LE VERITÀ CHE RIMANGONO DA SVELARE SULLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA

Democrazia futura apre un Focus di approfondimento su quelle che a nostro parere rimangono “verità ancora da svelare sulla strage alla stazione di Bologna 43 anni dopo”.

Il dossier contiene critiche molto precise nei confronti delle motivazioni dell’ultima Sentenza processuale emessa nell’aprile 2023 e verso una verità processuale che sarebbe stata fortemente condizionata dai desiderata dell’Associazione dei parenti delle vittime e dal suo Presidente Paolo Bolognesi.

La rivista sarà naturalmente disponibile ad aprire le proprie colonne a pareri in dissenso con le tesi qui espresse da Lorenza Cavallo, Vladimiro Satta e Salvatore Sechi, convinta della necessità di proseguire l’analisi dei documenti secretati sulla materia ma anche di acquisire nuove testimonianze da alcuni sopravvissuti, il tutto senza entrare in polemiche politiche sterili come quelle prodottesi sui giornali nel corso dell’estate dopo l’anniversario della strage.

Introduzione al Focus di approfondimento

Salvatore Sechi
Docente universitario di storia contemporanea

1.Sulla strage di Bologna ha prevalso una (brutta) verità politica

La sentenza con la quale il Tribunale di Bologna, in diversi gradi e con diversi imputati, ha condannato come autori della strage del 2 agosto 1980 un gruppo di killer (confessi) neo-fascisti non è espressione dell’antifascismo.

Questo è il belletto con cui la vorrebbero incipriare giudici giornalisti orgogliosamente conformisti associazioni dei parenti delle vittime.

La cultura politica dell’antifascismo quando non si ispira al diritto penale sovietico e nazista, ha carattere liberale. Il suo principio si fonda sulla prevalenza della verità storica rispetto a quella politica. Non importa se l’avversario (definito “nemico”) sia di destra o di sinistra, ideologicamente vicino o lontano.

Per l’antifascismo non si può prescindere dall’esigenza fondamentale che per condannare ci siano delle prove, e che queste non siano idee diverse ed opposte.

E’ proprio questa distanza, per non dire avversione, che si può leggere nelle motivazioni (semplicemente allucinanti e da un punto di vista storiografico indecenti) delle condanne emesse.

Per la prima volta nella storia della nostra repubblica si dice, anzi si scrive, che a fare saltare la sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980 siano state persone che si rifacevano alle nostre alleanze militari (la Nato) e al sistema delle nostre alleanze politiche (il patto atlantico).

Si tratta delle scelte di politica internazionale che dal 1945 ad oggi hanno garantito, anche se non perfettamente, le nostre libertà, la nostra vita quotidiana segnando una differenza invalicabile col mondo del comunismo sovietico e di altri dispotismi. Vi si parla di un “grande disegno stragista atlantico” alimentato dal terrorismo nero e “rosso” (tra virgolette nella sentenza).

Dunque, il principio di legalità, da oggi in poi, come nella Germania nazista e nell’Urss staliniana, si fonda nel trovare, come che sia, un avversario bollandolo come nemico.

L’Italia presentata dai giudici come terreno di sperimentazione di una cospirazione globale guidata dall’alleanza atlantica

Sulla base di questo approccio l’Italia è descritta dai giudici di Bologna come il capolavoro del cosiddetto atlantismo. Si intende, cioè, dire che al posto degli elettori (sempre ostili, con un libero voto espresso e confermato in circa settanta anni, a questa soluzione) gli Stati Uniti e gli alleati occidentali avrebbero impedito “l’accesso dei comunisti al potere”. 

Per accreditare questo becera falsità, i giudici hanno perlustrato una saggistica, e convocato come testimoni, tutti i giornalisti e i giudici in pensione che nei loro scritti hanno evocato categorie magico-esplicative come “golpe”, “stragismo atlantico”, “sovranità limitata”, “Yalta”, “guerra rivoluzionaria”, Gladio eccetera.

Pertanto l’Italia, a leggere la prosa dei giudici di Bologna, è diventata, il terreno di sperimentazione di una cospirazione globale guidata dall’alleanza atlantica.

Questo non è un linguaggio giuridico, ma un linguaggio politico, anzi di un partito di estrema sinistra, quello con cui questa sentenza è stata redatta.

Di storiografico ha solo la vernice con cui si racconta un misterioso e interamente infondato complotto contro il nostro Paese. Di probatorio, come prescrivono le regole dello Stato di diritto, queste opinioni non hanno niente.

Da oggi, se questa sentenza farà giurisprudenza, ognuno di noi è in pericolo, ognuno di noi è meno libero. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, non farebbe male a stimolare l’attenzione del Consiglio Superiore della Magistratura su questo episodio inquietante di una corte di giustizia che alla verità storica preferisca una verità politica, neanche di grande rango.

Santa Teresa di Gallura, 1° agosto 2023


2.Gli Stati Uniti e la Nato non c’entrano niente

La mancata condivisione della sentenza sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 non deve indurre a pensare che i giudici non si siano attivamente impegnati nelle motivazioni. Hanno perlustrato altri processi, i lavori delle diverse commissioni parlamentari d’inchiesta, gli archivi dei servizi segreti e una selezione (altamente opinabile) della saggistica.

Con una certa spudoratezza hanno considerato opere scientifiche quelle di giornalisti, magistrati e sconosciuti avvocati afferenti all’associazione dei parenti delle vittime. C’è da recarne scandalo?

Avendo fatto proprie in una misura inconcepibile le richieste, le proposte e le narrazioni di quest’ultima (che era una parte in causa) nel motivare le conclusioni giudiziarie, coerentemente hanno nobilitato operette da storiografia cominternista (in stile putiniano) e da giornalismo di partito (o se si preferisce di setta) come eccellenze o apporti apicali.

Ovviamente le ragioni della ricerca di esecutori e mandanti e gli interessi al risarcimento dei parenti delle vittime, se la si intende come compensazione delle sofferenze inenarrabili subite, non saranno mai adeguate. Ma dai magistrati si pretende che la loro verità non sia una verità politica, e non sia possibilmente diversa dalla verità storica.

Pertanto altamente controvertibili sono gli argomenti addotti e i modi con cui sono stati fatti valere. Bisogna, però, dire che probabilmente la responsabilità maggiore risiede nella subcultura con cui i media hanno seguito il processo.

Orientare l’opinione pubblica, non informarla

Si è vista all’opera una leva di giornalisti, non solo locali ma anche nazionali, che ha avuto come stella polare non quella di informare, ma quella di orientare l’opinione pubblica.

Lo hanno fatto in questi quaranta anni, e continuano a farlo oggi, schierandosi sempre ed esclusivamente dalla parte dei difensori legali delle vittime, qualunque siano i loro argomenti.

Dalla più scollacciata (La Repubblica e Il Fatto Quotidiano) alla più sobria (Il Corriere del la Sera e La Stampa) si è tenuto l’atteggiamento seguente: dare il massimo rilievo a quanto diceva l’avvocato Paolo Bolognesi in quanto espressione dell’antifascismo unito e tacere o citare ogni morte di papa chi (come  Gian Paolo Pelizzaro, Gabriele Paradisi, Andrea Colombo, Stelio Marchese, Luigi Cavall,o Mauro Del Bue, Fabrizio Cicchitto, Luigi Manconi, e altri)  sosteneva tesi diverse in quanto rubricate come argomentazioni di fascisti o di loro amici in quanto anticomunisti.

La faziosità presupposta di direttori di quotidiani è di esecrare come antidemocratici, nemici del popolo eccetera, non intervistandoli o non dando spazio alle loro analisi, quanti hanno prospettato interpretazioni diverse dell’orrenda carneficina del 2 agosto 1980 nella stazione di Bologna. 

Fontana, Molinari, Travaglio e Giannini fanno finta di non leggere le menzogne più oscene che rischiano di fare giurisprudenza.

Al fondo nella strage di Bologna ci sarebbe stato il disegno politico, i soldi e le armi degli Stati Uniti e della Nato. In altre parole lo stragismo che ha tenuto unita la mafia e il terrorismo nero era volto a impedire l’accesso al governo del Pci.

Non si chiedono che senso (a parte le piacevolezze del libero sbracarsi da bar) abbia questo argomento-accusa. Esso è l’asse portante delle motivazioni dei giudici bolognesi. Si sarebbe fatta saltare la stazione di Bologna, massacrandone la popolazione in attesa di prendere un treno per le vacanze, al fine di determinare una reazione popolare e dare vita ad un governo militare alleato ai fascisti in grado di garantire l’ordine.

Dunque, i nostri principali alleati avrebbero trescato con settori golpisti dei servizi e delle forze armate, in combutta con la massoneria deviata di Licio Gelli e avvalendosi delle risorse finanziarie di una banca in liquidazione come l’Ambrosiano, per far intendere ai comunisti che la ricreazione era finita?

Ai magistrati (ai quali si deve ogni merito per l’intenso e improbo lavoro svolto) non mi pare sia venuto il dubbio che non avesse il minimo senso questo rovistare la storia d’Italia con in mente il cruccio che a Washington i comunisti non erano amati. Non hanno tenuto presente un piccolo dato statistico: il Pci non ha mai ottenuto la maggioranza dei voti per governare. Detto diversamente, l’elettorato italiano non ha mai mostrato interesse a munire i comunisti del consenso perché conquistassero Camera e Senato, e ricevessero dal capo dello Stato l’incarico a formare un governo, da soli o di coalizione.

Dunque non c’era nessun bisogno che la Cia, il Pentagono, i marines, le centrali atomiche eccetera degli Stati Uniti e dei Paesi aderenti alla Nato si mobilitassero.

I comunisti italiani non sono mai piaciuti alla maggioranza degli italiani. Essi sono, a modo loro, antifascisti, ma sono anche (fortunatamente) anti-comunisti.

Ernesto Galli della Loggia ha spiegato questo stato di cose sul Corriere della Sera e un liberalsocialista come Mauro Del Bue ha più ampiamente argomentato su La Giustizia.

Galli della Loggia è stato oggetto insulti e di ignobili reazioni viscerali da parte di Fausto Anderlini e del suo blog. Vi trovano una rassicurante siesta quanti a Bologna e in Emilia Romagna non si sono ancora resi conto che il comunismo è stato, sempre e ovunque, un fallimento, ha dato vita a regimi nemici degli operai e dei contadini.

Da Lenin in poi hanno provveduto sistematicamente a sterminarli. In Russia come in Ucraina.

C’è da stupirsi se la storiografia da tempo si è chiesta se tra comunismo e fascismo ci siano, dal punto di vista dei diritti, cioè delle libertà dei cittadini, grandi differenze?

Uno dei fondatori del Pci, Antonio Gramsci, dall’inizio degli anni Trenta cessa di chiamare l’Unione sovietica “Stato operaio” e la descrive come un esempio di neo-bonapartismo. Ma da Togliatti a Berlinguer hanno aspettato la caduta del muro di Berlino per rendersene conto.

Gramsci, sulla base dell’esperienza storica dell’Unione Sovietica, morirà avendo gettato le basi di un anticomunismo, inteso come una domanda del popolo di sinistra

3. Una sentenza senza le carte del Sismi da luglio a novembre 1980

Magistrati e quanti esercitano funzioni pubbliche sono tutti tenuti a rispettare le sentenze emesse dai tribunali della repubblica, compresa quella sulla strage terroristica del 2 agosto 1980 presso la stazione di Bologna.

Studiosi e ricercatori possono discuterla e anche non condividerla. Nelle sedi e nelle sfere di loro competenza e responsabilità godono della libertà e dell’indipendenza che la costituzione, fin quando l’Italia resta un regime liberaldemocratico, ha riconosciuto a chi svolge attività di ricerca.

E’ importante che la verità giudiziaria non si discosti dalla verità storica.

Giudici e ricercatori debbono poter marciare uniti per fronteggiare l’incombente (e fino ad oggi vittorio sa) verità politica. Lo stesso interesse non si vede perché non debba averlo l’associazione dei parenti delle vittime.

Nel processo di cui sto parlando ha avuto un ruolo preponderante rispetto ad altri parti, e alla fine decisivo. La narrazione storico – politica di cui i giudici hanno ampiamente intessuto le motivazioni della sentenza è per lo più modellata sulle analisi di questo organo privato di cittadini colpiti negli affetti. Nessun risarcimento potrà farne scemare l’inaudita sofferenza.

Dall’impostazione del processo e dall’esito finale sulla strage del 2 agosto a dissentire sono stati diversi giornalisti, saggisti e storici. Provo a citarli precisando che non solo lavorano in autonomia l’uno dall’altro, ma non sono rubricabili come membri di una sorta di collettivo di storici: Lorenza Cavallo, Valerio Cutonilli, Luigi Manconi, Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro, Paolo Persichetti, Rosario Priore, Andrea Romano, Vladimiro Satta, Vincenzo Vinciguerra, eccetera.

Non hanno taciuto differenze, anche molto sensibili, di opinioni e di valutazione sia delle indagini sia sull’approccio storiografico.

Agli inquirenti non ne è mai importato nulla.

Chi studia e scrive fa parte di un microcosmo della cui esistenza i giudici togati, salvo qualche eccezione, non si accorgono, anche se hanno in comune di avvalersi degli stessi metodi e fonti.

Penso che tutti abbiano cercato di rendere pubbliche le proprie opinioni, salvo renderai conto che i giornalini e i giornaloni (da Il Fatto Quotidiano a La Stampa e da Il Corriere della Sera e a La Repubblica) hanno preferito assegnarsi un ruolo di spettatori plaudenti, a volte mesto o solo semplicemente ipocrita. Non diversamente dalla stampa di destra che, però, non vedeva l’ora di porre fine al rito funebre, cioè di liberarsi del disagio di avere avuto più di un legame con gli imputati condannati a Bologna.

Il processo ha avuto fin dall’inizio un andamento e un’evoluzione finale in cui la mole degli indizi non ha mai lasciato scaturire la pistola fumante di prove indiscutibili. Ciò vale per chi ha privilegiato la pista neo-fascista come per chi ha indicato l’eventuale responsabilità di libici e palestinesi.

Il dibattito tra gli esponenti dell’una e dell’altra tesi invece di essere di carattere reciprocamente esecratorio dovrebbe essere volto a capire anzitutto se la documentazione di cui i gli inquirenti si sono avvalsi è completa, esaustiva.

Espongo di seguito qualche dubbio nella speranza che sia meritevole di qualche considerazione.
Nella grande quantità di carte del Sismi (il nostro servizio segreto militare) desecretate per il venir meno o l’accorciarsi (come ha deciso saggiamente la premier Giorgia Meloni) dei vincoli temporali del segreto di Stato si può rilevare un vuoto rilevante: dal 2 luglio al 23 settembre 1980.

Questo squarcio è altamente significativo.

Concerne un periodo drammatico, il peggiore del Novecento italiano, in cui hanno avuto luogo episodi gravissimi. Avrebbero potuto incrinare la stessa tenuta del regime repubblicano.

Mi riferisco all’inabissamento-con un’ecatombe di morti – nel mare di Ustica – del DC 9 partito da Bologna e diretto a Palermo; all’azione dell’Italia (tramite il sottosegretario agli Esteri Giuseppe Zamberletti) per riscattare Malta strappandola al controllo avvolgente, di tipo imperiale, della Libia; alla crisi della Fiat salvata dall’immissione di cospicue risorse operata dal Colonnello Gheddafi; alle allucinanti stragi di Bologna e di Brescia, fino al novembre 1979 con l’incrinarsi – mediante minacce, purtroppo andate a segno, da parte di George Habbash volte a colpire vittime innocenti, cioè la stessa popolazione civile – dei rapporti col terrorismo del FPLP (una cellula dell’Olp di Arafat), da parte dei nostri servizi segreti (Sismi) e dello stesso governo.

Su questo periodo infernale disponiamo purtroppo di una documentazione parziale, inadeguata. Intendo dire che le carte disponibili sono vistosamente insufficienti a produrre – a parte proclami, collegamenti spericolati e irrefrenabili fantasie – pronunciamenti giudiziari che non siano folate di indizi e sacchi di dossier trasbordanti di congetture.

Anche grazie alla disorganicità con cui è stata gestita, una studiosa indipendente come la Dott.sa Giordana Terracina in questo agosto 2023 ha potuto rilevare su Start Magazine quanto segue: cioè che

“oggi in ACS (Archivio Centrale dello Stato) non ci sono documenti sull’attività del Sismi tra il 2 luglio e il 23 settembre 1980, accomunati dal fatto di essere stati coperti dal segreto di Stato fino al 28 agosto 2014 e custoditi fuori dall’ACS, dove probabilmente il resto dei fascicoli è rimasto”.

Chi è responsabile della selezione dei documenti che sono stati in così malo modo versati?

E’ opera della totale autonomia nella gestione, selezione e conservazione della documentazione di cui hanno fruito, e si sono avvalsi, non saprei dire quanti ministeri (Interni, Difesa, Esteri, Giustizia eccetera) di concerto col Comando generale dei Carabinieri.

Hanno voluto fare di testa loro, grazie all’incapacità della politica di esercitare una guida e un controllo. Pertanto hanno proceduto a delle de-classifiche per nulla concordate.

Con chi, domine Dio, se non con le istituzioni che hanno una competenza specifica, come la Commissione di sorveglianza sugli archivi e la Direzione generale degli archivi che normalmente ha titolo per approvarle.

Giordana Terracina ne trae l’unica conclusione possibile:

“Nella declassifica gli Archivi di Stato, non sono entrati in nessun modo nell’individuazione della documentazione oggetto delle Direttive (dei governi Renzi, Draghi e Meloni). Di conseguenza, non avendo accesso diretto ai titolari, ai repertori dei fascicoli e ai registri di protocollo, oggi è impossibile verificare l’integrità delle unità archivistiche”.

Dunque, i magistrati – e gli stessi ricercatori soi-disant reclutati dalle parti in causa nei processi -hanno lavorato, prendendoli per buoni (cioè convincenti), su materiali non integri, parziali.

Che cosa cambia, e accade, con la legge 124/07 – che riforma la precedente 801/77 – varata dal governo Prodi?

