continente dal quale ci divide solo un braccio di mare nostrum, che a Pantelleria si riduce a 70 chilometri di larghezza.

Difficile è riassumere in breve le complessità dell’Africa moderna, dove le opportunità sono grandi tanto quanto i problemi e probabilmente di più. La sola certezza è che con questa terra vicina e sconosciuta dobbiamo e dovremo fare i conti, perché molto del nostro futuro dipende da lei.

Per comprenderne il presente e l’avvenire è utile iniziare da un rapido ritorno al passato e al modo in cui è nata e si è sviluppata nel tempo la nostra idea di Africa.

Le complessità della “terra senza freddo”

In principio era… un nome di donna. Gli antichi greci, primi europei ad avventurarsi verso quelle lande sconosciute, ne colonizzarono un lembo affacciato sul mare che chiamarono Libia, a detta di Erodoto nome femminile di origine ignota. Furono più tardi i romani a darle il suo appellativo attuale, che pare derivi dall’aggettivo greco ἀϕαρίχη (afaríche): senza freddo.

Come noto, la “terra senza freddo” venne progressivamente scoperta in tutta la sua estensione grazie agli esploratori del XV secolo, che riuscirono a compierne il periplo completo solo nel 1495, quando Vasco da Gama oltrepassò finalmente il Capo Tempestoso, ribattezzato pertinentemente dal sovrano portoghese Capo di Buona Speranza, e da lì giunse fino a Goa, nelle Indie. Molto più difficile fu la ricognizione interna dei suoi oltre 30 milioni di chilometri quadrati, tagliati all’incirca a metà dall’Equatore. Sono infatti ardui da percorrere perché comprendono deserti, laghi e fiumi, spiagge e antichissimi rilievi, come il celebre East Africa Rift che include la vetta più alta del continente (il Kilimangiaro), aree fertili e sterili, zone popolosissime e altre disabitate.

Ecco: è questa la prima complessità africana e riguarda climi e ambienti. L’Africa non è un immenso deserto arido, come la si prefigura nell’immaginario collettivo. Se la si sorvola in aereo, come a me è capitato spesso di fare, colpisce la varietà di colori del suo terreno, che passa dal bruno mediterraneo del nord al biondo dei deserti, dal verde delle aree intorno ai corsi d’acqua al rosso di quelle tropicali. A ogni colore corrispondono un clima, una flora e una fauna: si va dagli ambienti semi-aridi, caldi e secchi, a quelli tropicali, bollenti e umidi, dal freddo delle montagne innevate alle zone temperate dell’estremo nord e dell’estremo sud. Tale varietà ha favorito un grado elevatissimo di biodiversità e una molteplicità di microclimi: il Kenya è, per citare un solo esempio, uno dei Paesi con le migliori condizioni climatiche (soprattutto nell’area intorno a Mombasa) e la più grande varietà di microclimi del pianeta.
Oggi purtroppo la situazione rischia di essere irrimediabilmente compromessa dai cambiamenti climatici di cui l’Africa, per nostra colpa, è la prima vittima al mondo. E questa è solo l’ultima delle ingiustizie della storia (e della politica) che l’hanno ferita nei secoli e continuano a farlo.

Così come i climi e gli ambienti, estremamente varie sono le risorse naturali pregiate: il continente africano è ritenuto il più ricco al mondo per numero e qualità di materie prime e minerali, tra cui sia quelle “classiche” – petrolio, gas naturale, carbone, uranio, radio, cromo, cobalto, ferro, rame, zinco, bauxite, antimonio, litio, fosfati, oro, platino e diamanti – sia le cosiddette “risorse del futuro”. Un esempio tra tutti è il tantalio, metallo raro indispensabile all’industria dell’elettronica. Tanto per dirne una, sono fatte di tantalio le SIM cards dei cellulari. Uganda, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo sono i maggiori produttori mondiali di questo ambitissima polvere metallica. Non è quindi un caso che la Cina stia da tempo cercando di lanciare una sorta di OPA neocoloniale su questa parte dell’Africa centro-orientale.

