IL MONDO NUOVO PER UN NUOVO MONDO

Stampa e tv seguono gli umori del pubblico: il risultato largamente previsto della vittoria della destra alle elezioni regionali del 12 febbraio non ha fatto notizia. In verità una notizia ci sarebbe, ma sembra che se ne sia accorto soltanto Il Manifesto: Addio alle urne.

Sia in Lombardia che nel Lazio, il voto ci ha messo di fronte ancora una volta al distacco fra cittadini e istituzioni: il 60% degli elettori si è rifiutato di recarsi alle urne. E’ evidente che ciò è la conseguenza di un elevatissimo livello di disomogeneità sociale, l’assenza di coesione nella società porta alla polverizzazione delle opinioni sulla gestione della cosa pubblica e al disinteresse nella convinzione della inutilità della partecipazione alla competizione elettorale. In definitiva è la disaffezione di larghi strati della popolazione rispetto alla politica come essa si rappresenta che legittima l’astensione in una chiave pessimistica rispetto alla trasformazione della politica stessa. Ma soprattutto di quanti vorrebbero partecipare alla competizione elettorale ma non si riconoscono nell’offerta dei partiti, caratterizzata da figure e valori che non costituiscono una motivazione valida per la delega di potere pubblico operata con la partecipazione alle elezioni.

Dal 1994 in poi il fenomeno è progressivamente cresciuto ma il sistema dei partiti lo ha ignorato, inquanto l’astensione è di fatto una delegittimazione della loro funzione di proposta politica e di aggregazione su di essa. Lo stesso vale per l’informazione che sembra interessata solo ai rapporti di potere all’interno del Palazzo per cui, dopo aver rilevato che l’astensionismo è il primo partito di ogni elezione, abbandona il tema nella consapevolezza che ogni intervento non sposterebbe di una virgola i comportamenti dei partiti e degli elettori.

E infine non lo fanno le istituzioni che restano inerti dinanzi al fenomeno, anche se non sarebbe male promuovere la cultura politica (non partitica) ad iniziare dalla scuola dove ci si preoccupa di insegnare l’educazione stradale, certo utilissima ma forse meno importante della difesa dell’ordinamento democratico di cui l’esercizio di voto costituisce il fondamentale presupposto.

Che fare per contrastare l’astensione e per migliorare la proposta politica? La risposta sta nella capacità di rintracciare le ragioni di una crisi che alla fine del secolo scorso ha investito il sistema dei partiti nato con la Repubblica. La polverizzazione delle culture democratiche del ‘900 è stata guidata, in nome di una falsa rivoluzione etico-sociale, da una crisi indotta che ha avuto i caratteri di un colpo di Stato alimentato, nel mondo irreversibilmente multipolare, da congregazioni di interessi interni ed esterni, non certamente sostenitori dei sistemi democratici in cui titolare della sovranità è il popolo, come stabilisce l’art. 1 della Costituzione repubblicana. I tentativi di far rivivere i partiti annientati dalla crisi del 1993 sono falliti e le nuove formazioni che hanno inaugurato una fantomatica Seconda Repubblica si sono dimostrate la brutta copia dei vecchi partiti.

La risposta all’astensionismo non può essere certamente la riproposizione delle ideologie che hanno animato il secolo scorso: sconfitte dalla storia, non sono utilizzabili per il presente e tanto meno per costruire il futuro. Ma la risposta non può nemmeno essere il ribellismo delle “monetine” da cui è nato quel populismo di destra e di sinistra che ha solo imbarbarito il dibattito pubblico e le relazioni sociali.

L’ingresso nel nuovo millennio segna uno spartiacque: liquidato l’intervento diretto dello Stato nell’economia, abbandonato nei fatti il welfare-state e decretata la “morte delle ideologie” si è dissolta la sinistra politica del nostro Paese. Un’area politica e culturale, animata per mezzo secolo da partiti di massa, sindacati, correnti culturali e movimenti, è oggi un deserto in cui i superstiti cercano rifugio nel miraggio di un’oasi, di un “luogo” spesso abitato da comici e saltimbanchi, un pericoloso palcoscenico in cui si rappresenta la crisi della democrazia che è crisi del pensiero, come ha scritto Edgar Morin.

