SERVIZIO PUBBLICO, OGGI

di Beppe Attene

Entro la fine della Legislatura il Parlamento dovrebbe approvare la riforma del servizio pubblico radiotelevisivo anche in tutte le sue parti che non corrispondono alla tradizionale scansione “radio e televisione” ma che affiancano oggi la storica definizione.

Glielo chiede un prezioso documento ufficiale: è un regolamento approvato dal Parlamento Europeo nell’aprile del 2024.

Si chiama European Media Freedom Act, generalmente accorciato in EMFA, e indica le regole comuni europee per garantire anche nel campo della comunicazione più estesa i valori di appartenenza, libertà e possibilità di espressione che dovrebbero certamente essere alla base della Unione Europea per come oggi esiste e per come esisterà in futuro.

            Il Regolamento è stato accolto dal più vasto e assoluto disinteresse dalla classe politica italiana di governo come di opposizione.

Non vi è da stupirsene e non vale solo per EMFA. Qualunque questione vale ormai solo per la possibilità di aggiungervi e collegarvi critiche e insulti all’avversario e deve, di conseguenza, poter essere ridotta a slogan e insulto.

E, ovviamente, ciò non è possibile per un lungo e corposo documento di analisi che prospetta alle Istituzioni Nazionali presenti in Europa il quadro in cui hanno da operare in questo mutevolissimo campo.

Tra gli strumenti a disposizione dei Governi prevale, particolarmente in Italia, il servizio pubblico radio televisivo.

            Intanto il concetto fondante.

Il servizio pubblico viene identificato attraverso un accordo tra RAI e Stato (attraverso il Parlamento) che assegna alla azienda una funzione di servizio nei confronti della intera collettività italiana, anche nelle parti che non risiedono più sul territorio nazionale.

Tale servizio, per le sue caratteristiche, viene pagato dagli utenti attraverso una tassa che però è chiamata in un modo diverso.

(Tra i miei ricordi pre – adolescenziali vi è il ritrovamento di una cassa chiusa e sigillata formalmente sotto il letto matrimoniale dei miei nonni a Cuglieri.

Restata vedova nel 1948 mia nonna abbandonò per sempre il letto nuziale, adottò il vestito adeguato e decise di non ascoltare mai più la radio.

Ottenne, credo dalle Poste, il sigillo della cassa che conteneva un bellissimo apparecchio radio che mio padre, a quel punto, portò a casa nostra per essere esibito).

            Quel che caratterizza questa forma di “servizio” è il suo doversi rivolgere globalmente a tutta la società circostante, assumendosi di conseguenza delle responsabilità che vanno oltre il rapporto con il diretto fruitore.

È possibile, oltre che legittimo, che un Convento Francescano decida di non ammettere al suo interno un televisore.

È tuttavia altrettanto certo che quando i buoni frati domattina riprenderanno il loro lavoro di testimonianza e carità il mondo in cui entreranno sarà stato profondamente cambiato da quello strumento che hanno scelto di non considerare.

La televisione come servizio pubblico abolisce insomma la distinzione tra utente effettivo (il consumatore finale, diciamo) e il suo più generale obiettivo e riferimento.

            Il patto  che la RAI istituisce con lo Stato, e viene periodicamente rinnovato e modificato, la responsabilizza verso l’intera società italiana.

Se è dunque vero che ha una rilevante importanza il risultato di audience, che dovrebbe rappresentare il gradimento e l’interesse del fuitore finale, altrettanto importante è certamente la capacità della televisione pubblica di inserirsi nel più generale contesto socio – economico italiano e giovargli nei percorsi e passaggi positivi.

            L’Italia in cui, nei primi anni ’50, la televisione pubblica esordisce da monopolista assoluta è un Paese ferito dal recente passato e scisso violentemente tra le diverse opzioni maturate in quegli anni difficili.

L’analfabetismo di ritorno è crescente, quasi maggioritario in vaste zone dell’Italia.

Il mussolinismo ha lasciato, paradossalmente, in eredità un diffuso non riconoscimento nello Stato sia in chi si è opposto al Regime, sia in chi lo ha sostenuto e oggi non lo riconosce più, in quanto democratizzato.

Non per caso Aldo Moro teorizza che costruire l’identificazione e il rapporto cittadini – Stato è anche il più importante compito delle nuove forze politiche.

            In questo quadro la RAI esalta la sua funzione di interesse collettivo, sostenuta ovviamente dalla “potenza di fuoco” di cui dispone.

Tutto si collega in un unico e positivo quadro: dalla prima apertura della Autostrada del Sole alle Olimpiadi di Roma del 1960 e alla contemporanea copertura televisiva del territorio nazionale. Il segnale RAI arriva sino a Lampedusa e deborda sino in Tunisia, facendo arrabbiare i francesi (sempre loro!).

L’accordo e la collaborazione con la Chiesa di Roma rientra perfettamente in questo schema come la presentazione sui teleschermi di una politica rigorosa e seria anche quando è profondamente divisa.