Perché tale ricchezza di risorse non si è mai tradotta in benessere diffuso per gli africani? In sostanza per due ragioni: da un lato la disparità della sua distribuzione, che ha generato conflitti tra i Paesi del continente (succede ancora, proprio per il tantalio), e dall’altro lo sfruttamento da parte del mondo occidentale, che ha depredato le popolazioni locali delle proprie risorse senza minimamente preoccuparsi di un’equa ripartizione dei loro benefici. Purtroppo a fare da sponda all’Occidente ci sono state sovente le élites africane, pronte a contribuire alla svendita dei beni collettivi al fine di ricavarne potere o ricchezza personale. Un esempio tra tutti è quello dello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, la cui provincia del Katanga possiede sterminate miniere d’oro e di diamanti. Tra il 1999 e il 2002 il presidente Laurent-Désiré Kabila trasferì a società private estere, di cui deteneva una quota maggioritaria, la proprietà di giacimenti del valore di circa 5 miliardi di dollari, senza che un solo centesimo finisse nelle casse dello Stato.

Sono molti e autorevoli i saggi dedicati al modo in cui l’Europa prima e la Cina e la Russia poi, abbiano impoverito il continente africano o stiano cercando di farlo. Ne cito uno per tutti: il libro How the West Was Lost della giovane economista originaria dello Zambia Dambisa Moyo, molto severa con il mondo occidentale non solo colonialista ma anche post-colonialista, quello che, nel corso degli ultimi cinquant’anni, ha agito senza lungimiranza strategica, danneggiando così sia l’Africa sia se stesso. Scrive l’autrice: «I leader dell’Occidente hanno male investito le loro risorse – capitali, lavoro e tecnologie – e si sono lasciati alle spalle economie indebitate popolate di persone poco istruite alla ricerca di posti di lavoro inesistenti».

I rischi climatici in corso e la drammatica odissea dello sfruttamento delle risorse del continente sono, a mio avviso, particolarmente importanti da prendere in conto per due ragioni. La prima è acquisire la piena consapevolezza di quanto noi, occidentali in generale ed europei in particolare, siamo all’origine di molti dei problemi che hanno segnato la storia dell’Africa e di come, in qualche modo, dovremmo assumercene la responsabilità. La seconda è capirne le evoluzioni attuali.

Il continente del nostro futuro

A differenza di quanto accadde nel recente passato, gli africani non sono più soltanto «persone poco istruite alla ricerca di posti di lavoro inesistenti». Stanno anzi progressivamente maturando una piena coscienza dei loro diritti. Per esempio in ambito climatico hanno costituito l’AGN (African Group of Negotiators on Climate Change), gruppo coeso e combattivo. E ancora si stanno facendo valere per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali. In particolare resistono sempre più spesso ai tentativi di invasione cinese che, con il pretesto di favorire lo sviluppo dei loro Paesi, aspirano in realtà a controllarne materie prime e infrastrutture.

Si tratta solo di due simboli tra i molti della “nuova Africa”, che sempre più e sempre meglio si va organizzando per uscire da un ruolo subalterno e parlare con una sola voce. Chi desidera conoscerla o ambisce a lavorarci deve essere consapevole di questa volontà collettiva di riscatto ed evitare, nel comportamento e nell’approccio, ogni sfumatura da «neocolonial exploiters» per citare «The Economist», il quale prevede che, in questa fase della storia «the winners could be Africans themselves». Sarebbe la prima volta. E anch’io, per quanto vedo e so, ne sono profondamente convinto.

Tanto più che gli africani sono tanti e sono giovani. Il miliardo e trecento mila abitanti attuali del continente è destinato a raggiungere i due miliardi e mezzo nel 2050 secondo le Nazioni Unite. E tra ottant’anni, cioè nel 2100, gli africani supereranno i quattro miliardi e rappresenteranno un terzo della popolazione mondiale. E la loro età media è di 18 anni! Fin da oggi bisogna abituarsi a fare i conti con questa realtà, che è destinata a spostare i baricentri del pianeta cui siamo avvezzi da secoli: quello politico e sociale così come quello economico, commerciale e culturale.

Ma dire “africani” è come dire “Africa”: lungi dall’indicare una categoria omogenea, il lemma allude a un’immensa varietà di storie, lingue, religioni e colori della pelle. Per capire le loro differenze è bene rifarsi alle aree geografiche e culturali in cui è suddiviso il continente, ciascuna delle quali ha la propria storia, determinata dalla sua posizione, idrografia e orografia. Convenzionalmente se ne distinguono cinque: Africa settentrionale (Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Repubblica Democratica del Saharawi, Sudan, Tunisia), orientale (Burundi, Comore, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Madagascar, Malawi, Mauritius, Mayotte, Mozambico, Réunion, Ruanda, Seychelles, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe), centrale (Angola, Camerun, Ciad, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sao Tomé e Principe), occidentale (Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Sant’Elena, Senegal, Sierra Leone, Togo) e meridionale (Botswana, Eswatini, Lesotho, Namibia, Sudafrica).

