di Gaia Bertotti
Remigration è il nuovo hashtag dell’estrema destra europea, simbolo di un desiderio ossessivo: il rimpatrio di immigrati regolari e irregolari.
Dai social alle piazze: il 15 novembre a Brescia verrà presentato ufficialmente il Comitato Remigrazione e Riconquista, con l’obiettivo dichiarato di “difendere e riconquistare la nostra identità nazionale”.
Ma dietro la retorica della riconquista si nasconde un disagio più profondo: quello di una generazione in cerca di valori e di sé stessa.

Negli ultimi anni la parola remigrazione è uscita dai saggi di sociologia per diventare un manifesto politico dell’estrema destra europea. La sua forza non sta tanto nella fattibilità del progetto, quanto nel suo potere simbolico.
Dopo la manifestazione di apertura in piazza a Gallarate (maggio 2025) e sit-in in altre città, l’evento bresciano segna la volontà di scalare da azioni locali a una proposta legislativa nazionale. Un passo oltre il populismo tradizionale, verso un progetto attivo di rimpatrio. Almeno questo sulla carta.
Ma andiamo più a fondo: l’idea della remigrazione degli immigrati è sintomo del declino identitario dell’uomo bianco occidentale.
Mentre il femminismo ha prodotto giustamente una nuova definizione della donna in termini di famiglia, carriera, sessualità, nell’uomo si è creato un senso di smarrimento circa il proprio ruolo sociale. Non più capofamiglia, non più lavoratore garantito, non più centro della narrazione culturale. Si ritrova quindi ai margini del discorso pubblico, e in quella marginalità cerca una qualche forma di potere.
La perdita di ruolo, lavoro e riconoscimento sociale ha generato una crisi di collocazione. E retoriche simili alla remigrazione offrono un appiglio. Non a caso i giovani maschi occidentali votano sempre più a destra: non per nostalgia politica, ma per smarrimento del proprio ruolo sociale.
Un tempo si diceva che i giovani fossero progressisti per definizione, oggi non è più così. Oggi i giovani maschi sono nettamente più conservatori delle loro coetanee e più a destra rispetto alle generazioni che li hanno preceduti (ricordiamo il 27% degli under 25 vota AfD, in UK il partito di estrema destra è il più popolare tra gli under 25).
Insomma, la remigrazione seduce non tanto per il suo (assai discutibile) programma politico, quanto più per il tentativo terapeutico identitario. Rimpatriare l’altro diventa, cioè, un modo per ridefinire sé stessi. “Riconquista” è, in questo discorso, la parola-chiave: il giovane maschio aspira alla riconquista non di un territorio, ma di una virilità storicamente perduta. Una virilità immaginata (ancora) come forza, ordine, possesso.
La remigrazione non parla quindi ai forti, ma agli insicuri. E lo fa attraverso un linguaggio muscolare costruito sulla paura dell’immigrato. Oggi il tema non è il confine da “difendere”, ma il senso identitario e comunitario da ridefinire.