Diciamo in estrema sintesi le seguenti cose: muoiono  SISDE e SISMI e prendono vita al loro posto, per assicurare il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica,  AISE (per i servizi esterni)e AISI (per quelli interni) posti sotto l’alta  Direzione del Presidente del Consiglio (il DIS), che nel 2007 era Romano Prodi; le 195 informative entrano a far parte di un unico  elenco; le agenzie di sicurezza versano le proprie carte direttamente all’Archivio Centrale dello Stato; viene preservata l’integrità del fascicolo con l’obbligo della conservazione permanente della documentazione dei Servizi e l’obbligo di renderla  consultabile, presso l’ACS, ai ricercatori di storia.

Che cosa farne derivare per le vicende prima descritte del nostro paese?

La Terracina è esplicita:

“In questo quadro dai contorni così sfumati, di fronte all’evidenza di una difficile (se non impossibile…) certezza circa il contenuto dei faldoni e i ruoli dei protagonisti, bisogna chiedersi come sia possibile proclamare con assoluta certezza che nelle carte non c’è nulla da scoprire”.

Si possono fare i nomi dei magistrati e degli avvocati che hanno ripetutamente fatto ascoltare questo vecchio refrain. Mi pare preferibile insistere chiedendo quel che la sentenza della Corte di Bologna non ha ancora spiegato: perché il generale Carlo Alberto Della Chiesa, occupandosi del terrorismo internazionale e del traffico di armi, si era intestardito a seguire ogni passo di Abu Saleh Anzeh, cioè un esponente delle cellule armate del FPLP che abitava Bologna, era legato a Carlos e al colonnello Stefano Giovannone? 

Gli studiosi del caso Moro immagino vorranno sapere, e capire, di più sul manoscritto trovato addosso al brigatista rosso Giovanni Senzani al suo arresto. Al pari della Dott.sa Terracina, vorranno chiedere ai giudici di spiegare il significato di quel che si leggeva in tale appunto, cioè che Arafat, leader indiscusso dell’OLP, riferendosi «agli ultimi attentati gravi in Europa (Sinagoga, Bologna e Trieste)», aveva detto che andavano letti in chiave internazionale, come tentativo dell’URSS «di far saltare questa politica europea».

Tutti, invece, si chiedono che cosa contengano le informative sul rapporto SISMI-OLP inviate a Roma dal colonnello Stefano Giovannone riguardanti la strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Poiché le carte relative non ci sono (ancora) pervenute, dobbiamo davvero dedurne che non ha senso discutere della pista palestinese e del “lodo Moro”, cioè dei rapporti dell’Italia col terrorismo e il traffico di armi di cui per molti anni il nostro paese è stato teatro?

Non posso credere che i magistrati di Bologna non sentano stringente la responsabilità di indagare ancora, e che il capo dello Stato Sergio Mattarella non intenda sollecitarli in qualche modo a riaprirle.

Non si deve avere timore, se si è di cultura liberale e non fascista o comunista, di riformare eventualmente una sentenza fondata su troppi indizi e poche prove a carico di una manica di killer fascisti (rei confessi spesso) dediti alla più efferata e ripugnante criminalità politica.


Un quadro giudiziario ancora in movimento 43 anni dopo la strage

Processo-mandanti”: la storia non si fa con le bolle

Vladimiro Satta
Storico contemporaneista e documentarista del Servizio Studi del Senato della Repubblica

Attualmente (estate 2023) il quadro delle conoscenze sulla strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980 è in movimento, sia sotto il profilo giudiziario che sotto il profilo storico.

A livello giudiziario sono in corso due distinti procedimenti giunti entrambi alle soglie della fase di secondo grado:

l’uno contro il neofascista Gilberto Cavallini il quale trascorse insieme ai condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini le giornate tra fine luglio e primi di agosto del 1980,

l’altro formalmente contro il vivente Paolo Bellini, all’epoca dei fatti giovane latitante sotto falsa identità e asseritamente in stazione a Bologna la mattina della strage, ma sostanzialmente mirato contro i suoi presunti mandanti.

A livello di ricostruzione storica, intanto, ci sono sviluppi in due direzioni diverse:

l’una portata avanti in tribunale, la quale inserisce la strage del 2 agosto 1980 nel contesto della cosiddetta “strategia della tensione” e assegna un ruolo da principale protagonista al capo della loggia massonica P2, Licio Gelli,

l’altra invece orientata verso la crisi del “lodo Moro” iniziata nell’autunno 1979 e verso le conseguenti minacce indirizzate dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) contro l’Italia nei mesi del 1980 che precedettero l’eccidio, suggerita da evidenze che finora hanno trovato poco o nullo spazio in sede processuale.

Essendo impossibile esaminare in maniera approfondita nello spazio di un articolo l’insieme delle questioni aperte -e rimandando il tentativo a future occasioni- qui mi limiterò a scrivere del singolare rapporto tra inchiesta giudiziaria e ricerca storica che si va delineando a Bologna.

Come si può immaginare, in quest’ottica fisserò l’attenzione soprattutto sul “processo-mandanti”, che più del processo Cavallini si richiama alla storia, senza peraltro perdere di vista quest’ultimo.

Adotto la denominazione “processo-mandanti” anziché “processo Bellini” non soltanto perché la prima è diventata presto di uso comune, ma anche perché è la sentenza di primo grado, redatta dai giudici Cenni e Caruso, ad affermare la priorità della ricerca dei mandanti: senza

Gelli, Ortolani, D’Amato, Tedeschi come mandanti-organizzatori-finanziatori dell’azione specificamente contestata al Bellini e agli altri imputati e condannati (…) la strage, alla cui esecuzione Bellini ha partecipato, non ci sarebbe stata o non si sarebbe realizzata nei tempi, nei modi e nei luoghi in cui ebbe effettivamente corso; diventa quindi essenziale ricostruire il contesto in cui l’imputato ha agito e cosa emerge a carico dei “mandanti”

si legge a pagina 97.

Addirittura, ne va della solidità di tutto l’impianto accusatorio in base al quale nel corso del tempo, a partire da metà anni Novanta, sono stati condannati con sentenza definitiva i neofascisti dei NAR Fioravanti, Mambro e Ciavardini nonché in primo grado Cavallini, perché il loro movente finora è apparso estremamente debole. Sebbene “molti osservatori (…) si acquiet[i]no all’idea dell’assenza di certezza sui mandanti e sul movente, dell’inspiegabilità della strage in un panorama internazionale nel 1980 diverso da quello del 1969 e del 1974” e ci si rifugi nella tesi della

“azione autoreferenziale: il terrorismo indiscriminato come forma di propaganda e di mobilitazione (…) Anche questo movente non [è] convincente, al limite [dello] irrazionalismo puro”1

Il “processo-mandanti”, in fondo, nasce da qui: è “comprensibile” che

“anzitutto le vittime e le loro associazioni ma anche espressioni di società civile, operatori dell’informazione, studiosi e ricercatori in questi quaranta anni si siano fatti carico di indagini e ricerche private, portandole poi al vaglio dell’unica istanza tenuta a dare risposte convincenti e soddisfacenti, l’autorità giudiziaria”2 .

Ricostruire oggi il contesto di una vicenda del 1980 di grande rilievo, che ha dolorosamente segnato la vita pubblica e la memoria collettiva oltre che le vittime e i loro congiunti, richiede conoscenze storiche e relativi apporti da parte di esperti. Dunque, occorre disegnare un quadro che, per grandi linee, rispecchi lo stato attuale degli studi storici, ivi compresa la pluralità di interpretazioni. Bisogna individuare con criterio una rosa di studiosi e di opere di cui tenere conto. Se ci si confina in una bolla, dove circolano testi e studiosi tutti (o quasi) appartenenti al medesimo indirizzo storiografico, la pluralità manca e il quadro è arbitrario, nonché probabilmente alterato dalla scelta non ponderata dei contributi da acquisire. La sentenza di primo grado del “processo-mandanti” ha saputo tenere conto adeguatamente del panorama degli studi nonché della varietà degli orientamenti in materia, oppure ha nettamente privilegiato uno solo di questi ultimi a scapito degli altri, chiudendosi in tal modo in una bolla? I metodi seguiti nell’introdurre le scienze storiche nel “processo-mandanti” hanno influito sul giudizio? Se sì, in quale maniera? Questi sono gli interrogativi, che ritengo di importanza determinante, cui tenterò di dare risposta analizzando la sentenza stessa.

*****

I presenti e gli assenti

Come è stato affrontato il compito di acquisire competenze storiche da riversare nel giudizio? I giudici si sono astenuti dal disporre ufficialmente alcuna perizia. A pagina 100, spiegano di avere agito

“nella consapevolezza che la letteratura storico-scientifica” sui temi in questione “è ormai di tale ampiezza ed è giunta a conclusioni convergenti (…) da potersi sostituire la perizia con l’acquisizione di pubblicazioni di carattere storico”.

E’ una motivazione che stupisce, non soltanto in quanto l’ampia letteratura storico-scientifica preesistente non era affatto focalizzata sull’imputato, il vivente Bellini, e nemmeno sull’ipotesi che i mandanti si identifichino nel perimetro Gelli-Ortolani-D’Amato-Tedeschi, ma anche e soprattutto per l’asserzione che essa sarebbe “giunta a conclusioni convergenti”. Tale asserzione, peraltro, viene contraddetta dalla sentenza stessa, poche pagine più avanti.

A pagina 106, infatti, i giudici si mostrano edotti dell’esistenza di rilevanti differenze interpretative tra gli studiosi e affermano perciò che “in un certo senso il giudice (…) è chiamato a prendere posizione anche nel dibattito fra gli storici”. In nota, sempre a pagina 106, si richiama “come esempio noto a questa Corte” di visioni differenti concernenti “i fatti i cui dobbiamo occuparci (…) la diversa opinione del consulente tecnico della Procura generale, prof. Giannuli (autore di molteplici testi tra cui “La strategia della tensione“, 2018, e “Bombe a inchiostro”, 2008) e quella del prof. Vladimiro Satta (“I nemici della Repubblica“, 2016) anch’egli consulente della Commissione parlamentare sulle stragi”.

A parte la sciatteria denotata dalle imprecisioni nelle due righe che mi riguardano3, il punto è che il lettore si aspetterebbe allora che Giannuli e io -e i nostri rispettivi lavori- ricevessimo spazio più o meno equivalente nel prosieguo delle motivazioni della sentenza, fatta salva la piena libertà del giudice di aderire all’una o all’altra impostazione (o magari a nessuna delle due). Invece no. Giannuli, che era stato citato già cinque volte nelle pagine precedenti, viene menzionato altre centoquattro volte e alle sue tesi sono dedicate pagine e pagine: io e I nemici della Repubblica,zero. Sia ben chiaro che non è un problema personale né tanto meno un’auto-candidatura per i futuri sviluppi del processo: i giudici avrebbero potuto benissimo rivolgersi ad altri studiosi e valutare altre opere vicini alle tesi mie piuttosto che a quelle di Giannuli.

Non avrebbero avuto che l’imbarazzo della scelta.

Per fare solo un minimo di esempi (e sperando che non si offendano coloro che non citerò per evitare di appesantire troppo l’esposizione), in tema di strategia della tensione avrebbero potuto interessarsi alle riflessioni di Giovanni Sabbatucci nel volume Miti e storia dell’Italia unita (Il Mulino, 1999) o alla monografia di Massimiliano Griner Piazza Fontana e il mito della strategia della tensione (Lindau, Torino 2011), o a quella di Gianni Oliva Anni di piombo e di tritolo 1969-1980 (Mondadori, Milano 2019), oppure ancora a quella di Juan Avilés Farré La estrategia de la tensión: terrorismo neofascista y tramas golpistas en Italia, 1969-1980, edita in lingua spagnola nel 2021 e in lingua inglese (prossimamente anche in lingua italiana). Tutti totalmente assenti dall’orizzonte della Corte, invece.

Giannuli è indubbiamente uno degli storici cui rivolgersi in tema di stragismo, di golpismo dei cosiddetti “anni di piombo e di tritolo”, di cosiddetta “strategia della tensione”, di servizi segreti. Tuttavia non va perso di vista che i “fatti di cui dobbiamo occuparci” consistono innanzi tutto nell’esplosione del 2 agosto 1980, la quale non è oggetto dei volumi La strategia della tensione e Bombe a inchiostro e neppure di altri dello stesso Giannuli. Inoltre, poiché si punta il dito contro Licio Gelli e la loggia P2, va attenzionata anche quest’ultima specifica tematica, rispetto alla quale Giannuli ha una certa competenza ma non è esattamente uno specialista. Di fatto, la Corte non si è fermata a Giannuli, giustamente. Chi sono dunque gli altri studiosi consultati e/o ascoltati, in quale misura ci si è avvalsi di loro, come e da chi sono stati selezionati?

Un altro storico chiamato in causa dalla sentenza Cenni-Caruso è Angelo Ventrone, in qualità di curatore del volume collettaneo L’Italia delle stragi. Le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati (Donzelli, Roma 2019)e di autore del libro La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento (Mondadori, Milano 2019). Anche Ventrone è certamente uno storico da prendere in esame ai fini di uno studio di eversione e stragismo in Italia. Nella sentenza Cenni-Caruso egli è citato appena due volte, a pagina 147 e nelle pp. 159-162. La prima di queste menzioni vale molto, però, in quanto la Corte dichiara di avere nei suoi confronti “un debito di riconoscenza perché la lettura della sua recente opera “La strategia della paura“, 2019, ha consentito di individuare un utile filo rosso nella lettura della massa degli atti processuali, permettendone un’ulteriore rielaborazione alla ricerca della causale della strage del 2 agosto 1980”.

Non è esplicitato, nella sentenza, quale sia il “filo rosso”. Tuttavia, la lettura de La strategia della paura permette di rispondere. L’autore innalza l’anticomunismo ad entità metastorica che attraversa le epoche nonché rivolgimenti nazionali e internazionali di ogni tipo (cfr. la Introduzione e passim) e, con riferimento agli anni Settanta italiani, teorizza che “l’obbiettivo primario” delle trame eversive e delle stragi fosse “manipolare i comportamenti delle masse popolari” alimentando “mille sospetti” sulla matrice di quei crimini (pp. 7, 89-90, 93) e creando in tal modo

“una grande confusione in cui le responsabilità ricadono sulla sinistra, ma forse anche sulla destra, sui neofascisti ma forse anche sugli anarchici o sui marxisti-leninisti” (pp.10-11)4.

Siamo sicuri che un simile pateracchio riscuota largo consenso fra gli storici? Il giudice ha tutto il diritto di aderire senza riserve agli schemi di Ventrone, ma se lo avesse fatto all’esito di una disamina critica di essi e delle naturali obiezioni che suscitano, la sua scelta sarebbe stata formalmente ineccepibile, mentre così come si presenta fa pensare che questo consenso sia effetto di una specie di bolla che limita la visuale.

Ulteriori perplessità circa il valore assegnato dai giudici di primo grado a La strategia della paura derivano dal dato oggettivo che il volume si ferma a fine 1974 e accenna fugacemente alla strage del 2 agosto 1980 in pochissime righe nelle ultime tre pagine, sicché il suo contributo “alla ricerca della causale” della strage è scarsissimo, a meno che non si dia per scontato che tale causale si riallacci agli anni che vanno dall’inizio del Novecento al 1974, una tesi cronologicamente bizzarra che sarebbe tutta da dimostrare.

Allora perché assumere come “filo rosso” questo libro piuttosto che i libri di altri autori (tra cui lo stesso I nemici della Repubblica) che, se non altro, coprono il 1980 e che al contrario i giudici non citano né discutono? Forse che Ventrone nel 2019 si era confrontato approfonditamente con le opere precedenti e aveva reso così superflua analoga operazione da parte della Corte? No, perché Ventrone le ha ignorate completamente.

E allora perchè? La Corte non sapeva de La estrategia de la tensión: terrorismo neofascista y tramas golpistas en Italia, 1969-1980? Né Giannuli né altri esperti convocati in dibattimento o altrimenti interpellati l’hanno informata? Per giunta, non risulta neppure che la Corte si sia premurata di acquisire registrazioni e trascrizioni delle rare occasioni di dibattito cui Giannuli e/o Ventrone abbiano partecipato insieme a studiosi in dissenso da loro5 né che, avendo magari ritenuto insufficienti i materiali disponibili, abbia disposto essa stessa nuovi confronti ad hoc, diretti o indiretti (ad esempio, questionari, come una volta fece la Commissione Stragi tra i suoi consulenti). Anche questo fa temere che la Corte sia intrappolata all’interno di una bolla.

A pagina 161, gli estensori della sentenza di primo grado del “processo mandanti” abbinano il professor Ventrone al fascista autore della strage di Peteano (31 maggio 1972): premesso che si sentono ispirati dalla “acuta chiave di lettura” di stragi e piani eversivi proposta da Ventrone, i giudici “considera[no] come elemento consonante la testimonianza di Vincenzo Vinciguerra”.

Per chi non lo sapesse Vinciguerra, il quale dopo Peteano si rifugiò per anni in Spagna dai suoi camerati che già si erano posti sotto la protezione del regime franchista, nel 1979 tornò in Italia e si costituì, nel 1984 si assunse la responsabilità dell’attentato di Peteano e da allora cominciò a fornire una sua interpretazione la quale mira a

“dimostrare che la linea stragista non è stata seguita da alcuna formazione di estrema destra in quanto tale, ma soltanto da elementi mimetizzati, ma in realtà appartenenti ad apparati di sicurezza o comunque legati a questi” e aveva lo scopo di “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare il potere politico”6.

Tale ricostruzione, che indica come mandanti delle stragi lo Stato e i governanti dell’epoca anziché i fascisti, ha fatto di Vinciguerra l’idolo dei dietrologi di ogni colore politico, al punto che nel 2022 Gianni Barbacetto de Il Fatto Quotidiano ha lanciato la proposta di graziare l’ex-terrorista7.

