di Francesco Carbini
C’è un paradosso fiscale italiano che merita di essere affrontato senza slogan e senza contrapporre ideologicamente lavoratori e patrimoni. Lo evidenzia Romano Benini nel suo recente articolo su Il Riformista: in Italia il lavoro continua a sopportare un carico fiscale e contributivo molto elevato, mentre il trasferimento ereditario dei patrimoni, soprattutto all’interno della famiglia, rimane relativamente poco tassato. Il confronto è significativo. Per un’eredità di un milione di euro da un genitore a un figlio, in Italia l’imposta è sostanzialmente nulla entro la franchigia prevista. In altri grandi Paesi europei, invece, il prelievo può essere molto più consistente. Allo stesso tempo, il gettito italiano derivante da successioni e donazioni rimane estremamente contenuto.
Sul lavoro, invece, il quadro è completamente diverso. Una quota molto significativa del costo sostenuto dall’impresa per un lavoratore viene assorbita da imposte e contributi. Questo significa che tra ciò che l’azienda paga e ciò che il lavoratore effettivamente porta a casa esiste una distanza ancora troppo ampia. Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi una parte importante della politica economica italiana: ridurre le tasse sul lavoro. Non soltanto sul lavoro dipendente, ma anche su quello autonomo. Un sistema fiscale moderno dovrebbe rendere più conveniente lavorare, assumere, investire e intraprendere.
Oggi, invece, per molti lavoratori il passaggio dal reddito lordo al reddito disponibile è troppo penalizzante. Per le imprese, contemporaneamente, il costo complessivo di un’assunzione può risultare molto superiore alla retribuzione netta che il lavoratore percepisce. Il risultato è un paradosso: il lavoro costa molto a chi lo offre e rende relativamente poco a chi lo svolge. Questo problema riguarda anche professionisti, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori e lavoratori autonomi. Chi produce reddito attraverso la propria attività deve affrontare non soltanto le imposte, ma anche contributi previdenziali, adempimenti e costi amministrativi. La riduzione della pressione fiscale sul lavoro, quindi, non può essere limitata a qualche intervento temporaneo sulla busta paga. Deve diventare una scelta strutturale. Bisogna consentire a chi lavora di trattenere una quota maggiore del reddito che produce.
Questo avrebbe almeno tre effetti positivi. Il primo riguarda direttamente i lavoratori: più reddito netto significa maggiore capacità di consumo, di risparmio e di investimento nel futuro. Il secondo riguarda le imprese: un costo del lavoro più sostenibile rende più conveniente assumere, soprattutto giovani e persone che oggi sono ai margini del mercato. Il terzo riguarda lo Stato: se lavorare regolarmente diventa più conveniente, aumenta anche l’incentivo a produrre reddito dichiarato e a rimanere nell’economia regolare. Naturalmente, ridurre le tasse sul lavoro non significa rinunciare alla progressività del sistema fiscale né cancellare la necessità di finanziare servizi pubblici essenziali. Significa piuttosto chiedersi se l’attuale distribuzione del carico fiscale sia davvero quella più utile alla crescita del Paese.
La domanda dovrebbe essere semplice: è più conveniente tassare pesantemente il reddito prodotto ogni giorno attraverso il lavoro oppure prelevare una quota maggiore, soprattutto sui grandi patrimoni, nel momento in cui la ricchezza viene trasferita? Una riflessione sulla tassazione delle successioni può dunque avere senso, soprattutto per i patrimoni più consistenti, purché vengano tutelate le famiglie, la prima casa, i piccoli patrimoni e le imprese familiari. Il punto non è aumentare le tasse indiscriminatamente.
Il punto è tassare meglio la ricchezza e tassare meno la sua produzione. Un lavoratore che riceve un aumento dovrebbe poter vedere concretamente crescere il proprio reddito disponibile. Un professionista che aumenta il proprio fatturato dovrebbe avere convenienza a dichiarare tutto il reddito prodotto. Un artigiano che decide di assumere un dipendente dovrebbe essere incentivato a farlo, non scoraggiato dall’eccessivo costo complessivo dell’assunzione. Questa dovrebbe essere una delle grandi priorità della politica economica italiana. Perché ridurre il carico fiscale sul lavoro non significa fare un regalo a qualcuno. Significa rafforzare il valore del lavoro. E significa anche sostenere il ceto medio, che negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con l’aumento del costo della vita, con una pressione fiscale significativa e con una crescente difficoltà a trasformare il proprio reddito da lavoro in sicurezza economica e patrimonio.
L’Italia ha bisogno di più occupazione, più produttività e più reddito disponibile. Per raggiungere questi obiettivi occorre una riforma fiscale che abbia una direzione precisa: meno tasse sul lavoro dipendente, meno tasse sul lavoro autonomo, meno costi per chi assume e un sistema più equilibrato nel trattamento della ricchezza accumulata e trasmessa. Non si tratta di mettere lavoratori contro proprietari, giovani contro anziani o dipendenti contro autonomi. Si tratta di ristabilire un principio economico elementare: chi lavora e produce deve essere messo nelle condizioni di poter conservare una parte adeguata del valore che crea.
Il vero paradosso, allora, non è soltanto che in Italia l’eredità possa essere tassata molto meno del lavoro. Il vero paradosso è che continuiamo a chiedere più lavoro, più occupazione e più crescita mentre il lavoro rimane uno dei principali bersagli del prelievo fiscale. Se vogliamo un’Italia che torni a crescere, la direzione dovrebbe essere chiara: meno tasse sul lavoro, più convenienza a lavorare e investire, e una fiscalità più equilibrata sulla ricchezza. Perché la ricchezza che si eredita può essere trasferita. Ma la ricchezza che serve per costruire il futuro deve prima essere prodotta.













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