L’elenco può apparire tedioso, ma non è inutile. Chi va in Africa o stabilisce scambi di qualunque tipo con gli africani è bene sappia chi sono e da dove vengono. Non dimenticherò mai la frase che mi disse anni fa un giovane e brillante leader politico nigerino, con un tono a metà tra la malinconia e la rabbia: «Quando parlo con gli europei, non sanno nemmeno che esistono un Niger e una Nigeria». Per inciso, ho scritto volutamente “nigerino” perché così si chiamano i cittadini di questa Repubblica. “Nigeriani” sono invece quelli della Nigeria.

Le diversità più rilevanti tra i popoli africani sono legate a una barriera geografica per secoli insormontabile: il Sahara, che si estende dall’Atlantico al Mar Rosso ed è il più vasto deserto caldo del mondo. Non per nulla si parla di Africa sub-sahariana per definire la parte “nera” del continente. E chi vive a nord del deserto si è considerato per lungo tempo un “bianco”. Ma non è solo il colore più chiaro della pelle a distinguere i nordafricani.
È soprattutto un fattore storico: in ragione della loro prossimità sono stati per secoli gli abitanti del continente maggiormente in contatto con l’Europa e con la penisola arabica. I flussi migratori dalle terre arabe al Nord Africa sono iniziati addirittura nel VII secolo d.C. e vi hanno determinato l’ampia diffusione dell’islamismo. E non basta: all’interno della stessa regione settentrionale esistono differenze culturali, in particolare tra il cosiddetto Maghreb – francofono e filofrancese – e gli altri paesi limitrofi, anglofoni e tradizionalmente filo-britannici.

Per passare all’Africa occidentale e centrale, tra loro assimilabili, moltissime vi sono le etnie, le lingue e le tribù. La distinzione principale tra culture e tradizioni è, ancora una volta, determinata dalla geografia: assai diverse sono le popolazioni insediate sulla costa e quelle che abitano all’interno, nella savana. La regione orientale, che conosco da vicino avendovi vissuto dieci anni, è pure assai variegata. Vi convivono le aree montuose e molto fertili del Rift e il deserto somalo. Sulla costa è stata anch’essa meta delle migrazioni arabe e per questo annovera un buon numero di musulmani. All’interno prevalgono invece i cristiani.
Quanto alla regione del sud, è forse la più omogenea culturalmente, anche se non geograficamente: le aree interne sono calde e sterili, mentre la costa del Sudafrica rappresenta la zona più rigogliosa dell’intero continente. E anche qui prevale il cristianesimo.

La grande varietà socioculturale è stata accentuata dalle migrazioni: l’Africa è da sempre terra di immigrati ed emigranti. E oggi si aggiunge, a incrementare le sue diversità, il fenomeno demografico. Grazie al deciso calo delle nascite (la media per ogni donna è diminuita da sei a quattro figli), si riduce nella piramide della popolazione il numero di bambini tra 0 e 14 anni e aumenta in parallelo quello degli individui in età attiva, che rappresenteranno il 43% del totale entro il 2050. Questa popolazione attiva è giovane e sempre più istruita, visti gli investimenti che quasi tutti i Paesi africani stanno facendo nel campo dell’educazione.

Migrazioni e demografia sono temi che meritano un approfondimento a se stante e non possono esaurirsi in questo breve paragrafo, il cui scopo è solo indicare come l’Africa, lungi dall’essere una meta esotica ininfluente o una minaccia alla nostra civiltà, stia piuttosto diventando un interlocutore fondamentale per il nostro futuro. Per non sparire, noi Europei sempre più vecchi d’età e poveri economicamente, avremo bisogno della giovane energia africana e potremo, d’altro canto, condividere con l’Africa il nostro secolare know-how tecnico, scientifico, artistico. Il filosofo Massimo Cacciari ha detto di recente che solo i demagoghi non si rendono conto (o non ammettono) che «Europa e Africa tra qualche decennio saranno una cosa sola».

La condizione perché lo scambio tra queste due parti così prossime e diverse del pianeta sia proficuo è accostarsi all’Africa con conoscenza, competenza, sensibilità multiculturale, rispetto e consapevolezza di quanto tutti noi, cittadini dell’ex centro del mondo, siamo debitori da secoli nei confronti degli africani. E di quanto ne avremo bisogno nei decenni a venire.


SEGNALIAMO