E’ notorio che alcuni, invece, hanno sollevato una serie di interrogativi sulla ricostruzione dei fatti e sulla condotta di Vinciguerra. In questo gruppo ci sono tra gli altri lo stesso giudice Felice Casson (poi senatore Pd) che raccolse la confessione di Vinciguerra e lo studioso Franco Ferraresi8, cui recentemente si è aggiunto Paolo Morando, autore di una biografia di Vinciguerra, il quale ha rilevato ulteriori incongruenze tra parole di Vinciguerra e fatti accertati9. I giudici del “processo-mandanti”, tuttavia, manifestano a più riprese un’opinione elevatissima di Vinciguerra e della sua attendibilità, senza traccia delle criticità esposte dal loro ex-collega Casson e dagli altri autori citati, e anzi aggiungono che “sul valore giudiziario e storico” dei contributi dello stragista “sentenze, storici e analisti generalmente concordano” (sentenza, pp. 100, 198 e passim). Di nuovo, l’effetto-bolla si fa sentire, dunque, inducendo i giudici del “processo-mandanti” a dare a Vinciguerra enorme fiducia nonostante tutte le evidenze che suggerirebbero il contrario.

L’autorevolezza conferita al fascista stragista, accostato al professor Ventrone e citato molto di più e molto più a lungo dell’accademico -ovvero ben 471 volte, cioè più di Giannuli e Ventrone messi insieme- dà la misura di dove si possa arrivare lungo la strada della sostituzione degli storici e delle loro competenze con personaggi di altra estrazione, della cui superiore competenza in materia di storia si fa garante la Corte.

Beninteso, i panegirici in onore di Vinciguerra non significano che i giudici abbiano simpatie per i fascisti stragisti. Nella sentenza, anzi, si trovano elogi di una realtà nata all’estrema sinistra, la cosiddetta controinformazione, fino all’immedesimazione tra controinformazione e autorità giudiziaria:

“È singolare come l’azione dell’autorità giudiziaria abbia finito con l’essere controinformazione” (p. 858).

Ebbene sì, è singolare.

Piuttosto che di inclinazioni politiche, dunque, potrebbe trattarsi di inclinazione alla dietrologia. A pagina 1.031 si trova un indizio in tal senso:

“la nozione teorica di Stato profondo o doppio Stato (…) è una nozione che legittima indagini e ricerche che scrivono storie diverse da quella ufficiale, tacciate di “complottismo”“.

“tutti i depistaggi che hanno contraddistinto le stragi e i delitti “eccellenti” avvenuti in Italia, ed altresì le ‘provocazioni’ ad hoc, costituiscono un’altra prova dell’esistenza in Italia del cd. deep State, ossia un insieme di organismi militari, economici, politici, associativi, più o meno legali, dalla contiguità più o meno sommersa, e trasversali, che condizionano in modo occulto le strategie di potere, servendosi degli organi rappresentativi come schermo” (ivi, p. 1775).

Oltre a Giannuli e a Ventrone (nonché a Vinciguerra) nel “processo-mandanti” sono stati menzionati e in qualche caso convocati in udienza anche altri autori di varia estrazione, ma -ad eccezione di Giacomo Pacini e con le stringenti limitazioni applicate al suo contributo indiretto, che saranno illustrate più avanti-, nessun appartenente alla categoria degli storici13.

La rosa dei prescelti desta perplessità, quindi, e per giunta la sentenza non fa luce sui criteri secondo i quali, tra i non-storici, siano rimasti esclusi anche personaggi esperti almeno quanto gli inclusi. Tra le esclusioni spicca quella dell’ex-magistrato Rosario Priore, parente di una vittima (un cugino) e perciò sempre interessatosi alla strage di Bologna, il quale tra l’altro è coautore del volume I segreti di Bologna (Chiarelettere, Roma 2016) insieme all’avvocato Valerio Cutonilli, a sua volta autore di ulteriori contributi sull’argomento, assente anche lui. Esclusi pure i consulenti della Commissione Parlamentare sul dossier Mitrokhin della legislatura XIV Lorenzo Matassa (magistrato) e Gian Paolo Pelizzaro (quest’ultimo, già consulente della Commissione Stragi nella legislatura XIII), i quali si occupano della strage di Bologna da decenni e tutt’oggi continuano a farlo. Mancano all’appello gli autori di un libro assai documentato, Dossier strage di Bologna (Giraldi, Bologna 2010), Gabriele Paradisi e Francois de Quengo de Tonquédec (insieme al già citato Pelizzaro). E manca l’ex-Presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, il cui intervento -che era stato richiesto dalla difesa dell’imputato Bellini– avrebbe potuto forse incidere sull’intero processo, considerato che la sentenza attribuisce alla Stragi tesi che vengono definite “inappagant[i]” e che sono innegabilmente diverse da quelle della Corte, le quali vengono rifiutate ma non confutate (p. 483).

Fin qui si può affermare, pertanto, che il ricorso agli storici sia stato davvero minimo e neppure tanto centrato sulla strage del 1980, quasi che la preoccupazione maggiore fosse quella di ricollegarla ad eventi di anni prima. Non si è andati in cerca di storici che abbiano ricompreso la strage del 2 agosto all’interno dei loro lavori, fosse pure all’interno di opere di più vasto respiro e che magari, proprio per questo, avrebbero potuto aiutare i giudici a stimare correttamente l’impatto della tragica vicenda bolognese sulla storia generale del Paese. E’ il momento, adesso, di verificare come la bibliografia acquisita al “processo-mandanti” abbia supplito alle carenze evidenziate finora.

Il compendio probatorio bibliografico

Una bibliografia è stata sì messa insieme dalla Corte, ma lungi dall’essere ricca, pluralista e pressocché esauriente così come sembrerebbe indispensabile anche alla luce della volontaria rinuncia ad una perizia, essa non corrisponde affatto ai criteri anzidetti. Riportiamola testualmente, dalle pp. 146-147 della sentenza:

“ I volumi che fanno parte del compendio probatorio, da considerarsi processualmente come letteratura scientifica a supporto delle consulenze tecniche sono i seguenti:

1. L ‘uomo nero e le stragi (G. Vignali) *

2.Alto Tradimento (Beccarai, Marcucci, Nunziata, Bolognesi) *

3.La Strage di Bologna in quaranta brevi capitoli (L. Grassi)*

4.L’Italia Occulta (G. Turone) *

5.Il Boss (G. Turone) *

6.Il caffè di Sindona (G. Turone) *

7.Italicus (Bolognesi, Scardova)

8.Stragi e mandanti (Bolognesi, Scardova)

9.Abbiamo ucciso Aldo Moro (E. Amara) *

10. Berlinguer deve morire (Sofia) *

11. La spia intoccabile (G. Pacini) *”15.

Ad eccezione de La spia intoccabile di Giacomo Pacini, -che merita un discorso a parte e su cui tornerò più avanti- gli altri dieci libri (appena dieci!)

“recano la firma non di storici di professione, ma di giornalisti e magistrati che hanno approfondito i temi trattati. Sappiamo” -proseguono i giudici- “che la ricerca storica contemporanea molto deve a giornalisti appassionati che si rivolgono all’indagine sui fatti, prima di passare il testimone agli storici per l’analisi dei dati, la verifica di attendibilità, i riscontri, l’interpretazione” (p. 147).

Dunque, giornalisti appassionati ed ex-magistrati a riposo sono stati assunti come autorità in materia di storia e messi al posto degli storici, nonostante la sentenza stessa riconosca che ai lavori dei sostituti manchino “l’analisi dei dati, la verifica di attendibilità, i riscontri” che spettano agli storici.

Ben vengano i contributi di tutti, naturalmente, ma affidare a giornalisti appassionati e magistrati in pensione la funzione degli storici è aberrante, e viola l’impostazione metodologica cui la Corte si era impegnata a pagina 100. Ricostruire il contesto storico in questo modo sarebbe come fare il programma televisivo MasterChef con i giornalisti al posto dei cuochi oppure Ballando sotto le stelle con i pubblici ministeri a riposo al posto dei ballerini.

Facendo attenzione ad altri aspetti della lista di volumi che compongono “il compendio probatorio”, si nota che alcuni titoli non c’entrano assolutamente nulla con la strage di Bologna e nemmeno con altri attentati: ad esempio, Berlinguer deve morire riguarda un incidente stradale capitato in Bulgaria nel 1973, e tentare di sostenere l’attinenza alla strage di Bologna de Il caffè di Sindona, di Abbiamo ucciso Aldo Moro nonché della biografia del mafioso Luciano Liggio intitolata Il Boss sarebbe arduo (tentativo che i giudici del “processo-mandanti” non fanno per niente). Inoltre, su undici titoli, ce ne sono tre prodotti da una delle parti civili, cioè l’Associazione Familiari delle Vittime presieduta da Paolo Bolognesi: Alto tradimento, Italicus, Stragi e mandanti16.

Sono libri che era opportuno acquisire, evidentemente, ma è altrettanto evidente che sono libri di parte e che perciò sarebbe stato altrettanto opportuno un bilanciamento con libri di altro orientamento, ma il bilanciamento non c’è stato.

Altri tre dei volumi elencati sono dell’ex-magistrato Giuliano Turone che la Corte ha ascoltato come testimone: con tutto il rispetto che il personaggio merita, sarebbe stato più sensato dare la priorità a libri di autori i quali non hanno partecipato al processo né come periti, né come testimoni. Primi fra tutti, autori che sono scomparsi, quali l’intellettuale di area socialista Giorgio Galli, che si è occupato del presunto mandante della strage, Licio Gelli, proprio in relazione alla strage di Bologna. Documentiamo quindi cosa scrisse Galli nella sua monografia La venerabile trama. La vera storia di Licio Gelli e della P2 (Lindau, Torino 2007):

“la P2 era soprattutto una camera di compensazione di grandi affari (sovente illeciti) … il suo impatto sulle vicende politiche, esplicite o occulte, era tutto sommato modesto” (p. 77)

“era soprattutto una camera di compensazione per affari più o meno leciti e non un’agenzia golpista” (p. 133)

“è ipotizzabile che la strage di Bologna del 2 agosto sia stata organizzata per destabilizzare la situazione al punto che il testo fatto pubblicare da Gelli sul Corriere [intervista datata 5 ottobre 1980] possa essere visto come il preannuncio di una scolta autoritaria? E che quindi alla Massoneria possa essere fatta risalire la responsabilità di quella strage, come premessa della svolta? Credo che si possa rispondere con sicurezza di no” (p. 86)

“tra l’estate e l’autunno del 1980 (…) provocare una strage (la maggiore tra tutte), attribuibile alla destra, era inutile; e addirittura poteva giovare alla sinistra e al PCI, come era accaduto dopo le stragi di Brescia e di Bologna del 1974” (p. 88)

Frasi significative, tanto più che vengono da uno studioso il quale, a pagina 79 del medesimo volume, ricordava di essere stato “il primo politologo italiano, sin dagli anni ’70, a mettere in luce i soggetti occulti che influivano sul sistema politico”.

Per inciso, in tema di massoneria e storiografia, la Corte del “processo-mandanti” ha ascoltato la dottoressa Piera Amendola che negli anni Ottanta fece parte dello staff della Commissione guidata da Tina Anselmi, e ha fatto bene, ma sfortunatamente ha fatto a meno della voce e le opere di uno studioso quale Aldo Alessandro Mola, notoriamente assai divergenti dagli indirizzi della relazione di maggioranza prodotta dall’organismo parlamentare (e della Amendola, la quale li porta avanti).

E’ un nuovo indizio di unidirezionalità cui se ne può aggiungere un altro ancora più vistoso: la liquidazione delle sentenze dell’autorità giudiziaria la quale, come è risaputo, smentì che Gelli e la P2 coltivassero progetti politici eversivi come invece sostenne la maggioranza della Commissione di natura politica.

La conclusione giudiziaria sulla natura e le attività della P2 è considerata dalla Corte del “processo-mandanti” “inutilizzabile” perché, “benché passata in giudicato, ricevette numerose e puntuali critiche”. Insomma, le critiche imprecisate mosse da non si sa chi fanno premio sulle sentenze definitive dei predecessori dei giudici odierni. Viceversa, non vi è un cenno alle critiche mosse alla Commissione Anselmi da qualificati storici come Piero Craveri17. Siamo di fronte ad uno scenario che somiglia in maniera preoccupante a quella che gli epistemologi definiscono camera dell’eco18.

***

Chiudendo la parentesi sul rigetto della sentenza giudiziaria definitiva riguardante gli obbiettivi della P2 e tornando alla storiografia, Avilés Farré, che era vivo all’epoca dell’annuncio della sentenza di primo grado del “processo-mandanti”, è purtroppo entrato nella schiera dei deceduti nella prima metà del 2023. Resta la sua opera dove egli, pur dichiarandosi convinto della colpevolezza dei fascisti dei NAR, reputa Gelli un capro espiatorio e, dunque, respinge la tesi centrale della sentenza di primo grado del “processo-mandanti”19. Giova ribadire che il punto, adesso, non è se Galli e Avilés Farré avessero visto giusto o sbagliato: è che i giudici hanno proprio ignorato loro e tutti gli altri che la vedono più o meno come loro, dando sostanzialmente per indiscusso ciò che non soltanto è discutibilissimo, ma che è anche pesantemente criticato al di fuori della bolla dietrologica che pare avere inghiottito la Corte.

Un altro dei libri invece elencati dalla sentenza Cenni-Caruso, Berlinguer deve morire, che è uno dei più eccentrici in una bibliografia assemblata in funzione di un processo sulla strage di Bologna, potrebbe essere tralasciato se non fosse che la sua menzione aiuta a fare luce sull’approccio dei giudici bolognesi di fronte alle dietrologie. La Corte, infatti, recepisce in toto la tesi degli autori, -secondo cui l’incidente stradale dal quale Enrico Berlinguer uscì scosso ma quasi illeso sarebbe stato in realtà un attentato dissimulato perpetrato dai Paesi del Patto di Varsavia contro di lui-, pur sapendo che gli ex-dirigenti del Pci non credono a questa ricostruzione (lo scrivono a p. 162 della sentenza); in altri termini, neppure questa consapevolezza ha indotto la Corte ad allargare la visuale. Se si fosse affacciata all’esterno della bolla e si fosse addentrata nel campo della storiografia, la Corte avrebbe immediatamente scoperto, quanto meno, il mio saggio monografico “Berlinguer in Bulgaria 3 ottobre 1973: incidente o attentato?”, pubblicato dalla rivista di fascia A Ventunesimo Secolo nel fascicolo 2019/45, che contesta radicalmente l’ipotesi dell’attentato (e, proseguendo, magari avrebbe pure reperito il confronto tra Fasanella e me su “Radio Radicale” registrato il 17 marzo 2021).

Venendo ora a Giacomo Pacini e alla sua biografia di Federico Umberto D’Amato intitolata La spia intoccabile, c’è da compiacersi del riferimento ad uno studioso assai stimabile. Il personaggio studiato, D’Amato, è ritenuto dai giudici “figura che si colloca sostanzialmente su un piede di parità con Gelli” (p. 963), dunque importantissima. Il compiacimento, però, si trasforma in disappunto quando si va a vedere in quale misura e in quale modo la Corte si è avvalsa della competenza di Pacini.

La prima considerazione è che Pacini, a differenza dell’altro esperto consultato per D’Amato che è Giannuli, non è stato chiamato ad esprimersi in udienza; la seconda, è che nelle 1.714 pagine della sentenza Pacini è stato citato soltanto undici volte, a fronte delle decine e decine di citazioni di Giannuli; la terza, forse la più importante, è che dall’opera di Pacini i giudici hanno tratto qualcosina a proposito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana, sulla spregiudicatezza di D’Amato e poco altro, trascurando completamente le osservazioni dell’autore circa le accuse mosse a D’Amato per la strage di Bologna. Di cosa si tratta? Secondo Pacini, non è

“del tutto chiaro (…) come si sia arrivati a sostenere che D’Amato sarebbe stato tra i mandanti del più grave eccidio di civili avvenuto in Italia dal 1945 in poi” (p. XV);

è “una tesi estrema, apparentemente perfino ai limiti della credibilità”, quella secondo cui D’Amato nel febbraio 1979 diede il via all’operazione stragista e si fece tramite dell’assoldamento di cellule eversive neofasciste (XV-XVI); non si capisce cosa c’entrino con la bomba i flussi di denaro distratti dai fondi del Banco Ambrosiano, con i quali D’Amato acquistò un appartamento a Parigi (XVIII, XX); bisogna chiedersi come mai D’Amato

“possa essere arrivato a giocarsi il grande potere di cui ancora disponeva diventando complice di un’operazione criminale con alcuni sopravvissuti nostalgici del regime fascista” (XV).

In definitiva, l’intera parabola della “spia intoccabile” tratteggiata da Pacini è “difficilmente compatibil[e] col ruolo, ben più feroce, di mandante e finanziatore stragista” che gli attribuisce la Procura di Bologna20. Perché la sentenza non si è misurata con queste osservazioni, che attengono proprio alla vicenda di cui si occupa il processo?

Pesano, inoltre, le assenze di studi di storia generale dell’Italia dell’epoca della strage e degli studiosi che ne sono autori e che avrebbero ben potuto fornire apporti essenziali utili all’elaborazione di ricostruzioni corrette ed equilibrate. Purtroppo, però, nomi che godono della massima reputazione tra gli storici sono invece sconosciuti ai giudici del “processo-mandanti”; la ricerca all’interno della sentenza di influenze di Simona Colarizi, Agostino Giovagnoli e altri autori di pregevoli storie dell’Italia contemporanea -recenti o meno recenti che siano- dà esito negativo.

Le conseguenze sono tanto più gravi in quanto la Corte non si perita affatto di delineare autonomamente il contesto storico della strage del 2 agosto 1980: essa dà per scontato che

“tale contesto dipende ed è in rapporto di continuità (…) con le altre stragi politiche che hanno caratterizzato il Paese nel dopoguerra, essendo assolutamente pacifico che la storia nazionale è stata contrappuntata da una serie di fatti di strage e di delitti politici” (p. 97).

Ma perché mai l’attentato alla stazione di Bologna dovrebbe essere in rapporto di continuità con altre stragi l’ultima delle quali risalente al 1974, anziché in rapporto con la realtà italiana del 1980, ormai profondamente diversa dal 1974 sotto innumerevoli aspetti? Poiché la Corte stessa, a pagina 550, riconosce che “non esiste uno studio specifico che spieghi” il vuoto “apparente” tra il 1974 e il 1980, verrebbe da supporre che l’arbitraria contestualizzazione da essa operata sia appesa nel vuoto.

