PESCARA

Città salotto tra terra e mare, tra passato e futuro

Dipinto di Basilo Cascella

Tornare a Pescara è sempre un’emozione, soprattutto se l’hai scoperta nei primi anni Settanta, quando eri poco più che ventenne e avevi affrontato il lungo viaggio dal lago Maggiore con una scintillante “Fiat 850 Coupé” rossa.

Quando Ancona non era ancora collegata a Pescara con l’autostrada Adriatica, si affrontava l’ultimo tratto della “Nazionale” tra una fila continua di camion incolonnati, il rombo molesto dei motori, i fumi maleodoranti dei tubi di scappamento. Nella stanchezza che reclamava inutilmente un approdo quanto più veloce possibile alla città dannunziana, ci si lasciava ammansire dalle spiagge, per lunghi tratti deserte, tra un paese e l’altro della riviera abruzzese. Solo qualche anziano, tra ossi di seppia e conchiglie, lanciava lontano pezzetti di legno per la gioia del proprio cane; giovani coppie calpestavano la sabbia tenendosi per mano; gli scogli, grandi massi scuri allineati a qualche decina di metri dalla riva, dividevano con monotonia perfetta, rilassante, tratti di azzurro. All’orizzonte, tra mare e cielo, scivolavano lentamente pescherecci e vele bianche.

Dopo lembi di pineta penetrata dai raggi del sole, alberelli di oleandri bianchi, rossi, rosa; dopo casette squadrate ed essenziali sparse qua e là senza armonia, dalla Nazionale si imboccava finalmente il lungomare di Pescara con le sue palme dai fusti lunghi e rinsecchiti culminanti in un ciuffo di foglie “pennate”; le sue tamerici “salmastre ed arse”, dalle chiome eteree e violacee, che subito rammentavano quelle de “La pioggia nel pineto” immortalate dal Vate pescarese.

Ville degli anni Trenta e Quaranta, seppur nell’eleganza della struttura e dei fregi pittorici in attesa di un accurato restauro, si alternavano a case e condomini anonimi nati come funghi, nel dopoguerra, sul lungomare e nell’attuale centro nevralgico.

Lo sguardo spaziava tra le colline che scendevano verso il mare, l’orizzonte, il cielo arrossato dal tramonto, fino al fiume, chiamato Aternum prima dell’anno Mille, poi Piscarius, da cui Piscaria, quindi Pescara, l’originario borgo di pescatori formato da costruzioni in miniatura. La sua posizione di raccordo tra l’antica Roma e il Medio Adriatico, che determinò lo sviluppo dell’insediamento, costituiva il baluardo di difesa militare del regno borbonico. Dal XIX secolo, per la sua posizione strategica di cerniera tra il settentrione e il meridione d’Italia e per la bellezza della sua costa, si rivelò città ideale sia per i traffici commerciali sia per il turismo balneare.

Pescara, che nel 1943 subì i bombardamenti che distrussero gran parte del centro abitato tra la ferrovia e il mare, nel dopoguerra rinacque velocemente come città moderna, avviata a uno sviluppo economico, commerciale e turistico, che in breve tempo la rese baricentro della regione abruzzese e di tutta l’area del medio adriatico. La sua popolazione aumentò sensibilmente per l’esodo dalle campagne verso la città, alternativa all’emigrazione verso il Nord Italia, la Germania, il Belgio, l’America.

La Pescara che ho conosciuto negli anni Settanta, nonostante il suo sviluppo economico e commerciale, appariva ancora fortemente legata al suo retroterra agricolo, con orti e frutteti sparsi qua e là intorno a casolari di mattoni sbiaditi; circondata da uliveti, che rivestono di verde e bianco argenteo il paesaggio che si estende tutt’attorno a paesi aggrappati alle colline: Atri, Spoltore, Loreto Aprutino, Popoli, Torre de’ Passeri, produttori di un olio extravergine DOP, dal colore giallo paglierio con venature verdi, gradevolmente amaro al palato, con un delicato sentore leggermente asprigno di mela.

A pochi chilometri, sulla strada per Roma, simili alla Fontamara di Ignazio Silone, i paesi del Chietino da sempre sono generosi di vini di qualità: Passerina, Trebbiano, Pecorino, Moscato bianco…

Al centro di Pescara, nella storica trattoria “da Sisto”, di fianco al mercato coperto con le bancarelle dei contadini, su sobrie tovaglie bianche, si servivano le sagne in brodo di cardo irrorate di olio dal profumo leggermente pungente, i timballi ricchi di sugo e mozzarella a dispetto della besciamella impiegata nelle lasagne del Nord Italia, contaminate dalla cucina francese; le immancabili fave e pecorino, per ricordare l’infanzia vissuta in campagna nel casolare dei nonni e la storica transumanza dei pastori d’Abruzzo.