Per quanto non valutabili sul piano dell’audience (e men che meno dei like) il susseguirsi delle mitiche Tribune Politiche o lo scandirsi dei nomi “Segni – Saragat – nulla”  in occasione della elezione del Presidente dellaa Repubblica hanno costituito una base fondamentale per il riconoscimento dei cittadini nel nuovo Stato.

Quanto alla altrettanto mitica “Non è mai troppo tardi” non è certamente un caso che il titolo stesso sia diventato un aforisma tuttora ben vivo.

            Con il modificarsi, nel bene come nel male, della situazione italiana le responsabilità della Televisione Pubblica verso la collettività nel suo complesso sono rimaste ma hanno cambiato obiettivi.

La riforma degli anni ’70, con la nascita della Terza Rete, ha corrisposto a un profondo bisogno di spingere la RAI a rappresentare e dare voce agli atteggiamenti e alle diverse aspettative presenti nella società civile.

Dal ’63 era iniziata la stagione dei grandi rinnovi contrattuali che ogni tre anni animavano la Nazione. Dalla Francia (sempre loro!) giungeva il richiamo del Maggio e dall’Atlantico una nuova musica e nuovi comportamenti presentati come esemplari.

La verticalizzazione ben riconoscibile dell’offerta, suddivisa per aree politiche e culturali, ben corrispondeva, e corrispose, alla necessità del nuovo che avanzava e del consolidato e tradizionale che continuava ad esistere.

            Ancora una volta il servizio pubblico fu centrale nella vita e nello sviluppo della società italiana.

Per fortuna poco male fecero gli ipocriti strilli “fuori i Partiti dalla Rai!” (spesso emessi dagli stessi che sino a poco prima avevano trattato su posti e programmi.

Più dannosa fu la teorizzazione dei nemici di Berlusconi che la RAI dovesse “inseguire” Fininvest – Mediaset sul terreno dell’audience.

Certamente verificare costantemente i risultati delle programmazioni era essenziale ma il ruolo del servizio pubblico non si giocava, e non si gioca tuttora, su quel piano.

La funzione fondante e strategica del servizio pubblico era, e dovrebbe tuttora essere, il radicamento della sua necessità identitaria per un Popolo che, nei suoi percorsi, conosce mutazioni, avanzamenti e crisi. Come è normale che sia.

            Ma oggi il quadro esterno, quello globale, è (come ben ci ricorda EMFA) ben più riccoe problematico

La completa orizzontalizzazione del comparto audiovisivo ne complica enormemente la natura.

Sullo stesso supporto navigano e sono accessibili contenuti provenienti dall’esterno dei confini nazionali senza alcun passaggio di verifica e disponibilità effettiva dei diritti.

Si accresce grandemente la possibilità di falsificazione di qualunque contenuto.

Il meccanismo di individualizzazione rende assai più complicato di prima accertare la responsabilità iniziale sui contenuti immessi.

Il concetto di piattaforma sembra talvolta negare alla radice quello di responsabilità editoriale.

Nell’insieme l’inquinamento del WEB rischia di affiancarsi stabilmente a quello dei mari e dell’aria che già tragicamente viviamo.

            Dovrebbe essere compito primario del servizio pubblico avere ben chiara la situazione e determinare le proprie strategie su questa base.

Essere presente su tutti i segmenti della comunicazione e continuare a rappresentare ovunque una garanzia di correttezza e di controllo.

E tale compito dovrebbe confermaglielo il Parlamento affidando ancora alla RAI, nel nuovo contesto, la funzione identitaria su cui è stata costituita.

Se ciò non dovesse avvenire non ci si potrà stupire se altri avranno la lucidità per svolgere tale ruolo.

            Piersilvio Berlusconi sta portando avanti una ristrutturazione e un progetto con una capacità di visione e di sogno pari a quelli, sinora considerati irraggiungibili, che caratterizzarono il suo grande padre.

Estensione delle funzioni e delle aree di copertura per la televisione generalista. Creazione e utilizzazione attenta di un immenso deposito di prodotto, da suddividere momento per momento in aree di offerta specializzata.

Abbinamento, nell’offerta, di palinsesto da tv generalista e catalogo da piattaforma.

Rete di accordi transfrontalieri con televisioni europee per la percezione di un unico e nuovo grande soggetto a carattere sovranazionale.

Espressione e difesa delle identità convergenti nel progetto alla luce del piano più generale.

Ovviamente Berlusconi opera da imprenditore italiano alla guida di una azienda privata italiana.

Il futuro ci dirà, abbastanza a breve, se la politica italiana vorrà ancora affidare al Servizio Pubblico il compito di svolgere il suo ruolo a favore degli interessi collettivi o preferirà vederlo ridursi al poco gratificante compito di terreno per scopi elettorali.

Hic Rhodus, hic salta.


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