Definizione del contesto storico in cui avvenne la strage del 2 agosto 1980

Prima ancora di interrogarsi sulla sussistenza o meno di un legame tra l’attentato di Bologna e quelli di epoche antecedenti, si osserva che nella storiografia è alquanto controverso persino se vi siano o no le condizioni per postulare una continuità tra le stragi, cinque, che precedettero quella alla stazione ferroviaria del capoluogo emiliano. In ordine cronologico, esse sono:

Milano in Piazza Fontana del 12 dicembre 1969,

Peteano (Gorizia) del 31 maggio 1972,

Milano in via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973,

Brescia del 28 maggio 1974, treno Italicus nella notte tra 3 e 4 agosto 1974.

C’è chi pensa che una continuità 1969-1974 ci sia, sebbene soltanto entro certi limiti21, e chi considera la “strategia della tensione” un mito da sfatare22.

E’ notorio, del resto, che gli attentatori di Peteano e di Milano 1973 intendevano colpire non la folla bensì rappresentanti delle istituzioni (i Carabinieri a Peteano, il ministro Rumor a Milano) e che le stragi contro i civili di Brescia e del treno Italicus, a differenza di Piazza Fontana, vennero dopo che lo Stato aveva sciolto Ordine Nuovo e avviato il percorso che avrebbe portato allo scioglimento nel 1976 di un’altra organizzazione dell’ultradestra, Avanguardia Nazionale, e sostanzialmente furono fatte proprio per questo motivo.

Persino chi invece teorizza una continuità protrattasi fino alla strage alla stazione di Bologna si sente in obbligo, almeno, di distinguere tra una prima fase durata dal 1969 fino alla bomba sul treno Italicus del 1974 e una seconda fase conclusasi il 2 agosto 1980.

Ciò vale per gli storici, come ad esempio la consulente dell’Associazione Familiari delle Vittime Cinzia Venturoli23, per Giannuli (come vedremo tra poco), ma anche per i giudici di Bologna, i quali a pagina 418 scrivono che

“lo stragismo degli anni 80′ non ave[va] la medesima fisionomia di quello manifestatosi fino al 1974-’75, poiché esso non si accompagnava ad un vero e proprio progetto di colpo di Stato, come in passato”

e che “probabilmente” ciò era dipeso dal fatto che i precedenti tentativi erano stati “fallimentari”.

Di certo, qualunque assertore dell’unitarietà dal 1969 al 1980 dovrebbe, come minimo, risolvere il problema della differenza radicale tra l’obbiettivo strategico dello stragista di Piazza Fontana, Franco Freda, che era La disintegrazione del sistema, e la formula ossimorica “destabilizzare per stabilizzare” cara agli estensori della sentenza del “processo-mandanti”24.

La Corte, invece, pare non abbia ravvisato l’aporia suddetta. Essa, piuttosto, durante l’udienza dell’11 giugno 2021 fece notare a Giannuli che la tesi da lui più volte sostenuta secondo cui la strategia della tensione si arrestò a metà anni Settanta suscitava “dissenso”. Ed ecco allora come rispose l’interessato:

“dobbiamo capirci (…) io parlerei di una seconda edizione (…) non è che io sto dicendo non c’è più la Strategia della Tensione, c’è un ‘altra cosa. Diciamo, più opportunamente, che la Strategia della Tensione ha una sua edizione più complessa e più, per certi versi è più difficile, perché c’è un contesto internazionale che non favorisce più certe cose (…) se parliamo di strategia come fine, il fine è sempre quello, non è cambiato. La tattica però si è fatta diversa, più complessa, in certi momenti anche contraddittoria perché la situazione è difficile”.

Tattica fattasi diversa? Tattiche contraddittorie? Cosa vuol dire?

E soprattutto: perché tornare nel 1980 al metodo delle stragi, che era stato abbandonato perché rivelatosi fallimentare alcuni anni addietro, e farlo in un contesto ancora meno favorevole che nel passato?

E’ un peccato che la Corte si sia contentata della risposta vista sopra e non abbia posto queste naturali domande a Giannuli, né abbia fatto chiarezza essa stessa nella sentenza.

Quanto alla presunta invarianza dei fini al di là dei cambiamenti di tattica, occorre sottolineare che la cronologia non quadra con l’idea -adombrata da alcuni nonché dalla sentenza nelle pagine 346, 1069-1070 e passim -che bombe e trame eversive (e finanche le Brigate Rosse!) fossero destinate a fermare il Partito Comunista Italiano.

Gli anni in cui si verificarono tutti questi episodi tranne uno, la strage alla stazione ferroviaria di Bologna, vanno dal 1969 al 1974. Il PCI non aveva ancora spiccato il balzo elettorale che, all’indomani delle elezioni del 1976, lo rese indispensabile ai fini di una maggioranza parlamentare che sostenesse il governo, con la “non sfiducia” prima, e la fiducia poi.

Tra il 1976 e fine 1978, peraltro, il PCI non aveva sfidato la DC (né tanto meno gli Stati Uniti d’America), bensì si era offerto come suo alleato in posizione subalterna, non puntava ad alternative di sinistra e andò alle elezioni politiche anticipate del 1979 proponendosi di governare insieme a essa e non contro di essa.

Nell’estate 1980, epoca della strage di Bologna, i comunisti erano tornati all’opposizione da oltre un anno, per loro scelta, erano politicamente isolati ed erano gravemente indeboliti a seguito del forte calo alle elezioni del 1979. Il periodo in cui il PCI fu più forte, dal 1975 alla prima metà del 1979, fu scevro di attentati stragisti, nonché di tentativi di golpe o di altra forma di pressione militare sui governanti (c.d. intentona).

Inoltre, il tentativo di ridurre ad unità l’intero complesso dei fenomeni terroristici ed eversivi accaduti tra 1969 e 1980 è inconciliabile con l’attribuzione di un ruolo centrale a Gelli e alla loggia P2. Fino a tutta la prima metà degli anni Settanta la P2 aveva avuto scarso peso e vita stentata. Essa divenne potente dalla seconda metà dei Settanta al 1981, anno in cui si dissolse e, come abbiamo detto, si tratta di un periodo che non coincide con quello degli attentati e delle trame, fatta eccezione per la strage di Bologna. E’ evidente, peraltro, che Gelli e la P2 da un cambiamento di regime avrebbero avuto molto più da perdere che da guadagnare.

La teoria della continuità dello stragismo dal 1969 al 1980, ultimamente, ha subìto un duro colpo anche sul piano tecnico-scientifico. Il professor Danilo Coppe, massimo esperto italiano in materia di esplosivi, – e perciò chiamato a partecipare in veste di perito a numerosi procedimenti penali tra cui quello sulla strage di Bologna che riguarda principalmente Gilberto Cavallini -, nel suo libro Crimini esplosivi ha esaminato gli attentati degli “anni di piombo” – e non solo- soffermandosi sulle caratteristiche di quelli principali ed elaborando tavole riepilogative che comprendono i dati salienti di parecchi altri. Su queste solide basi, l’autore ha concluso che

“la trama eversiva chiamata Strategia della Tensione” è “un bel teorema” e null’altro25. “Se ci fosse stato un piano preordinato che doveva distribuirsi in un ventennio” – ha proseguito Coppe- “avremmo avuto delle modalità tecniche differenti a quanto in realtà è accaduto”, ovvero ci sarebbe stato “l’impiego di ordigni similari nella natura delle materie prime usate”26.

Quindi,

“il famoso filo conduttore che prima si attribuiva agli esplosivi dello stragismo degli anni di piombo non c’era, mentre invece l’ho riscontrato in tutte le bombe di mafia che sono iniziate da Falcone fino a Georgofili, San Giorgio al Velabro, via Palestro a Milano… in quelle c’era un filo conduttore tecnico, si riconosceva, come dire, “la stessa mano “27.

La sentenza del “processo-mandanti”, però, non prende minimamente in esame le suddette osservazioni del professor Coppe.

In definitiva, tirare dentro la “strategia della tensione” un attentato distante ben sei anni dagli attentati e dalle trame golpiste meno remote, e che non fu seguito né da una nuova serie di bombe, né da una nuova stagione golpista, né da un mutamento degli indirizzi politici generali o delle politiche dell’ordine pubblico e della sicurezza interna, appare decisamente incongruo.

Lungi dal fornire una valida motivazione della strage di Bologna, indebolisce ulteriormente la già precaria idea che la “strategia della tensione” mirasse a contrastare il PCI.

L’Italia della metà del 1980 era un Paese stabile: politicamente, socialmente, in qualche misura anche economicamente e finanziariamente, e il fenomeno terroristico in quel momento preponderante, che era il brigatismo rosso, cominciava ad accusare i colpi della reazione dello Stato e a sgretolarsi.

Politicamente, il verdetto degli elettori nel 1979 era stato netto, perciò si era tornati a coalizioni di governo che facevano a meno del PCI e i partiti, a loro modo, ne avevano preso atto. La DC con un’intesa (passata alla storia come “il preambolo”) siglata nel febbraio 1980 in occasione del suo XIV congresso nazionale tale da precludere future alleanze con il PCI; il PSI, di cui Craxi era intanto riuscito ad assumere un pieno controllo, con la disponibilità a fare governi con la DC e senza il PCI in nome della “governabilità”; e lo stesso PCI, dall’opposizione, era consapevole dell’inutilità di reiterare offerte ai partiti di governo e agitava una “questione morale” invocando il “governo degli onesti” in attesa di tempi migliori.

Gli assetti politici presenti già nel 1980, infatti, durarono fino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.

Socialmente, la conflittualità era scemata rispetto non soltanto al biennio 1968-1969, ma anche agli anni Settanta, l’influenza della classe operaia e dei sindacati era in diminuzione e si affermava nel Paese, soprattutto tra i giovani, una tendenza al disimpegno dalla politica e di distacco dalle ideologie che venne chiamata “riflusso” e privò la sinistra di una delle principali risorse su cui essa aveva potuto contare nel periodo precedente. Economicamente e finanziariamente, numerosi dati andavano migliorando rispetto agli anni Settanta, sia per motivi di congiuntura internazionale, sia per effetto delle misure precedentemente adottate proprio dai governi cui il PCI aveva concesso la “non sfiducia” o l’appoggio.

Nella lotta al terrorismo, i Carabinieri del generale dalla Chiesa avevano inferto duri colpi alle Brigate Rosse e queste ultime cominciavano a mostrare segni di sfaldamento. Piacerebbe sapere, quindi, su quali basi e sulla scorta di quali studi storici la sentenza del “processo-mandanti” neghi tutto questo, definendo “apparente” la “stabilità politico-istituzionale” raggiunta dal Paese (p. 418).

Una siffatta valutazione si addice molto più ad una camera dell’eco che ad un approfondimento storico.

Controllare i controlli

Mediante la formale acquisizione di atti e di volumi, una corte giudicante raccoglie un bagaglio di conoscenze utili al fine di elaborare una sentenza. E’ intuitivo, d’altra parte, che i documenti e i testi acquisiti vanno studiati e, come ogni altra fonte probatoria, sottoposti a controlli, riscontri e verifiche, nella misura del possibile. Purtroppo la sentenza del “processo-mandanti” lascia molto a desiderare anche sotto questo aspetto.

Per non allungare oltre modo il presente scritto, farò appena un paio di esempi: uno a proposito dell’utilizzazione – o meglio della non-utilizzazione, come si vedrà – che la Corte ha fatto di uno dei libri menzionati nella sentenza Cenni-Caruso, e un altro a proposito del coinvolgimento di una cittadina straniera nel terrorismo suggerito da una relazione della Commissione Moro-2 su cui i giudici bolognesi non eccepiscono nulla.

Il primo esempio ci porta sul terreno del terrorismo rosso, la cui storia viene riscritta dai giudici del “processo-mandanti”, sovvertendo completamente la pluridecennale giurisprudenza in materia, disattendendo le conclusioni della Commissione parlamentare Moro-1, confliggendo con gran parte della storiografia ma riecheggiando la leggenda dietrologica secondo cui la lotta armata per il comunismo avrebbe avuto quale suo vero obbiettivo gettare discredito sulla sinistra italiana. Testualmente:

“Il terrorismo rosso serve a privare la sinistra ufficiale della sua immagine di forza politica moderata in grado di garantire stabilità ed equilibrio riformatore al sistema” (p. 346).

Proprio il successo di tale operazione di discredito, anzi, sarebbe la causa principale della sconfitta elettorale del PCI alle elezioni politiche del 1979:

“dopo il 1976 è oggettivo che l’avanzata della sinistra si ferma di fronte al terrorismo dell’estrema sinistra” (p. 345).

Strano giudizio, perché si sa che “l’attacco al cuore dello Stato” fu sferrato dalle BR già nel 1974 con il primo sequestro di risonanza nazionale, ai danni del giudice Mario Sossi, e con il primo duplice omicidio, di cui furono vittime i militanti missini Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, quindi due anni prima del 1976 e, soprattutto, prima delle elezioni del 1975 e del 1976 nelle quali il PCI ottenne due grandi successi.

Insomma, un caso di inesatta applicazione del già fallace metodo di ragionamento post hoc, nunc propter hoc.

E’ forse l’esigua e sbilanciata bibliografia raccolta dalla Corte a formare la base di questo giudizio storico insostenibile?

Vediamo allora cosa dice Bombe a inchiostro di Giannuli, libro menzionato in sentenza e che i giudici dovrebbero conoscere bene, dato che si sono molto fidati dell’autore e che in altra circostanza (lo si è documentato sopra) quando è sembrato che ci fosse “dissenso” tra lo storico e loro, avevano voluto interloquire con lui. Ecco l’opinione di Giannuli sull’insuccesso elettorale comunista del 1979:

“il clima politico era mutato (…) Pesò in primo luogo l’occasione perduta del PCI (…) un partito che sia tale deve dare prova di senso di responsabilità e capacità di mediazione con gli altri, ma deve anche saper dare una risposta efficace alle aspettative dei gruppi sociali che lo sostengono, pena la perdita dei consensi. Il PCI non seppe farlo: offrì alla sua base molte rinunce e quasi nessun risultato e questo ne avviò la rapida decadenza politica e organizzativa, che proseguì sino al suo scioglimento. Ma pesò anche l’incapacità della nuova sinistra di trasformarsi in soggetto politico non minoritario, dandosi un credibile progetto” 28.

Palesemente, è tutta un’altra storia rispetto alla visione della Corte. Al punto da fare nascere il dubbio che i giudici abbiano recepito Bombe a inchiostro a scatola chiusa, o quasi.

Il secondo esempio interessa la persona di una giornalista straniera molto affermata a livello internazionale, la tedesca-occidentale Birgit Kraatz, la quale per anni fu anche corrispondente dall’Italia per conto della televisione pubblica del suo Paese. A pagina 1631 della sentenza Cenni-Caruso si legge che da una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta Moro-229 “emerge” che la Kraatz fu “attiva nel movimento estremista Due Giugno”.

Premesso che definire “estremista” il gruppo tedesco Due Giugno è un eufemismo, perché esso praticava la lotta armata, il guaio è che l’affermazione sulla Kraatz non è vera. La Commissione Moro-2 l’aveva ripresa, senza controllare, da uno degli elaborati depositati dai parlamentari missini della Commissione Stragi. All’epoca della Stragi nessuno ci fece caso, ma nel 2018 sì e cominciarono le pubbliche smentite, con un’intervista rilasciata da Franco Piperno che aveva ben conosciuto di persona la Kraatz30. Birgit Kraatz, a sua volta, sporse querele e ottenne dalla Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale tedesca) la certificazione che lei

«non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia».

Il giornalista di “Radio Radicale” Lanfranco Palazzolo si occupò dell’ingiustizia ai danni della Kraatz in alcune sue trasmissioni e il 5 ottobre 2020 Fioroni dichiarò all’agenzia ANSA che anch’egli riconosceva l’estraneità della Kraatz al gruppo “Due Giugno”.

Ovviamente, riproporre le parole della Moro-2 sulla Kraatz senza aggiungere la nutrita serie di smentite susseguenti lede la reputazione dell’ormai anziana giornalista tedesca e potrebbe aprire la strada a una rinnovazione dell’insinuazione contro di lei da parte di coloro che credessero alla sentenza Cenni-Caruso. Si può essere certi che i giudici estensori abbiano agito in perfetta buona fede, ma il fatto che non si siano minimamente accorti di tutte le reazioni e smentite piovute dal 2018 in avanti è un’ulteriore dimostrazione di carenza di controlli sui contenuti dei documenti acquisiti al processo.

Conclusioni

Malgrado l’impegno e l’indubitabile buona fede della Corte, l’ampia parte del lavoro relativo alla storia del periodo in cui avvenne la strage è risultata caratterizzata da metodi decisamente inadeguati e da risultati pessimi. Le dimensioni del presente scritto sono all’incirca in scala 1:100 rispetto alla sentenza, ma se fossero pari, allora gli appunti da muovere sarebbero anch’essi centuplicati rispetto alla quantità qui riversata.

Impressionano soprattutto gli sbilanciamenti e gli apriorismi, a livelli di bolle dietrologiche e di camere dell’eco.

Per superare le auto-limitazioni che i giudici si sono posti, nel prosieguo del processo sarebbe bene che le debolezze dell’impianto accusatorio non fossero viste alla stregua di posizioni da blindare e da proteggere con rinnovati sforzi dagli assalti di nemici “revisionisti”31, ma come opportunità per rimettere in discussione le cose che non quadrano e rettificare, anche se ciò comportasse il distacco da convinzioni radicate e identitarie. Se necessario, aprendosi a prospettive nuove.

Umanamente, è comprensibile il timore di rimanere senza condannati, a mani vuote, ma esso non deve pregiudicare la ricerca della verità. I condannati, se lo sono a scapito della verità, non sono colpevoli, ma capri espiatori.

Oltre tutto, un’altra pista da esplorare ci sarebbe già.

Mentre il contesto nazionale del 1980, per quanto lo si sprema, non consente di individuare un movente convincente, il contesto internazionale relativo al “lodo Moro”, -tema sul quale le conoscenze storiche sono cresciute molto negli ultimi anni e tuttora sono in via di sviluppo- appare più promettente. Il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) un movente l’aveva: la crisi del “lodo Moro” aperta nel novembre 1979 dall’arresto a Ortona di appartenenti ad Autonomia Operaia i quali trasportavano armamenti per conto dei palestinesi.

Inoltre, da gennaio 1980 il FPLP aveva minacciato l’Italia pesantemente e reiteratamente, ed era un’organizzazione adusa agli attentati.