Le radici contadine della maggior parte dei Pescaresi sembrava quasi trovare una rivincita e un riscatto nello struscio festivo lungo corso Umberto, tra il mare e la stazione, fino a piazza Salotto. Come in processione, intere famigliole sfilavano vestite di tutto punto: le signore, ingioiellate, sembravano “portare a spasso” abiti abbelliti da fronzoli, ridondanti ai miei occhi abituati alla estrema sobrietà “milanese”; i mariti con le camice stirate di fresco, le scarpe tirate a lucido. Le ragazze, dall’aspetto civettuolo, ma pur sempre ordinato e sobrio, camminavano a qualche metro di distanza, sotto lo sguardo vigile dei genitori, proprio come, mi ricordava mia madre, avveniva negli anni Trenta ad Ancona, lungo il viale della Vittoria, che collega il porto al Passetto a strapiombo sul mare, nel versante roccioso del monte Conero.

Nel giro di qualche anno, per effetto del boom economico arrivato tardivamente al Sud rispetto al Nord, Pescara, già polo commerciale attrattivo di tutta la provincia, coi suoi circa 100.000 abitanti, si è arricchita di negozi eleganti ed esclusivi, boutique, gioiellerie, affacciati su corso Umberto, intervallati da bar, gelaterie, stuzzicherie che accompagnano fino a piazza “Salotto”, circondata da palazzi moderni e imponenti, i bar con i tavolini all’aperto sovraffollati. Qui i bambini corrono, leccano il gelato; gli anziani, seduti sulle panchine bianche, si riposano leggendo il giornale, fumando una sigaretta, chiacchierando con qualche amico. Nella piazza si svolgono raduni di macchine antiche, comizi; si aspetta l’arrivo del nuovo anno sotto il bagliore e i botti dei fuochi d’artificio o con la musica assordante di un concerto, tutti insieme, perché i Pescaresi sono estremamente socievoli, amano ritrovarsi fra amici, ma anche attaccare discorso col primo venuto per raccontargli in un attimo la storia della propria vita. Questa coralità fa di Pescara una città accogliente, che comunica serenità e voglia di vivere.

Sul lungomare, da Montesilvano al lungo ponte sul fiume Pescara, che si lancia al di là del porto-canale come un arcobaleno, i giovani sfilano correndo in t-shirt e pantaloncini; con i pattini, da qualche anno elettrici. In fondo a corso Umberto, intorno all’artistica fontana realizzata da Pietro Cascella a forma di nave, simbolo della vocazione dei cittadini al lavoro, al viaggio e al ritorno, affacciata su un’ampia spiaggia libera, giovani atleti si esibiscono in prestazioni virtuose con i pattini o in salti spericolati per il divertimento di chi li osserva seduto sulle panchine.

Da giugno a settembre la distesa di sabbia che si allunga per chilometri si colora di ombrelloni che attraverso il loro diverso colore contraddistinguono gli stabilimenti, attrezzati di giochi per bambini, campetti per partite di pallavolo, campi da tennis, piscine… la battigia è calpestata da bagnanti che si incrociano nel loro su e giù dall’alba al tramonto, tra bambini che fanno castelli di sabbia, ambulanti che trascinano i loro carretti ricolmi di abiti che svolazzano al vento come gli aquiloni; i vo’cumprà che con insistenza assillano le signore distese al sole, la musica e i profumi di pizzette che si espandono nell’aria… secondo un copione che accomuna tutte le spiagge nei mesi estivi.

Dopo gli anni della pandemia da Covid gli ambulanti provenienti dall’Africa e dall’Oriente si sono ridotti. Forse perché anche i Pescaresi non sono più, come in passato, così propensi a contrattare sulla spiaggia il prezzo di una borsa taroccata.

La crisi economica si è fatta sentire enormemente in una realtà che vive in gran misura di esercizi di ristorazione rimasti inattivi o chiusi per due anni. I negozi di lusso sono stati spesso rimpiazzati da empori che propongono capi confezionati in Cina, a basso prezzo; molti ristoranti hanno chiuso i battenti o si sono trasformati in stuzzicherie; molti locali, un tempo ristoranti tipici, hanno rinunciato ai piatti della tradizione abruzzese per proporre aperitivi cenati da innaffiare con una birra o con un calice di vino dei colli di Chieti. A questi riti i Pescaresi non possono rinunciare, perché la vita si vive all’aperto, alla brezza del mare, con gli amici, tutti seduti intorno a tavolini.