In questo scenario la destra, come un virus, è stata capace di mutare: entrata nel corpo della società è stata postfascista e secessionista, per le feste ad Arcore ha indossato lo smoking nazionalista fino alle stanze di Palazzo Ghigi dove muta in partito conservatore e atlantista.

Viviamo una fase di transizione in cui il mondo della cultura e della politica sono a un bivio: da una parte l’irripetibile opportunità di dare forma al futuro utilizzando l’innovazione per dare potere a chi non lo ha, dall’altra il ritorno alla “normalità” di un presente abitato dai fantasmi del passato. Abbiamo bisogno di più cultura e di più idee.E soprattutto di una rinnovata, nei contenuti e nelle forme, partecipazione di tutti quelli che lavorano, precari e non, giovani e meno giovani, che fanno crescere il nostro pil e che oggi non hanno di fatto nè nome, né rappresentanza.

Questo è il vero nodo della politica nel nostro Paese. E quale strada intraprendere per uscire dal deserto e ridare una rappresentanza alle diverse forze sociali? Come ricostituire una sinistra politica nel bel mezzo della rivoluzione digitale? La risposta venuta dal basso sono state le liste e le associazioni civiche che nelle competizioni elettorali amministrative sono cresciute progressivamente sviluppando una iniziativa tesa a colmare il vuoto che si è creato tra cittadini e istituzioni. E’ nato nella società uno “spazio” aperto a quanti, fuori dai partiti, hanno voglia di impegnarsi nella costruzione (o ricostruzione) di una “pratica” elettorale fatta di confronto delle idee e dei programmi, capace di riattivare negli elettori lo spirito critico e la partecipazione. L’astensionismo si batte ampliando l’area di autogoverno dei poteri locali, sviluppando la cultura politica anche attraverso i social in una prospettiva di sostituzione delle antiche sezioni, ampliando le occasioni di dibattito pubblico oggi solo apparente: tutto questo potra’ trovare spazio nuovo con la preannunciata estensione del sostegno pubblico all’informazione digitale.

Vivevamo in una società a piramide: basata su una scala dei redditi da quelli più bassi a quelli più elevati.
A ciò corrispondeva una graduazione del potere fondata, pur nel rispetto dei diritti individuali, sul principio del più forte. Abbiamo sperato che le crisi che abbiamo attraversato (pandemica, energetica, climatica), e che ancora attraversiamo, ci facessero cambiare rotta, ma ormai siamo consapevoli che al contrario ci hanno fatto regredire. Ad esempio il servizio sanitario nazionale garantiva i livelli essenziali delle prestazioni a tutti i cittadini, così come l’istruzione scolastica era garantita ad un livello elevato in tutto il territorio nazionale: oggi scuola e sanità pubblica sono precipitate ai livelli minimi in una società in cui chi deteneva il potere ha conquistato ancora più potere mentre quanti godevano di un buon reddito da lavoro sono scivolati verso una condizione di sopravvivenza.

Se non è una buona idea tornare a “come eravamo”, non è altrettanto accettabile la condizione attuale. Dalla transizione dobbiamo uscire nella prospettiva di una diversa configurazione della società e del potere politico e istituzionale.
Serve una rinnovata partecipazione dal basso ed un movimento civico riformatore capace, facendosi partito politico, di dare rappresentanza alle imprese e ai lavoratori che dalle grandi città, dai mille borghi del bel Paese, dalle aree industriali e dalle università vogliono un generale rinnovamento sulla base di un assunto tanto utopistico quanto politico: che tutto, ma proprio tutto, deve cambiare, e cambierà.

Ilmondonuovo.club è uno spazio virtuale per restaurare una visione del mondo, una conoscenza articolata, una riflessione sull’etica e la politica e contribuire alla elaborazione di un nuovo pensiero, avendo la consapevolezza che scrivere, disegnare, fotografare, narrare, approfondire ci può dare la certezza che “da che mondo è mondo” vince chi è capace di pensare per cambiare.

PS. Oltre l’impegno culturale e la passione politica dobbiamo coltivare la speranza. Non un sogno ma una speranza che si fonda sulla impossibilità di vivere in una società di uomini che dominata da suprematismi porta in sè una minaccia di morte.


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