E’ altresì accertato che il terrorista tedesco Thomas Kram, esperto di esplosivi, tra 1 e 2 agosto 1980 fece un passaggio-lampo a Bologna, di cui egli non ha mai dato una spiegazione degna di questo nome. A ben vedere, il suddetto riferimento a Kram potrebbe pure inserirsi nell’impianto accusatorio contro Bellini, poiché è noto -e lo ha ammesso pubblicamente l’imputato stesso- che nell’inverno 1980 i due uomini per qualche giorno soggiornarono in una stessa locanda di Bologna, diversa da quella dove erano soliti fermarsi quando si recavano nel capoluogo emiliano.

Una maggiore considerazione dell’episodio di Ortona e di quel che ne seguì potrebbero giovare persino all’esame della figura di D’Amato.

La Corte è al corrente della sua famosa lettera auto-difensiva dopo lo scoppio dello scandalo P2 (p.810), ma sembra esserle sfuggito che la missiva, elencando le “relazioni pericolose” che D’Amato asseriva di avere avuto perché facenti parte dei suoi compiti, iniziava da Autonomia Operaia e terrorismo palestinese, due entità apparentemente secondarie rispetto ai compiti istituzionali e alle attività dell’UAR ma che, ove abbinate e ripensando al sequestro di armi del 1979 a Ortona, corrispondono all’embrione della cosiddetta “pista palestinese” relativa alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Uno spunto che, a mio avviso, meriterebbe di essere coltivato. La passione civile che anima molti di coloro che si interessano ai processi per la strage di Bologna è nobile, in sé, ed è forte, ma si ha l’impressione che le direzioni nelle quali il più delle volte si incanala siano condizionate da un’associazione assolutamente impropria tra le sentenze giudiziarie e i principi dell’antifascismo e dell’antipiduismo. Non dovrebbe essere così. Nei processi per la strage del 2 agosto 1980 non sono in gioco l’antifascismo e l’antipiduismo, che entrambi sono valori importanti, ma prescindono dalla colpevolezza o innocenza degli imputati.

L’antifascismo, addirittura, è giustamente affermato dalla Costituzione sin dai primordi della Repubblica italiana (mentre contro la P2, fenomeno venuto alla luce decenni più tardi, ci sono comunque le leggi). L’antifascismo è nella Costituzione per via di ciò che il fascismo era stato alle sue origini, nel periodo in cui prese il potere, quando si fece regime, tolse le libertà politiche e perseguitò o addirittura assassinò gli oppositori, emanò le leggi razziali e infine trascinò l’Italia nella più sbagliata e rovinosa delle guerre. L’antifascismo, dunque, è abbondantemente motivato da tutto questo, e lo sarebbe anche se, per ipotesi controfattuale, non fossero mai esistiti Freda, Maggi, Ordine Nuovo, le stragi negli anni dal 1969 al 1974, e poi ancora i NAR, Fioravanti, Mambro, la strage di Bologna.

L’antipiduismo, a sua volta, è abbondantemente motivato dall’affarismo illegale e dalla corruzione che la loggia P2 praticò su larga scala, infettando il sistema politico, e andrebbe tenuto fermo anche se all’esito del processo in corso si stabilisse che Gelli e i suoi sodali non furono i mandanti dell’eccidio di Bologna.

In realtà, legare l’antifascismo e l’antipiduismo alle sorti del “processo-mandanti” non significa preservarli, significa svilirli.

Roma, 24 luglio 2023

D F

Mostra Paolo Delle Monache. Dialoghi, Centro Studi e Casa Museo Osvaldo Licini,

Monte Vidon Corrado (Fermo), 6 maggio-25 giugno 2023

Un affresco pseudo-storiografico

La sentenza del 5 aprile 2023 sulla strage di Bologna

Lorenza Cavallo

Giornalista d’inchiesta e analista politica esperta di intelligence, vive in Francia

Nella società italiana, dal secondo dopoguerra, la concezione della giustizia e delle sentenze è stata soggetta alla pressione delle ideologie: totalitaria, laica, clericale, individualista; quindi è stata sovente condizionata dai differenti orientamenti politici, partitici e correntizi dei singoli magistrati.

Con corsi e ricorsi di vichiana memoria, l’apparato giurisdizionale, ormai da lunghi anni, ha dato vita a differenti forme di “giustizia” determinando continui mutamenti nei rapporti tra legalità e verità. La continua estensione dei compiti dello Stato e della pubblica amministrazione è stata accompagnata dalla vanificazione della responsabilità politica degli esponenti del governo e dei partiti. Radicata nella prassi la propria “irresponsabilità”, il potere politico ha condizionato e condiziona il potere giudiziario di legittimità e di merito e si è attribuito privilegi e facoltà che hanno permesso di varare costose commissioni d’inchiesta che non hanno mai chiarito le responsabilità di fondo seppellite in centinaia di migliaia di pagine.

La ricostruzione della “verità” di un lungo periodo storico non dovrebbe essere compito dell’autorità giudiziaria, se non nei limiti in cui tale ricostruzione consente di sottoporre a processo singole persone per fatti specifici e diretti previsti dalla legge come reato.

Le motivazioni della sentenza della Corte d’Assise sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 – depositate il 5 aprile 2023 – si presentano come un atto politico.

Il testo di 1714 pagine, manifestamente è stato scritto a più mani, e da un capitolo all’altro si evidenziano delle discordanze, ho quindi selezionato 20 punti tra i più significativi che ho diviso in brevi capitoletti.

Terminati i lavori che ho in corso potrò dedicarmi a una più attenta lettura e replica dettagliata della sentenza, ovviamente, in merito a contesti di mia conoscenza e competenza.

Il metodo di indagine

Il presidente dottor Francesco Maria Arcangelo Caruso e il dottor Massimiliano Cenni, nel capitolo delle motivazioni intitolato “La ricerca storica come prova” (pp. 133-134) scrivono:

Bisogna tenere quindi conto dell’“affidabilità soggettiva” dell’esperto che nel processo si esprime o le cui ricerche vi vengono riportate, e per fare questo non possono esservi dubbi che il giudice possa fare ricorso alla letteratura scientifica esistente sull’argomento, qualificando sulla base dei criteri che la comunità scientifica (notoriamente) adotta per valutare la correttezza del metodo e delle conclusioni di una ricerca, per quanto sempre esposta al principio di falsificazione, sviluppato dal filosofo Karl Popper. Nei processi, per intuitivi motivi, non si è adusi a trattare la prova scientifica di carattere storico, ma nella misura in cui anche la ricerca storica ha statuto di scienza, non vi è ragione per non applicare alla consulenza storica e archivistica i medesimi parametri di valutazione che si adottano quando si valutano altre indagini scientifiche […].

Per illustrare il metodo di ricerca gli estensori si richiamano al “principio di falsificazione”, cioè la falsificabilità di Karl Popper. Rilevo che il filosofo ed epistemologo separava la “sfera” della conoscenza oggettiva, anche congetturale e, più che ai significati, non ha mai cessato di ricordare che il “Re è nudo”. In Conjectures and Refutations, si legge:

“They all say, more or less, than truth is what we are justified in believing or in accepting”32.

La riflessione di Popper concerneva il pensiero e gli scritti di David Hume, Immanuel Kant, Albert Einstein, Karl Marx, Alfred Adler e altri scienziati e studiosi.

I giudici e gli storici

I giudici fondano la “verità storica” sulle consulenze e testimonianze di Aldo Giannuli, Vincenzo Vinciguerra, Sergio Flamigni, il colonnello Massimo Giraudo, i defunti Giuseppe De Lutiis e Michele Cacioppo eccetera e alcuni magistrati che hanno indossato la “toga” da “storici” dello stragismo, i cui lavori è azzardoso definire “storico scientifici!”. Il termine tedesco Fälschungsmöglichkeit si traduce in italiano “confutabile”. Lo storico Marc Bloch, fondatore a Strasburgo con Lucien Febvre delle Annales – fucilato dalla Gestapo nel 1944 – scriveva:

Ci sono due modi di essere imparziali: quello dello studioso e quello del giudice. Hanno una radice comune: l’onesta sottomissione alla verità. Lo studioso registra, anzi, meglio, provoca l’esperienza che forse ribalterà le sue più affezionate teorie. Il giudice, qualunque sia il voto segreto del suo cuore, interroga i testimoni senza altra preoccupazione che quella di conoscere i fatti, così come capitarono. È, in tutti e due i casi, un obbligo di coscienza non discutibile. Però, a un certo punto, le loro strade si separano. Quando uno studioso ha osservato e spiegato, ha finito il suo compito. Al giudice tocca ancora di emettere la sua sentenza. Mettendo a tacere ogni personale simpatia, la pronuncia secondo la legge? Allora si considererà imparziale. E, in effetti, lo sarà, almeno secondo i criteri dei giudici. Ma non secondo quelli degli studiosi. Infatti non si può condannare o assolvere senza fare propria una tavola di valori che non proviene da nessuna scienza positiva33.

Nella rivista diretta dall’avvocato professor Francesco Carnelutti, fondata nel 1939 con Piero Calamandrei e Giuseppe Chiovenda, nell’articolo “Il giudice e lo storico” si legge

È comune tra i processualisti […] l’uso di espressioni che ravvicinano l’attività del giudice all’attività dello storico. Anche il giudice come lo storico, è chiamato ad indagare su fatti del passato e ad accertare la verità; anche del giudice come dello storico, si dice che non deve fare opera di fantasia, ma opera di scelta e di ricostruzione su dati “preesistenti”. Nella storia e nel processo si parla di prove, di documenti, di testimonianze, di “fonti”, e della loro critica. I trattatisti del processo adoprano, per una certa categoria di mezzi di prova, la denominazione di “prove storiche”; e come la ricostruzione del fatto […] può rassomigliare a certe tendenziose storie di partito che per servire a fini pratici presentano una ricostruzione della realtà ad arte mutata e deformata, così nella ricostruzione fedele e compiuta che deve fare il giudice, si loda, come in quello del vero storico l’imparzialità e la cosiddetta “oggettività”34.

Tipologia delle fonti

Anche solo da una prima superficiale lettura delle motivazioni si può delineare una tipologia delle “fonti” citate dagli estensori così articolata:

1) atti giudiziari e relative inchieste prettamente di Polizia;

2) atti parlamentari;

3) pubblicistica politico-ideologico-giudiziaria.

Atti giudiziari

Dai 38 punti numerati alle pagine 125-133 delle motivazioni si desume che sono oltre 70 gli atti giudiziari citati. Dall’elenco si nota che sono menzionate le 12 specifiche sentenze riguardanti la strage di Bologna, la condanna in primo grado di Gilberto Cavallini e una caterva di altre sentenze riguardanti processi per eventi stragisti (e non solo) a partire da piazza Fontana 1969. Non solo sono citate le sentenze passate in giudicato, ma anche quelle di primo e secondo grado, di condanna o di assoluzione o di archiviazione. Una vera enciclopedia giudiziaria senza offrire un’effettiva giustificazione, in casi specifici, ad una sorta di “revisione”.

Atti parlamentari

Mi limito qui a richiamare un esempio che compare a pagina 153. Gli estensori riportano integralmente “l’indice di una delle relazioni” della Commissione stragi di cui però non forniscono né il titolo né gli autori. In realtà, si tratta di una Relazione del Gruppo Democratici di Sinistra – L’Ulivo dal titolo “Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974” (22 giugno 2000), firmata da quattro senatori (Raffaele Bertoni, Graziano Cioni, Alessandro Pardini, Angelo Staniscia) e da cinque deputati (Antonio Attili, Valter Bielli, Michele Cappella, Tullio Grimaldi, Piero Ruzzante) con la collaborazione di Gianni Cipriani, Giovanna Montanaro, Gerardo Padulo e Jacopo Sce.

Pubblicistica politico-ideologico-giudiziaria

È la tipologia di “fonti” citata esplicitamente nelle motivazioni che lascia maggiormente perplessi. L’utilizzo di queste “fonti” come “prove” deriva da una tardiva iniziativa del presidente della Corte d’Assise, che negli ultimi mesi del processo “mandanti-Bellini” (svoltosi tra il 16 aprile 2021 e il 6 aprile 2022) decise di convocare giornalisti e magistrati che si erano dedicati alla “storiografia” dello stragismo.

Il libro del professore Angelo Ventrone La strategia della paura35 è definito l’“utile filo rosso” e fa da retroterra alla strage del 2 agosto 1980 ma i linguaggi e i contenuti sono sovente più d’origine giornalistica che storica. Si rileva l’assenza di un pur elementare approfondimento critico delle fonti primarie e secondarie definite “probatorie”.

Il 19 gennaio 2022 sono stati escussi come testimoni Paolo Bolognesi, Roberto Scardova, Antonella Beccaria, Giorgio Gazzotti e Luigi Marcucci. Tutti quanti coinvolti nelle produzioni editoriali promosse dall’Associazione tra i famigliari delle vittime a partire dalla quadrilogia (2012-2017) sulle stragi (dall’Italicus 1974 a Bologna 1980).

Mentre il 26 gennaio 2022 sono stati ascoltati gli ex giudici Claudio Nunziata, Leonardo Grassi e Giuliano Turone. Nunziata e Grassi, da magistrati in attività avevano partecipato direttamente alle indagini sulle stragi del 1974 (Italicus) e 1980; Turone alle indagini sulla “Rosa dei Venti” e sulla P2.

Non manca l’orripilante libretto Menu e dossier del balzachiano Federico Umberto D’Amato36.

Scrivono gli estensori (a p. 1036):

svela un personaggio che può permettersi di alludere bonariamente ai vezzi gastronomici di tutti i personaggi del potere dell’epoca, lasciando intendere l’ampiezza delle informazioni disponibili su ciascuno di essi (sic!).

A dire il vero ad alcuni dei suoi ospiti ha attribuito gusti culinari fantasiosi, certo che nessuno avrebbe smentito tali stupidaggini. Potenti e “intoccabili” erano i suoi referenti: il ministro Paolo Emilio Taviani e l’ammiraglio Eugenio Henke, quest’ultimo menzionato superficialmente (p. 817) sebbene responsabile del Sid negli anni della strage di piazza Fontana. Ignorati sono anche il colonnello Nicola Falde e altri che per ragioni diverse ebbero rapporti con l’Ufficio affari riservati. Nonostante il capitano Antonio Labruna e l’informatore del Sid Torquato Nicoli siano citati ampiamente, non sono analizzati i contrasti tra il Sid e l’antiterrorismo in quei lontani anni Settanta di stragi e terrorismo. Per completare il quadro degli “assistenti” storiografi evocati nelle motivazioni, vanno ricordati almeno altri quattro nomi:

Il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo. Convocato nelle due udienze del 9 e 16 giugno 2021; ha ricoperto anche il ruolo di “storico”;

l’ispettore di polizia Michele Cacioppo (deceduto nel 2016) per redigere le biografie per la Procura di Brescia ha utilizzato vecchi ritagli di giornale e i “fondi Sifar”, trascurando gli Istituti storici e gli archivi di Stato;

Giuseppe De Lutiis (deceduto nel 2017) è autore del libro Storia dei servizi segreti in Italia37. In effetti, un rimaneggiamento della relazione di minoranza del Pci, non approvata dal Parlamento come testimonia (1964) “La Relazione di Minoranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964 e le deviazioni del Sifar” con commenti di Terracini, Spagnoli, D’Ippolito, Galante Garrone e Lami (ed. Feltrinelli 1971). Penso non servano le biografie dei commentatori. Oltre Gli atti del processo De Lorenzo – L’Espresso, a cura di Roberto Martinelli sul “Sifar Affair” (Mursia 1968). De Lutiis è stato tra i “periti” nominati da Leonardo Grassi nell’inchiesta Italicus-bis (1994) che (in forma ridotta e rielaborata) è poi diventata un libro dal titolo Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi38;

Aldo Sabino Giannuli. Convocato nelle due udienze del 26 maggio e 9 giugno 2021 nei panni di consulente-biografo di Federico Umberto D’Amato. Consulente di molte Procure d’Italia, tra cui quelle di Brescia (strage 1974) e di Milano (Piazza Fontana 1969). Le sue consulenze sono state tutte oggetto di libri tra i quali Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro39(o “Anello”) dedicato più al sottobosco politico, in particolare lombardo, che alla complessa “diplomazia grigia”.

Per districarsi nel groviglio giudiziario e poter articolare un vasto mosaico storico sulla storia d’Italia, che va dallo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) fino alla strage di Bologna (ma anche oltre), i magistrati estensori delle motivazioni hanno fatto quindi ricorso ad una considerevole mole di pubblicazioni, espressamente citate (Giannuli, De Lutiis, Bolognesi, Scardova, alcuni magistrati come già detto e altri) ritenute “letteratura scientifica”! o di “indiscutibile rilievo scientifico”! e “parte del compendio probatorio”!, ricerche considerate “dati che agevolano la lettura dei documenti formalmente acquisiti”!

Si legge:

I volumi che fanno parte del compendio probatorio, da considerarsi processualmente come letteratura scientifica a supporto delle consulenze tecniche […] L’epoca delle stragi trae avvio dai primi attentati del 1969; tale fase è stata quindi oggetto di studi e ricerche da parte di importanti storici di professione e di ricercatori le cui opere hanno un indiscutibile rilievo scientifico. Consideriamo queste ricerche come dati che agevolano la lettura dei documenti formalmente acquisiti […]. La consulenza storico archivistica, così come il contributo di quanti professionalmente si sono dedicati alle letture delle carte preesistenti e di quelle pubblicate con la progressiva apertura degli archivi, è divenuta indispensabile in un processo nel quale la prova è essenzialmente di carattere documentale (pp. 146-147).

In sintesi, il processo sui mandanti defunti della strage di Bologna ha preso avvio dalla serie di esposti (almeno cinque) dell’Associazione dei familiari delle vittime alla Procura di Bologna (2011-2016), che a seguito del primo esposto (13 gennaio 2011) aprì a luglio dello stesso anno un apposito fascicolo.