Come nel resto d’Italia anche a Pescara la povertà è in aumento. Basta notare il crescente numero di persone, anche apparentemente non bisognose, che attendono l’ingresso alla Caritas per consumare forse l’unico pasto dell’intera giornata. Di fronte alle chiese, lungo corso Umberto e sulla spiaggia, si incontrano anche italiani che chiedono l’elemosina.

Di fronte alla stazione, sotto gli alberi, dormono molti senzatetto, in condizioni disumane, senza che enti pubblici forniscano alternative civili e dignitose a persone che vengono lasciate a loro stesse, senza tutele sociali e igienico-sanitarie.

I ragazzi che proseguono gli studi spesso frequentano università fuori della regione; dopo la laurea molti se ne vanno a lavorare nel Nord Italia o all’estero.

Intanto i palazzinari si arricchiscono impunemente sopraelevando lussuosi edifici sia sul lungomare sia nel centro storico, dove a case d’epoca che raccontano la storia della città, si affiancano, quasi a ridosso, dei mostri architettonici.

La sezione pescarese di Italia Nostra si batte da decenni per fermare l’abusivismo; per salvaguardare la pineta dannunziana minacciata da progetti che la vorrebbero snaturare; si oppone al piano dell’amministrazione comunale di cementificare la vasta area di risulta della ferrovia, oggi adibita a posteggio, per costruirvi la sede della Regione. L’associazione ambientalista contrappone la proposta di creare in quell’area, con un alto tasso di inquinamento, un parco, un polmone verde per la città.

Di fronte al progetto molto avanzato e funzionale della fusione di Pescara, Montesilvano e Spoltore in un unico comune, che consentirebbe, tra l’altro, una consistente diminuzione della spesa pubblica, la politica oppone resistenza perché decadrebbe il due terzi degli assessori eletti.

Di fronte alle scelte cieche di futuro, di sostenibilità ambientale, di equità sociale operate dalla “Destra”, a cui da anni la popolazione si affida, perché molte categorie, soprattutto balneatori e costruttori, confidano nelle proroghe e nei condoni edilizi ricorrenti e in un fisco tollerante verso chi ha di più a scapito di chi ha di meno, la parte sana, inerme e impotente della popolazione adulta si rifugia nel suo accontentarsi di poco: del clima benevolo, della spiaggia e del mare sempre a portata di mano d’estate e d’inverno; delle serate con gli amici di fronte a una bruschetta, a fave e pecorino e a un bicchiere fresco di Passerina intorno ai tavolini del “Caffè delle Merci”; di un cono gelato da gustare camminando tra le palme e le tamerici del lungomare…

A Pescara molte donne ancora “ammassano la pasta” per il pranzo domenicale, sfornano i “fiadoni” che sanno di uovo e di pecorino, cucinano da dio il pesce fresco comprato al mercato ittico di fronte al porto-canale dove, dalla pesca al largo, approdano i pescherecci; tutto seguendo le ricette tramandate da madre in figlia, con l’orgoglio di portare avanti una tradizione che ha le sue radici nella terra e nel mare.

La storia e la cultura abruzzese, fatta di secoli di dominazione borbonica e di ingenti perdite umane e distruzioni nella seconda guerra mondiale, vanta tradizioni legate alla pastorizia, alla transumanza e alla tessitura; alla perizia di ceramisti, orafi e tessitori; all’arte di scrittori, poeti, incisori, scultori, pittori di grande fama. Questo passato da non disperdere è conservato e tenuto in vita nei musei della città: il“Museo delle Genti d’Abruzzo”,il “Museo della Ceramica”, e per me il più affascinante, il “Museo Civico Basilio Cascella”. Basilio, il capostipite di una famiglia di artisti, nell’Ottocento ritrasse con i colori accesi della sua tavolozza le floride contadine con l’abito tradizionale, grandi cerchi dorati che pendono sulle spalle ben tornite, preziose catene che adornano il petto su cui luccica la “presentosa” in filigrana, il dono della futura suocera alla futura nuora. Una ragazza con i capelli lunghi, trattenuti da un fazzoletto bianco, le gote rosee, ha come sfondo la campagna dorata e il mare blu.

I musei, che offrono generalmente una sezione didattica, forse non sono così attrattivi per i giovani da conseguire l’obiettivo di trasmettere loro il gusto della tradizione, delle radici, della storia su cui si è costruito il presente e su cui si può guardare al futuro. Anche l’Abruzzo, terra di pastori, di orafi, di ceramisti, di pittori, di migranti è risucchiato nel processo di globalizzazione che uniforma le mode, i linguaggi, gli stili comunicativi e i rapporti interpersonali che passano attraverso i congegni digitali, i traduttori simultanei, la banalizzazione della parola.