Nello stesso arco di tempo la medesima Associazione pubblicava la versione “divulgativa” di quegli stessi esposti (2012-2017). Nel marzo 2017 la Procura di Bologna chiedeva l’archiviazione del filone “mandanti”: Licio Gelli, Federico Umberto D’Amato, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi, tutti deceduti, ma la Procura generale nell’ottobre 2017 avocò a sé il fascicolo con la conseguente riapertura delle indagini. Nel frattempo Andrea Speranzoni, avvocato dell’Associazione, riesumava il filmato del turista Harald Polzer (agli atti già dal 1985) che portava all’identificazione di un presunto Bellini ripreso per pochi secondi sul primo binario della stazione di Bologna dopo l’esplosione delle 10:25 del 2 agosto 1980. Alla fine ne è scaturito il processo (svoltosi dal 16 aprile 2021 al 6 aprile 2022) con la condanna all’ergastolo di Paolo Bellini in primo grado.

La Rete delle “fonti probatorie” e “documentali”

Fonti e testimonianze hanno tutte lo stesso orientamento politico fino a costituire una rete d’influenza. Le informazioni transitano da un autore all’altro, sovente senza fonte. Ho dovuto effettuare un faticoso lavoro a ritroso di ricerca per definire l’origine di argomenti che si sono ripetuti indisturbati nel corso degli anni. È soffocato ogni dibattito e confronto costruttivo.

La scelta delle persone sottoposte a giudizio: mandanti deceduti, testimoni , destre fasciste (innocenti o colpevoli, le indagini prettamente di polizia giudiziaria non sono di mia competenza), è fondamentalmente finalizzata a provare la teoria del “grande disegno stragista atlantico” alimentato da un terrorismo nero e “rosso” (tra virgolette nella sentenza) a sostegno di una nota tesi complottista di Sergio Flamigni che ha persino attribuito al brigatista Mario Moretti rapporti con Gladio (!) fatta propria dai giudici di Bologna.

Vicende e persone sono sovente disgiunte tra loro, anche dal punto di vista dottrinale e sociale, lontane dal contesto della strage di Bologna, ma si è voluto fare un amalgama con chiunque ritenuto ideologicamente un “avversario” e ancor più un “nemico”.

Nulla da invidiare alle dottrine politiche e giuridiche naziste e sovietiche che avevano tramutato il principio di legalità nell’irrazionalistico e decisionistico Führerprinzip, e introdotto nel diritto penale le nefaste figure del “nemico” del popolo, dello Stato e dell’anti partito eccetera.

L’Italia è descritta come un’isoletta della Terra del fuoco dominata da “demoni” atlantici che impedivano “l’accesso dei comunisti al potere” (sic!).

Sorvolando sul fatto che dirigenti del Pci sedevano comodamente in Parlamento, partecipavano a tutti i dibattiti, compresi quelli sulle cariche nelle Forze armate e nei Servizi, dividevano privilegi e anche tangenti.

L’affidabilità di una ricerca, se si hanno pretese storiche in campo nazionale e internazionale militare e civile, ma anche investigative di qualità, rinvia al livello di coerenza libera da ogni ideologia o teoria preconcetta e comporta un’ampia conoscenza dei contesti politico – militare – giuridico, degli equilibri nelle Alleanze, dei Trattati, del tutto assenti nella sentenza.

I libri acquisiti dalla Corte che costituiscono “le prove storico-scientifiche” evidenziano ricerche e analisi frammiste a fonti di Polizia, più che la storiografia militare e civile rilevano metodi di propaganda che in Italia hanno costantemente occupato un posto di rilievo in quello dell’intoxication per minare e svilire il morale dei Servizi essenziali per la difesa dell’indipendenza dello Stato e l’integrità della Costituzione italiana, che purtroppo è stata attualizzata in un atto giudiziario.

Le teorie cospirative applicate al modello italiano

Propaganda noiosamente ripetitiva condensata in qualche espressione “magica” senza alcuna riflessione sugli effettivi contenuti in rapporto alla terminologia: “golpe”, “sovranità limitata”, “compromesso storico”, “stragismo atlantico”, “Yalta”, “guerra rivoluzionaria” ed altro.

Negli anni Novanta, fu incrementata da una vague prorompente con un nuovo tema: “Gladio”. Come sempre accade quando si tratta di Intelligence, essa ha approfittato di rivelazioni diffuse dai media su devianze generate dall’esistenza di queste reti in Italia e il modello italiano è diventato addirittura quello applicato a una cospirazione globale guidata dall’Alleanza atlantica.

L’inanità di una simile costruzione alimentata da presupposti antiamericani, ha ostacolato ogni seria analisi storica e ha impedito, e impedisce, di far emergere la realtà degli eventi a partire dalla stessa cronologia in Europa continentale. Le ragioni dell’adesione a tali strutture erano imposte dalla posizione geografica e dall’inasprimento delle relazioni internazionali, quando un vasto territorio di una porzione del “Rimland” europeo passò sotto dominazione sovietica,

“una superficie totale di 1.020.000 km2 oltre 91 milioni di abitanti non russi”

scriveva l’ambasciatore Manlio Brosio40.

È altrettanto errato valutarle come una volontà articolata della Nato, poiché significa fraintendere il funzionamento delle istituzioni inter-governative internazionali. È illusorio che l’Alleanza atlantica sia riuscita, in quel periodo, a creare un servizio integrato di intelligence e di azione compatto di un settore particolarmente sensibile della sovranità nazionale, è sufficiente constatare le difficoltà che si sono frapposte, negli anni Settanta-Ottanta, alla “comunità europea di Intelligence”, nella lotta contro il terrorismo.

L’approfondimento di “Gladio” impone la lettura della documentazione, oramai accessibile, di altri Paesi europei, dove la struttura era presente. Per comprendere la realtà della rete “Stay Behind” è necessario non soccombere ai media.

Il “giornalista d’inchiesta” Roberto Scardova e “Gladio”

Scardova nelle motivazioni della Corte d’Assise di Bologna è annoverato tra i “giornalisti d’inchiesta” (p. 61). È stato escusso come testimone nell’udienza del 19 gennaio 2022 (nelle motivazioni, si vedano le pagine 495-497). Un riscontro dell’attendibilità di Scardova si può trovare in un video (tuttora presente sulla piattaforma YouTube) del 31 marzo 2015, che documenta un incontro organizzato da un gruppo di studenti dell’Università di Bologna, “Ombre sulla Repubblica”.

Dallapuntata del 31 marzo 2015, intitolata “Stay Behind e Gladio. L’ombra nascosta della P2”, trascrivo:

[…] D’altra parte basta ricordare l’omicidio di Olof Palme [28 febbraio 1986], che è uno dei delitti, insieme al delitto Moro, uno dei delitti più gravi e irrisolti della storia d’Europa e la cui responsabilità di questo delitto è sicuramente da attribuire alle forze che volevano impedire, perché volevano impedire a Olof Palme – il capo del governo e segretario del partito socialista, socialdemocratico svedese – di aprire un nuovo dialogo con l’allora Unione Sovietica e con i paesi socialisti. Quello che volle fare Willy Brandt, e infatti a Brandt misero come assistente in casa un ex nazista appartenente alla struttura Stay Behind.

È ben noto che l’“assistente”, cioè il segretario dell’allora cancelliere tedesco Willy Brandt, costretto a dimettersi il 6 maggio 1974, era un certo Günter Guillaume che non era un “ex nazista appartenente alla struttura Stay Behind”, ma un agente provocatore infiltrato del Servizio segreto della Germania Est, come lui stesso asserì al suo processo: “sono un ufficiale dell’armata popolare della Rdt e collaboratore della Stasi”.

Guillaume e la moglie furono condannati a 13 anni e 8 anni per “tradimento”; furono rilasciati nel 1981 in uno scambio di spie. Markus Wolf osservò che le dimissioni di Brandt non erano previste ed era stata una “gaffe monumentale” da parte della Stasi41poiché Brandt con la sua “Ostpolitik” era favorevole agli interessi della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) che, al ritorno, conferì alla coppia l’onorificenza dell’“Ordine di Marx”42.

Nel 1985 lo scandalo Hans Joachim Tiedge rilevava l’ampiezza dell’infiltrazione della rete spionistica dell’Est nella Germania occidentale praticamente impossibile da sradicare, che mise in pericolo la partecipazione dell’industria tedesca al programma tecnologico per le “guerre stellari”.

L’ex capo-stazione della Cia a Bonn, George Carver, dichiarò che da anni i servizi segreti americani avevano eretto una barriera negli scambi informativi con alcuni paesi alleati: la Repubblica Federale Tedesca (Rdt), la Turchia, la Grecia, il Belgio e l’Italia giudicati “infetti da rischio” comprese le infiltrazioni nella Nato oramai confermate dall’apertura degli archivi del Patto di Varsavia.

Gli atti dei procedimenti sull’assassinio di Olof Palme (febbraio 1986) circa 10 mila pagine sono accessibili da almeno trent’anni.

Furono prese in considerazione numerose piste e anche la Cia, poiché Palme aveva auspicato una denuclearizzazione dei Paesi nordici dopo il primo dispiegamento di SS 20 sovietici (1977) e di forze nucleare intermedie americane in Europa, oggetto di preoccupazione e di dibattito tra i membri della Nato43.

Nel 1986, vi fu l’incontro Gorbačëv-Reagan e nel 1987 firmarono il Trattato sulle forze nucleari. Roberto Scardova figura come curatore di tre volumi promossi dall’Associazione dei familiari delle vittime eautore di un saggio intitolato L’oro di Gelli44 (citato anch’esso nelle motivazioni, p. 496). Fa parte quindi del gruppo che ha redatto e curato i libri derivati dagli “esposti” che hanno avviato l’inchiesta sui “mandanti” (defunti) della strage di Bologna da cui sono scaturite le due sentenze di primo grado di condanna all’ergastolo di Gilberto Cavallini e Paolo Bellini.

Il “golpe bianco” e il “segreto di Stato”

A pagina 134:

“C. Evolution of Operation Chaos – Domestic Unrest in 1968”69

La commissione Rockefeller richiamava il “Bill of Rights in the constitution protect individual liberties” (p. 3) che diede il via all’inchiesta. Era illegittimo da parte della Cia “monitorare i cittadini dissidenti americani”, anche se i movimenti pacifisti avevano origine dai Partigiani della pace ed erano gestiti dall’Urss. William Colby, direttore della Cia dal settembre 1973 al gennaio 1976, impose nel 1974 l’allontanamento di James Jesus Angleton dal controspionaggio, per l’arbitrario controllo della posta di cittadini americani dissidenti.

Sul terrorismo interno negli Stati Uniti d’America si veda la “National Governors’ Association”70. L’operazione Chaos di spionaggio interno prese l’avvio nel 1967.

Le operazioni furono dirette da Richard Ober, laureato alla Harvard University, nel 1943 entrò a far parte dell’Office of Strategic Services (OSS) e fu un ufficiale di collegamento con la resistenza antifascista in Europa. In seguito Ober fece parte della Cia e per oltre 20 anni servì James Angleton nel controspionaggio. Ober, “figura di spicco, era il collegamento diretto con Richard Helms, direttore della Cia”, secondo il giornalista Angus Mackenzie, deceduto a soli 44 anni, nel 1994, le sue note furono raccolte in un libro Secrets. The Cia’s War at Home, ovvero “Segreti. La guerra della Cia in casa” dedicato ai temi affrontati dalla commissione Rockefeller e diffuso il 22 aprile 199971. Ober utilizzò i differenti programmi interni della Cia: “Merrimac” per infiltrare i movimenti nazionali radicali che si opponevano alla guerra in Vietnam; “Resistance” in collaborazione con le amministrazioni universitarie, gli agenti di sicurezza nei campus e le polizie locali (senza infiltrazione); “Htlingual” con il controllo abusivo della posta tra l’Urss e gli Stati Uniti di personaggi ed organizzazioni già nella lista dei sorvegliati che diede l’avvio alla Commissione Rockefeller.

Il testo della Commissione non fu “declassificato” nel 1977, nel 1975 era già pubblico, si può verificare nel frontespizio dove si legge “June 1975” e nella seconda pagina oltre i riferimenti di legge il prezzo del volume è di 2 dollari e 85 cents. L’errore, o il refuso, si riscontra senza verifica in tutti gli scritti fin dagli anni Ottanta, anche in un articolo dello storico Nicola Tranfaglia72. Amalgamare il “negoziato sulla sicurezza in Europa” e l’operazione “Chaos” vuol dire non aver letto gli atti della Conferenza di Helsinki e neppure gli atti della commissione Rockefeller quindi con il rischio di prendere dei granchi.

Dopo gli accordi di pace di Parigi del 1973, terminata la guerra in Vietnam nel 1975, venne istituita la United States Senate Select Committee to Study Governmental Operations with Respect to Intelligence Activities, commissione presieduta dal senatore Frank Church che incluse e ampliò temi della commissione Rockefeller: Operation Chaos e l’assassinio di John Kennedy.

Dalla commissione Church nacque il Select Committee on Intelligence incaricato di sorvegliare le attività della Cia e dei Servizi segreti. Si legge negli atti della commissione Church in merito all’operazione Chaos e sulle cause che indussero la Cia al controllo illegittimo di cittadini americani dissidenti:

Nel luglio 1967 si tenne a Stoccolma un’importante conferenza internazionale di gruppi pacifisti. A settembre, un’ampia gamma di attivisti americani, organizzazioni studentesche e nere a Bratislavia, in Cecoslovacchia incontrò gruppi di altri Paesi che si opponevano al coinvolgimento americano in Vietnam […]. Infine, il 21 ottobre 1967, ci furono attività di protesta su larga scala a Washington, tra cui una marcia sul Pentagono e manifestazioni mondiali di sostegno all’opposizione al continuo coinvolgimento americano in Vietnam. La preoccupazione del governo per i disordini interni è continuata per tutto il 1968, con disordini seguiti dalla morte di Martin Luther King in aprile, la continua violenza studentesca nei campus, l’intensificazione dell’attività di protesta contro la guerra e atti di violenza alla Convenzione del Partito Democratico Nazionale a Chicago. Durante i restanti cinque anni per i quali è durato il programma Chaos, 1969-1974, i disordini sui problemi razziali sono diminuiti ma l’intensità delle manifestazioni contro la guerra e la violenza degli studenti sono aumentate per poi diminuire dopo il 197273.

Nella lettera Notre action politique indirizzata all’Aginter Presse, “chaos” (con una “h” perché così si scrive in francese come in inglese, in alto a destra in italiano manoscritto “caos” è in minuscolo come segnala anche il colonnello Giraudo) il redattore auspica effettivamente di creare dei disordini, è una pratica di tutti i movimenti estremisti di destra e di sinistra, anche del Pci durante il piano Marshall.

Lo scritto rileva, dalla terminologia, sebbene non sia la lingua madre del redattore, persona di media cultura, senza una struttura operativa, infioretta le possibilità di azione per ottenere finanziamenti da o tramite Guérin-Sérac.

Lo scritto non è manifestamente in connessione con l’operazione “Chaos” della Cia e ovviamente con la cosiddetta “direttiva Westmoreland”.

Aldo Giannuli e l’estensione cronologica della “strategia della tensione”

Per Aldo Giannuli la “strategia della tensione” in Italia si sviluppa nel quindicennio 1960-1975, per la Procura generale continua anche dopo il 1980 secondo il teste Giraudo. Nel libro di Giannuli La strategia della tensione (Ponte alle Grazie, giugno 2018) nell’introduzione attribuisce a Carl Schmitt l’espressione “guerra civile fredda”. Non ricordo questa espressione pronunciata dal giurista-filosofo, in quale contesto? Mi si illumini! La frase si può attribuire con certezza a Steve Schmidt, nel 2008 organizzatore della campagna del senatore repubblicano John McCain, quest’ultimo veterano e prigioniero in Vietnam.

Si legge a pagina 11 del libro di Giannuli:

[…] partiamo dal senso di questa espressione [strategia della tensione] che fu usata per la prima volta in un articolo del giornalista Leslie Finer su The Guardian il 7 dicembre 1969 […].

In realtà l’espressione ‘strategy of tension’ compare per la prima volta in un articolo per The Observer il 14 dicembre 1969 due giorni dopo la bomba di piazza Fontana (“480 held in terrorist bombs hunt”, titolo di p. 1; “Italy: Fear of revolt returns”, titolo di p. 2); The Observer è “domenicale” ed è partner del Guardian che non è diffuso la domenica.

Sabato 6 dicembre 1969, The Guardian aveva pubblicato un articolo di Cedric Thornberry, intitolato “Greek advice for a coup in Italy” (p. 2). È una minuzia, ma rende bene l’idea dell’accuratezza dei rimandi bibliografici di Giannuli che vengono ripresi dagli estensori, unico dissenso che si riscontra nelle motivazioni (p. 150) richiama la parte del verbale di quella udienza del 9 giugno 2021(nel testo delle motivazioni erroneamente datata 11 giugno) riguardante l’estensione cronologica della “strategia della tensione”: fine nel 1974/75 o prolungamento fino almeno al 1980, secondo la versione del colonnello Giraudo e della Corte. Il Presidente Caruso dichiara:

Ho capito. Senta, lei [Giannuli] alla fine della scorsa udienza, aveva concluso suscitando un qualche dissenso, che la Strategia della Tensione è finita nel ’74

È evidente l’imbarazzo di Giannuli, non a caso nella replica al presidente usa quattro volte l’aggettivo “complesso” sintomo di evidente difficoltà nel tentativo di arginare l’obiezione che gli viene sottoposta. Resta il fatto che in una nota delle Conclusione del suo voluminoso tomo di 622 pagine (La strategia della tensione pure citato nelle Motivazioni alle pp. 149 e 290) si trova scritto quanto segue (testo che non richiede commenti)

[…] [del]la strage di Bologna […] se ne parlò per alcune settimane, tutto venne scaricato sulle frange dell’estrema destra, senza alcun tentativo di risalire ad eventuali mandanti – anche internazionali – e la cosa finì lì. (p. 534) […] Comunque la strage bolognese [del 2 agosto 1980] non c’entra nulla con la strategia della tensione ma, piuttosto, con la situazione nel Mediterraneo in quel 1980. Altro scenario, e per questo l’abbiamo lasciata fuori da questa indagine. (pp. 599-600, nota 9)

Il colonnello Giraudo inquadra la sua tesi con un’analisi del tutto personale della politica estera americana e nell’ambito della “direttiva Westmoreland” (p. 881), che gli estensori della sentenza recepiscono integralmente, di cui accenno lungamente qui sopra nel capitoletto sul Safari club. Così il prof. Giannuli nell’ambito della fine dei regimi totalitari: Portogallo, Grecia e Spagna amalgama “in un tutto” paesi che hanno origini, percorsi e sbocchi ben differenti, la solita “operazione Chaos”, Watergate, Nixon ecc. che da anni fanno parte della vulgata corrente.