Non appena, nel mese di giugno, si chiudono le scuole, i giovanissimi si impadroniscono della spiaggia accalcandosi sotto le ultime “palme” a ridosso dei capanni. Colpisce il loro linguaggio dove “cioè”, “tipo…”, parole volgari e persino blasfeme riempiono una comunicazione vuota di senso che sfugge alla musica di You Tube mandata a tutto volume.

La sera, con un look fatto dagli stessi occhiali da sole, gli stessi capelli lunghi e stirati delle ragazze, gli stessi ciuffi lucidi di gel dei ragazzi, lo stesso smartphone ultimo modello, si accalcano ai tavoli dei ristorantini sulla spiaggia. Su griglie “elettriche” cuociono gli arrosticini, pezzettini di carne di pecora infilati in lunghi bastoncini di legno, un tempo abbrustoliti dai pastori sui fuscelli d’ulivo. Forse, mentre il loro profumo intenso si espande nell’aria, questi giovani non hanno consapevolezza di ragazzi pastori che, al tempo della transumanza, con il gregge lasciavano per mesi la loro terra d’Abruzzo…

Quando li guardo con curiosità per capire il loro mondo, mi chiedo se hanno mai osservato con partecipazione emotiva il loro stupendo paesaggio che muta in ogni momento del giorno, trasfigurato dalle brezze e dai venti che agitano le onde e le fronde fragili delle tamerici; se hanno mai seguito con lo sguardo il profilo delle loro colline e quello della Maiella e del Gran Sasso che oppongono la loro maestosa imponenza a quella del mare. Mi chiedo se almeno una volta si sono alzati ancora con le stelle per aspettare sulla spiaggia il sole infuocato che emerge dalla linea dell’orizzonte. Questa è l’esperienza emozionante e indimenticabile che ho voluto far vivere ai miei nipoti quando erano ancora bambini.

Se questa sensibilità nasce nella famiglia, alla scuola, dove ai giovani spesso e purtroppo è relegato un ruolo passivo, è affidato il compito di formare una gioventù che si appropri del valore e del senso profondo della parola e che porti con sé la consapevolezza delle proprie tradizioni, delle proprie bellezze naturali e artistiche, della propria storia.

Anche Pescara come la maggior parte delle città italiane è un museo a cielo aperto: i pochi ruderi della “Fortezza”, un tempo sette bastioni a punta, 4.500 mq di superficie, mura alte più di sei metri e spesse quattro, su un perimetro di oltre due chilometri, sorta a cavallo della foce del fiume, sono ciò che è sopravvissuto alla prima speculazione edilizia operata dalla borghesia pescarese nel primo Novecento. Eppure l’integrità della Fortezza avrebbe potuto raccontare l’attacco a Pescara e al suo entroterra, dove antiche abazie custodivano grandi ricchezze, da parte di una flotta di 120 galee battenti bandiera ottomana avvenuta nel 1566, quando tutte le coste del regno di Napoli dovevano difendersi con raccaforti e torri di avvistamento dalle razzie saracene non solo di ricchezze, ma anche di giovani bianchi da impiegare come schiavi nelle città mussulmane.

La villa Sabucchi, immersa in un parco oggi aperto al pubblico, che nei primi anni del Novecento si estendeva fino al mare, racconta di una famiglia di ricchi proprietari terrieri che, secondo una moda del tempo riservata alla borghesia, trascorreva periodi di vacanza nella propria residenza estiva. Caricati su un calesse ombrellone, cestino per le merende, figliolanza, si percorrevano le poche centinaia di metri che dividevano la villa dalla spiaggia, oggi viale Sabucchi. Da questa ricostruzione si può far rivivere ai nostri giovani un’epoca in cui le classi sociali erano ancora divise da solchi profondi, che le lotte sindacali e soprattutto la Costituzione italiana, varata nel 1947, e da salvaguardare e difendere giorno dopo giorno, hanno inteso annullare. Oggi i ragazzi che osserviamo in ogni momento della giornata sotto lo stesso ombrellone o intorno ai tavolini di un barretto sulla spiaggia, appartengono a ogni ceto sociale, hanno la pelle anche di diverso colore, che la scuola pubblica fin dalla prima infanzia ha reso amici legati da spirito fraterno.

La casa di Gabriele d’Annunzio, situata nella parte originaria di Pescara al di là del fiume, nel rione “Porta Nuova”, è oggi un Museo, attraverso cui gli studenti possono vivere l’emozione di calarsi in un’epoca, a cavallo della prima guerra mondiale, fra pensiero politico, arte, cultura…

Abbiamo voluto ricordare alcuni segni ancora tangibili della storia di questa città, per sottolineare come solo attraverso la conoscenza, da cui derivano competenza, originalità, creatività, le nuove generazioni potranno essere in grado di elaborare una visione realistica e democratica di futuro e di affrontare le grandi sfide che li attendono.


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