Credo siano di rigore alcune osservazioni sul contesto geopolitico.

In quegli anni la struttura politica bipolare si cancellava davanti ad una struttura tripolare, come osservarono molti studiosi, tra i quali Michel Tatu del quotidiano Le Monde, autore di numerosi articoli sulle relazioni Est-Ovest e le problematiche strategiche; il “doyen” della facoltà di giurisprudenza di Parigi Sud, Charles Zorgbibe, in un convegno nel 18 maggio 1978 all’Istituto di “Hautes Étude de Défense Nationale”, e dello stesso direttore dell’Istituto di Politica Estera cinese, di Parigi, Hao Te kin, di cui conservo le note.

Negli anni Settanta-Ottanta nei conflitti asiatici, le relazioni sovieto-americane e quelli del margine di libertà della politica europea di fronte alla Cina sono basilari per una corretta lettura delle strategie internazionali poiché era di grande rilevanza nel “gioco” Est-Ovest, ma ugualmente in quello Nord-Sud che non vengono minimamente affrontate né dai consulenti né dai testimoni.

Dalla primavera del 1970, iniziò la scalata dei prezzi e del fret marittimo petrolifero (il trasporto di lunga distanza delle materie prime e del gas, petrolio ecc.).

Nell’ottobre del 1973, la decisione dei Paesi dell’Opec, dei Paesi produttori, di prendere il controllo totale dell’approvvigionamento, una data importante dell’evoluzione economica politica e sociale, mise in evidenza la fragilità dell’Italia mentre il conflitto arabo-israeliano si accentuava e il problema divenne politico. Dagli anni Settanta i movimenti rivoluzionari che mettevano in pericolo la pace mondiale e gli equilibri erano gli elementi religiosi integralisti o nazional-rivoluzionari. Infatti l’attentato nel maggio 1981 a Giovanni Paolo II, creò un problema nella “distensione” e “nell’equilibrio” in Europa auspicato dalle due potenze Urss e Usa, indispensabili per la sicurezza del vecchio continente.

In quanto alla politica prettamente nazionale dopo gli anni del boom, la competitività dell’economia italiana riposava sul continuo deprezzamento della lira e sulla forte richiesta di beni di consumo nel mercato domestico. Scomparsi questi fattori si ritrovò con un modello produttivo inadatto che necessitava di investimenti considerevoli in termini di ricerca ed innovazione; sono gli anni delle Riforme. Sia la politica estera sia la politica interna comporterebbe un approfondimento che ovviamente non è possibile qui sviluppare.

Il colonnello Giraudo, i giudici e l’apocrifo allegato FM 30-31B

Il nome “Westmoreland” è sempre messo in riferimento con la cosiddetta (e impropria) “direttiva Westmoreland” – indicata anche come “dottrina Westmoreland”, o “manuale Westmoreland”, o “documento Westmoreland”. Le citazioni della cosiddetta “direttiva Westmoreland” si concentrano nei capitoli 3, 4 e 5 della Parte III (“I mandanti”) delle motivazioni. Il FM 30-31B aveva fatto la sua comparsa in almeno due sentenze-ordinanze: quella del Giudice Istruttore Leonardo Grassi (p.p. n. 1329/A/84, Bologna 3 agosto 1994, Italicus-bis, che riguarda in parte anche la strage di Bologna) e quella del Giudice Istruttore Guido Salvini (p.p. nei confronti di Giancarlo Rognoni e altri, Milano, 3 febbraio 1998, piazza Fontana; Parte V, cap. 55, “La direttiva Westmoreland. Il campo di addestramento di Fort Foin e i rapporti con la struttura golpista”).

A pagina 346 gli estensori delle motivazioni scrivono:

Disponiamo a questo proposito di un testo chiave, già menzionato, il c.d. Field Manual 30/31 B attribuito al generale americano William Westmoreland del quale reca la firma. Per anni se ne è negata l’autenticità. Fonti della Cia e dei servizi americani lo hanno dichiarato un falso del Kgb, costruendo una campagna (dis)informativa, alla quale molti hanno aderito. Si comprende bene l’interesse americano a negare la paternità del documento e ad attribuirlo agli avversari come manovra di controspionaggio. Possiamo ora riconoscerlo come autentico. La Corte ovviamente nulla può dire di definitivo, a parte altre sentenze in cui se ne è attestata l’autenticità. Dispone tuttavia di una testimonianza fondamentale della quale deve tenere conto e sulla quale il giudizio di attendibilità può ragionevolmente poggiare. Sentito il 23 ottobre 2018 dai magistrati della procura generale di Bologna, il generale Pasquale Notarnicola che dal 1978 fu Direttore della prima sezione del Sismi.

Come si desume da una memoria della Procura generale di Bologna74,il ruolo del generale Pasquale Notarnicola nell’ambito delle indagini sui mandanti (defunti) della strage del 2 agosto 1980 è stato quello di “garante” della presunta autenticità dell’apocrifo Field Manual 30-31B (FM 30-31B).

Carlo Mastelloni (a lungo giudice istruttore a Venezia) – diversamente e in contrasto con la valutazione della Procura generale di Bologna, con oltre trenta anni di anticipo – immerge invece Notarnicola proprio nell’ambito delle attività del “Sismi deviato del Santovito” (sono parole di Mastelloni, in questo caso collimanti con quelle della Procura generali a proposito della filiera Sismi che faceva capo a Santovito).

Il nome di Notarnicola è citato infatti insieme ai “precitati imputati (pelosi, grassini, santovito, giovannone, sportelli, notarnicola, lugaresi)” nella sentenza-ordinanza del p.p. 204/83A depositata il 20 giugno 1989 riguardante Abu Ayad et al., ossia il traffico d’armi Olp-Br.

Le accuse di Mastelloni rivolte a Notarnicola e ai “precitati imputati” sono assai pesanti: ossia di aver aiutato “gli autori ed i compartecipi della fornitura di armamento sbarcata dalle Brigate Rosse in Quarto D’Altino nel settembre 1979; quindi violando i doveri inerenti la funzione esercitata nell’interesse dello Stato”.

Va fatta però una doverosa precisazione: questo testo di Mastelloni è una sentenza-ordinanza, il processo che ne è seguito ha portato all’assoluzione di tutti gli imputati – compreso ovviamente Pasquale Notarnicola.

Il personaggio Notarnicola “garante” dell’autenticità del “Westmoreland” comporterebbe un articolo a parte, qui non è il luogo, oltre una cronologia dei contatti rilevante per un’analisi globale dei fatti e del personaggio. Definito documento “chiave” sarebbe stato doveroso informare i giudici popolari:

1) Il Field Manual 30-31 dell’esercito americano, di 158 pagine, è autentico e non è mai stato segreto, ed è uno dei tanti manuali per l’addestramento militare conservato insieme all’allegato A (quest’ultimo per un breve periodo classificato “secret”) e non è mai stato dichiarato apocrifo. L’originale FM 30-31 è un documento stampato con il procedimento di fotocomposizione come tutti gli altri manuali di quel periodo, sia della Forze armate di terra, della Marina e non solo. Questi manuali sono assemblati con una copertina di cartoncino, ai fianchi tre fori come nei raccoglitori ad anello ma punzonati con grossi punti metallici.

2) Contestato come apocrifo è l’allegato B di 12 pagine (preceduta da una pagina con l’indice) che porta il tampone “top secret”, è un dattiloscritto redatto con un carattere Remington, la firma non è autografa.

3) Non corrisponde a verità quanto scritto dai giudici:

fonti della Cia e dei servizi americani lo hanno dichiarato un falso del Kgb.

L’allegato “B” è stato dichiarato apocrifo nel 1980 dalla “Camera dei Rappresentati” e dal “Comitato di controllo sui Servizi segreti Usa”, cioè da chi controllava la Cia a cui i giudici fanno riferimento nell’ambito dell’operazione “Chaos”, la coerenza da una pagina all’altra del testo delle motivazioni non è una di una qualità evidente.

Lo “United States House of Representatives” è composto da Senato e Congresso, forma a questo titolo uno dei due organi del potere legislativo americano che rappresenta i cittadini in seno all’Unione, i rappresentanti sono 435.

Rinvio al mio articolo del 2019 “Le stragi in Italia e il presunto [Field] Manual 30-31B della U.S. Army”75e integro come segue.

Le copie riprodotte nei volumi della Commissione P2 sono con evidenza pessime fotocopie di fotocopie (Doc. XXIII n. 2-quater/7/1).

Ignoro dove siano conservati i reperti ritrovati nella valigia della figlia di Licio Gelli il 4 luglio 1981 e se l’allegato B è certamente in fotocopia si presume anche il FM 30-31. Si legge alla p. 299 (Doc. XXIII, n. 2-quater/7/II della Commissione P2) che alla copia dell’8 gennaio 1970 erano state apportate modifiche nel testo segnalate con un asterisco; si rilevano segni manoscritti nelle prime pagine quindi è una fotocopia non da un originale integro. Il testo introduttivo è firmato, non manoscritto, dal generale Bruce Palmer, non dal generale William Westmoreland, e indica la data del 1972.

Manca la pagina con il sommario iniziale, forse altre pagine e non è riprodotta la copertina.

Gli inquirenti non precisano come è assemblato. La prima versione del Field Manual del generale Westmorenland è del 1967. Il generale, dopo l’offensiva del Têt, la campagna militare del gennaio 1968, fu sollevato dal suo incarico in Vietnam e nominato Capo di Stato maggiore dell’Esercito di terra, senza comando operativo, con un mandato di quattro anni conferito con votazione dal Senato e quindi consigliere militare del Presidente per quanto concerneva l’armata di terra. Raggiunta l’età pensionabile nel 1972 si ritirerà.

I manuali originali sono conservati nella biblioteca delle Forze armate Usa e in quella dell’Accademia di West Point e si potevano acquistare in librerie specializzate o richiedere anche alla Library di Washington dove venivano stampati. I militanti di “Ordine Nuovo” erano in possesso del Field Manual?

Gli inquirenti non precisano dove, quando e come fu acquisito, quello vero e quello apocrifo.

Tutti gli addetti alle ricerche su problemi politico-militari avevano in archivio dei Field Manual, erano pubblici.

Conservo una serie di manuali militari non solo degli Stati Uniti, che il mio defunto consorte acquisiva, utili alla redazione di relazioni o articoli per gli organismi internazionali e vari Istituti di Londra e di Parigi.

Ovviamente nel FM 30-31 (neppure nell’apocrifo allegato B) si accenna minimamente all’Italia o all’Europa. Il Field Manual 30-31 non apocrifo non aveva riscontro in Europa, era un manuale dell’esercito adatto a territori come il Vietnam per due terzi montuoso, con un conflitto nord-sud.

I combattenti vietcong, secondo gli insegnamenti di Mao, conducevano una guerra di movimento, con una centralizzazione relativa del comando e un’Armata rossa costantemente propagandistica e organizzatrice e quindi il manuale della Forze armate statunitensi doveva rispondere con misure di sicurezza, con operazioni di combattimento offensive e difensive adeguate e ovviamente con operazioni di Intelligence e di logistica per le truppe di fanteria.

Le tattiche sviluppate per le unità di combattimento dovevano soddisfare i requisiti di antiguerriglia, generalmente un’applicazione universale per quel tipo di conflitto. Tuttavia, i comandanti dovevano modificare le tattiche per adattarle al particolare terreno in cui stavano operando. Per esempio: nelle aree della giungla, deve essere posta maggiore enfasi sull’uso della mobilità a piedi, nelle paludi e nelle zone inondate, sull’uso di moto d’acqua; e nel deserto, sull’uso della mobilità veicolare.

Guerra, guerriglia e terrorismo

C’è un grande confusione nei concetti espressi da consulenti ed estensori, poiché amalgamano indifferentemente guerra, guerriglia e il terrorismo nei Paesi occidentali.

Negli anni Settanta “la guerre des trognons de choux” (come la definiva Stendhal) nei Paesi occidentali industrializzati si era trasformata in guerriglia urbana moderna che non aveva nulla da spartire con la counter-guerrilla ancorata come detto, a territori e conflitti come il Vietnam o l’America latina. Il terrorismo moderno ha una lunga storia in Europa, non è nato con piazza Fontana, e fu l’11 settembre 2001 ad aprire una nuova era.

Infatti solamente il 6 settembre 2006 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sebbene il tema fosse stato ampiamente dibattuto fin dagli anni Sessanta da diverse organizzazioni internazionali, dal G8 e dalle stesse Nazioni Unite, adottò la Strategia globale antiterrorismo (risoluzione 60/628, integrata da un piano d’azione).

In pochi anni, il terrorismo, è così arrivato a occupare un posto centrale nelle relazioni internazionali.

A Bruxelles in vari convegni, fin dagli anni Sessanta-Settanta fu affrontato il tema sul terrorismo di Stato, quello cosiddetto “pubblicitario” di ciprioti, irlandesi, palestinesi, che ritenevano il terrorismo l’unico modo per farsi intendere e che utilizzavano ampiamente i media; sui movimenti come le Brigate Rosse, la Rote Armee Fraktion (RAF) tedesca senza base di massa a quella di tipo latino americano, anche rurale eccetera. Occuperebbe troppo spazio e non è il luogo per tale dissertazione.

Sono assunti noti a qualsiasi addetto all’informazione e all’investigazione con una media esperienza che quando stragi non rivendicate si ripetono come in Italia significa che favoriscono il consolidamento di certi poteri e di certi condizionamenti interni legati a potentati politico-economici.

Sono stragi di diversione caratterizzate da una massiccia e compatta disinformazione giornalistica.

L’Italia non è uno Stato monolitico, quindi è assurdo parlare di stragi di Stato ma i “Servizi” non sono quindi unificati ma concorrenti, hanno ognuno un capo politico e sono gli esecutori “perinde ac cadaver” degli ordini del loro capo, sono il braccio clandestino di una mente politica, che per ragioni strutturali e di forza è, in Italia, “irresponsabile” sul piano penale.

I due filoni sulla Strage di Bologna

Sulla strage di Bologna ci sono due filoni: la pista palestinese archiviata dopo quasi 10 anni d’inchiesta nel 2015 e quella della P2 attuale.

Ilprocedimento dimostrativo assiomatico delle due tesi poggia su rapporti, non esenti da “impronta” ideologica anche se sovente incerta e più assimilabile a convinzioni personali che dottrinali. Lo studio del terrorismo in diritto comparato presenta molte difficoltà di ordine metodologico e politico che impone una scelta nell’orientamento della ricerca e un’ampia cultura dei rapporti politico-economici.

L’uso politico impedisce l’approfondimento.

Apparentemente le due tesi sembrano opposte in realtà sono due facce della stessa medaglia: gli Stati Uniti d’America e le stragi atlantiche o la politica nell’ambito israelo-palestinese ambedue connesse ad avvenimenti esterni all’Italia e rispondono a guerricciole di opposti settori politico-ideologico prettamente italiani.

I consulenti hanno ignorato: l’attività “Analisi e Valutazione” della documentazione strategica, l’ufficio informazioni scientifiche e tecnologiche; il trasferimento dei materiali sensibili, alla sicurezza dei sistemi d’informazione e i collegamenti con i Servizi alleati non certo circoscritti al livello dei Carlo Digilio, Delfo Zorzi, Leo Joseph Pagnotta e altri, il rispetto della “Military critical technology list”; il servizio cifra e crittografia e così via fino all’inteso lavoro informativo fornito al Presidente del Consiglio dei ministri nell’esercizio di alcune delle sue più alte responsabilità.

I Servizi segreti furono purtroppo utilizzati per manovre di politica interna.

Malgrado taluni ordini ingrati, la scarsità dei mezzi finanziari e tecnici, gli scandali ai vertici, la grande maggioranza degli ufficiali e dei funzionari dei Servizi italiani eseguirono discretamente le missioni loro affidate con capacità professionale e spirito di sacrificio, purtroppo sono la categoria meno “gettonata”.

Un linguaggio poco giuridico

Si legge nelle motivazioni (p. 291):

La Nato adottò come sua dottrina ufficiale quella della “guerra rivoluzionaria” basata sulla cooperazione civili-militari nella realizzazione di regimi “castrensi” configurati come “dittature sovrane” ovvero fondato sullo sterminio fisico degli oppositori. Strumento centrale di questa linea d’azione fu la guerra psicologica con la quale si tentava la criminalizzazione dell’avversario a mezzo di azioni provocatorie e di successiva speculazione attraverso i mezzi della propaganda e dell’informazione.

Non credo che i giudici estensori o i consulenti abbiano letto von Clausewitz o gli scritti militari di Mao Zedong o saggi di politica militare altrimenti sarebbero più accorti nell’attribuire una “guerra rivoluzionaria” alla Nato, o l’utilizzo in Europa della “Westmoreland” di controguerriglia nell’era della “dissuasione nucleare”.

Non c’era bisogno di “criminalizzare l’avversario” bastava raccontare le verità oramai confermate dalla storia.

Le pratiche poco ortodosse degli americani in Irak o in Vietnam “il massacro di My Lai” (come venne definito il processo in Usa) nel 1968 non cancellano 85 milioni di vittime del comunismo che mi pare fuori luogo definire “propaganda”! “Lo sterminio fisico degli oppositori” avveniva in Urss non in Europa occidentale o siamo tornati al negazionismo dei GuLag?

Sono affermazioni radicali nei confronti della Nato, che attualmente ritroviamo nell’estremismo fascista russo e nell’integralismo mussulmano stragista o in personaggi come lo sloveno di ultra destra Marian Kotleba.

Durante il regime fascista Giuseppe Maggiore teorizzò, nella Rivista italiana di Diritto penale (1939) il già citato Führerprinzip nel “caso di incertezza di diritto” il giudice sosteneva si atterrà al principio “in dubio pro republica” che prendeva il posto dell’antico “in dubio pro reo” che possiamo attualmente traslitterare “in dubio pro ideologicas”.

La rivista Il Borghese e il “depistaggio preventivo”

L’articolo de Il Borghese del 6 luglio 1980 dal titolo “Carlos sconfitto da Santillo” firmato Arthur Baldwin ha un’esegesi agevole, non è certo quella degli inquirenti che lo inquadrano in un “depistaggio preventivo” (sic!) quindi il coinvolgimento del giornalista Mario Tedeschi tra i mandanti della strage di Bologna. Il Borghese usufruiva di erogazioni dal Vaticano sin dal tempo di Leo Longanesi quando l’amministrazione vaticana era ancora gestita da Bernardino Nogara. In seguito, penso dagli anni Settanta, percepì finanziamenti dai servizi israeliani come molti della destra legale europea, ovviamente in funzione anti palestinese e anti araba.

La possibilità di un attentato di Carlos al G7 di Venezia del 22-23 giugno 1980 era notizia che circolava da mesi tra i giornalisti in Francia, è possibile che Aldo De Quarto, corrispondente de Il Borghese da Parigi abbia informato Tedeschi delle voci che correvano, allarmanti, tanto che a Venezia il dispiegamento di Forze fu eccezionale.

Infatti, il “pezzo”, è manifestamente di cronaca – ovviamente con la visione e un linguaggio di uomo della destra missina – redatto dopo il Convegno, è dedicato alla sicurezza attivata dai vari Servizi. Si evidenzia una particolare attenzione alle capacità informative dei Servizi israeliani (suoi finanziatori) menzionati più volte, si legge: “tutti messi all’erta sino dai primi di marzo dal Mossad” e prosegue illustrando il Mossad e il responsabile che cita persino in ebraico “Ménumé”. Si legge: “non parla mai a vuoto […]” e aveva informato che “un colpo terroristico era in preparazione contro uno dei suoi ospiti”. Quindi al passato e non contro l’Italia.

Le voci avevano origine dal conflitto Siria-Francia nell’ambito delle ostilità in Libano dove anche Israele era attiva.

Carlos era uno dei componenti lo stato maggiore terroristico siriano e nel 1980 era stato assunto dal capo dei servizi informativi dell’Aeronautica siriana generale Mohamed al-Kouli che dirigeva le operazioni all’estero dei servizi speciali siriani. Godeva anche dell’appoggio del “capo-stazione” dei servizi speciali nel Libano Mohamed Ghanem, nonché di Rifaat Assad, fratello del presidente. Nel mirino, si diceva, fossero Valéry Giscard d’Estaing e Jimmy Carter, citati nell’articolo; il primo per indurre il governo francese a ridurre ai minimi termini la presenza francese in Libano; la Francia appoggiava il governo centrale e manovrava in senso anti-siriano oltre a fornire all’esercito libanese carri armati, autoblindo. In quanto a Carter, la Siria fu il primo paese arabo a riconoscere il governo provvisorio di Mehdi Bazargan dopo la “rivoluzione” sciita in Iran nel novembre 1979 quando erano stati presi in ostaggio a Teheran 52 diplomatici e civili americani, in cambio della liberazione era stata richiesta la consegna dello Shah Mohammed Reza Pahlavi, che aveva dovuto abbandonare gli Stati Uniti e rifugiarsi in Egitto dove morì nel luglio 1980.

Le complesse e lunghe trattative per la liberazione degli ostaggi sono note.

La notizia su Carlos al servizio dei siriani fu, nel 1982 fatta pervenire da Luigi Cavallo, accompagnata da altre notizie sull’acutizzarsi di atti di terrorismo in Francia, ai giornalisti Bruno Crimi e Sandro Ottolenghi. La notizia sui rapporti Carlos-siriani e la politica francese in Libano ha avuto conferma ultimamente con l’accesso ai “diari” del generale Philippe Rondot dello SDECE e dal 1980 nella Direction de la Surveillance du Territoire (DST) che costantemente seguì i passi di Carlos e nel 1994 organizzò il “rapimento” in Sudan quindi condotto in Francia dove continua a scontare la pena dell’ergastolo.

Bisogna leggere attentamente e con cognizione di causa gli articoli de Il Borghese sulla vicende Roberto Calvi-Banco Ambrosiano e il conflitto tra Flavio Carboni e Francesco Pazienza in rapporto al Vaticano ed altri “pezzi” di contorno che inquadrano meglio il finanziamento a Mario Tedeschi, riportato insieme ad altre erogazioni, quest’ultime certamente illecite, nell’ambito della difesa di Roberto Calvi, nel cosiddetto “documento Bologna” – dove è trascritto il numero di conto della Ubs 525.779X.S. – trovato in possesso di Licio Gelli che ha dato l’avvio all’ultima inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980.

Gelli e le fantasiose protezioni degli Usa

I protettori di Licio Gelli erano tutti italiani. Il “Venerabile” aveva un rapporto negli Stati Uniti con Phil Guarino, gli era stato presentato da Michele Sindona. Proprietario di un ristorante, informatore di Fbi e poi uomo d’affari e membro del “The Order of the Solar Temple”, falso ordine cavalleresco fondato nel 1984 di cui ricordiamo i suicidi di numerosi membri e tra i fondatori noti truffatori.

Guarino era uno di quei personaggi che ruotano intorno alla politica perché portano voti, nel suo caso della comunità italiana cattolica e allora ancora nostalgica del vecchio regime, in cambio gli favoriva gli incontri e gli affari essendo tra gli invitati nei vari ricevimenti o commemorazioni quindi “gonfiato” come potente personaggio del Pentagono perché aveva fatto avere l’invito a Gelli per la cerimonia di insediamento di Reagan.

Quindi, secondo i giudici, potente era anche Gelli che ricattava (sic!) il Pentagono che aveva dato l’ordine della strage. Definito “Venerabile ricatto”, l’oggetto del ricatto era il cosiddetto “documento Westmoreland”, già definito apocrifo, come già detto, nel 1980, mai stato “segreto” poiché diffuso negli anni Settanta in circa 20 paesi poi trovato in copia nella valigia della figlia nel luglio 1981.

Luigi Cavallo aveva rapporti, anche di amicizia, con un economista e diplomatico – William Mazzocco – che aveva conosciuto a Berlino nel 1953 e in sede Cocom a Parigi, poi nello staff dell’Ambasciatrice Claire Booth Luce a Roma. A Saigon era stato Alto Commissario degli Stati Uniti per gli aiuti civili alle popolazioni vietnamite; a Washington nel settembre 1979 era un esponente del “Washington Forum”, un’organizzazione di consulenza per le più importanti istituzioni finanziarie del mondo. Valutava il rischio-Paese e il tasso d’interesse da applicare ai prestiti richiesti da governi o da grandi istituti di credito.

Negli anni Settanta-Ottanta aveva previsto una maggiorazione del rischio-Paese per l’Italia. Durante il conflitto era stato nel Servizio informativo nel Mediterraneo ed aveva curato il testo del piano Marshall per gli aiuti agli Europei, in seguito membro esperto della Commissione Speciale del Senato per i Servizi Segreti (Senate Select Committee on Intelligence) presieduta dal senatore Barry Goldwater. Mazzocco negò ogni sostegno a Calvi e si rifiutò di sistemare il figlio Carlo, e ci illustrò la personalità di Guarino quando questi informatore di Fbi denunciò come “agente del Kgb e mafioso russo”, Luigi Cavallo (ovviamente in accordo con ambienti italiani) che venne “fermato” a New York l’11 ottobre 1979 e poi rilasciato con le scuse del “prosecutor”, giudice Tendy. La vicenda non concerne le Motivazioni e quindi non mi dilungo.

I conti svizzeri di Licio Gelli

Gelli oltre il conto, già sopra menzionato, 525.779X.S, era titolare del conto alla Ubs n. 525.779X1, citato alla p. 42 degli atti giudiziari del processo Ambrosiano. Su quel conto si riscontrano gli importi di 7 milioni e 1,5 milioni di dollari. Ma anche un’operazione di 11.908.166 dollari datata 30 luglio 1980, tre giorni prima della strage. (I conti sono confermati anche nei volumi della Commissione P2 a p. 483 Doc. XXIII, n. 2-quater/3/VII, Roma 1985) quindi, costatata la data ravvicinata con la strage di Bologna, che probabilmente non avrebbe dato alcuna informazione utile, ma una verifica sarebbe stata doverosa.

È sufficiente un po’ di dimestichezza con i conti svizzeri per sapere che il conto che avevo segnalato era quello iniziale. Risalendo al conto originario si può poi, facendo una sorta di “albero genealogico” con tutte le radici simili ricostruire i passaggi, ogni numero ha un codice: 525779.X1 – 525.779.X.S – 525.779.XS 60 – 525.779.60 R eccetera

Bisogna tener conto che era una banda di truffatori e falsari, i conti incrociati e le scatole cinesi sono una caratteristica della criminalità finanziaria. Quando l’ho segnalato al signor Bolognesi sembrava gli avessi lanciato un anatema! Gelli che non era l’unico truffatore e millantatore. Certe truffe e fondi neri a danno di finanziarie o industriali quotate in borsa, mancati pagamenti di sovrapprezzi dei pacchetti azionari da Calvi a Calvi (estero) ecc. finanziamenti a partiti compreso il Pci, che qui non elenco sono imputabili a Roberto Calvi. C’è una frase arrogante dell’ex presidente del Banco Ambrosiano del gennaio 1978 – dopo l’affissione dei noto Manifesto di Luigi Cavallo (9 novembre 1977) indirizzato alla Procura di Milano – ripresa anche da L’Espresso, settimanale italiano diretto in quell’epoca da Livio Zanetti: “con pochi milioni metto tutti a tacere”.

Roberto Calvi quando la crisi dell’Ambrosiano si fece acuta si rivolse alla Bank of Credit and Commerce International (BCCI) fondata (1972-1992) insieme, ad altre galassie sparse nel mondo e a società fittizie, dal pakistano sciita Agha Hasan Abedi con un indirizzo nel cuore della City di Londra e con sede nel Lussemburgo. Negli anni Settanta-Ottanta era in auge, tra i clienti della banca: Manuel Noriega, Saddam Hussein eccetera, ma anche il terrorista Abu Nidal.

Le banche che Abedi controllava accordavano crediti astronomici ai governi più diversi, africani, asiatici. In seguito si rivelerà anche ai “bailleurs” di fondi della cocaina, eroina, droghe chimiche, ai trafficanti d’armi, al traffico della prostituzione. Abedi controllava i cartelli del crimine organizzato e del terrorismo e una “filiera nera” composta dalla manovalanza, criminali di diritto comune pronti ad ogni bisogna e una di spionaggio. L’inchiesta condotta negli Stati Uniti dal procuratore generale della contea di New York, Robert Morgenthau – figlio del già citato Henry, negli anni Sessanta aveva lottato contro la mafia infiltrata nei sindacati – diede il colpo finale, già le sedi di Parigi, di Londra, Ginevra eccetera, erano state perquisite e chiuse. Oggi la storia di Abedi è nota. Il fallimento nel 1992 raggiunse i 12 miliardi dollari.

Carlo Rocchi e i colloqui con Michele Sindona

In un articolo di Massimo Pisa ne La Repubblica, edizione milanese (1º agosto 2022) “La storia di Rocchi: nella Cia per 50 anni tra trame e depistaggi” si legge:

Nelle carte entrarono tre colloqui riservatissimi tra il detenuto Sindona e l’agente Rocchi mandato dagli americani a rassicurare il banchiere sulla clemenza dei giudici italiani, tramite interessamento del presidente Reagan in persona e a ricordargli di tacere i segreti più indicibili.

Sindona in America era stato condannato a 99 anni, quindi l’interessamento di Ronald Reagan!?

Carlo Rocchi nella sentenza sulla strage di Bologna è menzionato più volte (pp. 27, 869, 883, 1373-1374) come “amico degli americani” e nell’ambito di un’inchiesta sullo spionaggio o interferenza degli Stati Uniti in Italia, condotta negli anni Novanta, dal giudice Guido Salvini e dal colonnello Giraudo (sentenza-ordinanza del 3 febbraio 1998).

Ora Rocchi, più che “fiduciario della Cia” apparteneva alla Drugs Enforcement Administration (Dea) e dipendeva dal Dipartimento federale della Giustizia americano, non era un collaboratore esterno ma un agente.

Ho avuto tre o quattro incontri con Carlo Rocchi, il primo, nel febbraio 1986. Quando mio marito giunse in Italia a seguito di estradizione nell’ambito del processo Sindona, fui avvicinata in aula da Rocchi. Voleva informazioni sulla voce che era corsa, ne parlarono anche i quotidiani (Liberation e La Stampa in una breve nota) su un accordo Francia e Italia in merito ad uno scambio Luigi CavalloSamuel Flatto-Sharon, ricevetti anche telefonate e un telegramma da Tel Aviv a conferma dell’informazione che affermava che la notizia proveniva da “fonte istituzionale”.

L’origine dell’informazione era la televisione israeliana. Ovviamente in un convegno a Parigi al Jolly Hotel nel gennaio 1986, presenti gli avvocati di mio marito, Francis Teitgen e Jean-Pierre Mignard e i giornalisti feci un deciso ‘break of information’ poiché la ritenevo grottesca. Non mi dilungo sulla vicenda che qui non interessa se non, in breve sulla persona di Flatto-Sharon incarcerato a San Vittore, promotore immobiliare, trafficante d’armi, cittadino francese di origine polacca, colpito, in Francia, da mandato di arresto per evasione fiscale (aveva trafugato circa 60 milioni di dollari), oltre truffe e traffico d’armi con il Libano, il nome appariva (vittima e colluso) a fianco di personaggi del milieu marsigliese, proprietari di casinò in Costa Azzurra dove negli anni Settanta-Ottanta agiva l’imprenditore Dominique Fratoni noto per i suoi legami con la mafia.

Intorno alla prima presa di posizione di Cossiga (sull’identità fascista della strage) si coagulò l’arco dei partiti costituzionali. Una doccia fredda per iscritti ed elettori di destra. Le forze politiche di governo e di opposizione non esitarono un minuto a tessere la propria unità.

Purtroppo, replicando un comportamento non di rado storicamente consolidato, alla verità sancita dal potere politico ha finito per allinearsi, con un surplus di passività\conformità, il potere conquistato dall’ordine giudiziario.

In quarant’anni spartito e musica non si può dire siano cambiati. Si sono moltiplicati gli imputati della carneficina: servizi segreti, P2, Super Sismi, Gladio.

L’eco pubblica delle conclusioni rimbalza su tutte le testate, suscitando non poche perplessità, soprattutto per una certa tendenza ad addossare le più gravi responsabilità ai soli servizi segreti, reiterando la narrazione dei misteri.

Il paradigma interpretativo offerto è quello delle stragi di Stato.

La strategia della tensione, in queste pagine, non si manifesta originariamente nell’eccidio alla Banca dell’Agricoltura, ma trova una sua prima espressione (seppur con minor brutalità) nella violenza eversiva dell’Alto Adige degli anni Sessanta.

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bologna, dottor Giuseppe Amato, di fronte all’ammasso di carte a carattere politico-ideologico accreditate a spada tratta dall’Associazione dei famigliari, non esita ad assumere il coraggio di negare loro ogni importanza, e quindi ad archiviare.

A farle proprie, avocandole al proprio ufficio e dedicando loro indagini e attenzioni privilegiate, fu invece il Procuratore generale presso la Corte d’Appello dottor Ignazio De Francisci.  C’è da chiedersi se egli e i suoi più stretti collaboratori si siano fatti una semplice domanda: che interesse avevano i defunti Lucio Gelli, Federico Umberto D’Amato, Mario Tedeschi e Umberto Ortolani a fare quello che la sentenza della Corte d’Appello attribuisce loro di avere fatto, cioè di avere cooperato al piano diabolico di far saltare in aria, con rumorosissime esplosioni di bombe, la stazione ferroviaria di Bologna per far capire ai comunisti che la pacchia era finita?

Che c’entrano in questa tumultuosa e sconclusionata turbolenza mentale da cui sembrano essere affette le motivazioni della sentenza, organismi sovranazionali come il Patto atlantico e la Nato?

I comunisti bolognesi, per accreditare tale situazione, fecero una ridicola gigantografia di un piccolo personaggio, Roland Stark, e vi vollero coinvolge re la John Hopkins University che a Bologna, oltreché a Baltimora, ha avuto una delle sue principali e autorevoli sedi.

Non solo lo staff della Procura generale né mai nessuno è riuscito a dimostrare che la principale alleanza militare post-bellica dei Paesi a regime liberal-democratico abbia invaso o mosso guerra a qualche paese, cioè abbia fatto quanto l’Armata rossa e i suoi eredi hanno diffusamente compiuto in Germania, Ungheria, Cecoslovacchia, Afganistan, eccetera, fino all’Ucraina.

Negli Stati Uniti, dove diversi governi hanno fatto un uso abusivo dei loro poteri e dell’immagine di Washington, sostenendo regimi dispotici o intervenendo militarmente in America Latina, in Africa, in Asia, il turn over alla te sta dei servizi di sicurezza è continuo. La libera stampa e i ricercatori hanno potuto, sia pure poco speditamente, avere accesso agli archivi e documenta re episodi gravi di macro e micro-imperialismo.

Né è male, ma opportuno, rilevare una certa trasparenza e visibilità dei poteri negli Stati Uniti, perché è quanto in Urss e nei paesi cosiddetti socialisti è impensabile possa essere consentita.

Lo svolgimento dei numerosi processi sulla strage di Bologna ha mostrato l’estrema sensibilità delle corti giudiziarie non a richieste formali o esplicite, ma a impalpabili suggerimenti, sollecitazioni dei governi e dei partiti politici. Si tratta di accertarne la misura e il volume, senza negare che in generale questo buon vicinato e reciproco interfacciarsi e intrecciarsi tra istituzioni giudiziarie e corpi politici è comune a moltissimi paesi.

Se la vicenda di Bologna non costituisce un’eccezione o un’innovazione, mi pare opportuno verificare se, e in che misura, non si sia trasmodato, cioè se non siamo in presenza non di una replica, di un comportamento di conformità, di omologazione dell’amministrazione della giustizia al potere politico. Sarebbe la conferma, un ulteriore riscontro di un fatto storicamente determinato, cioè che in Italia lo Stato di diritto continua ad avere un parto difficile.

La strage e i giudici

Credo valga la pena di esaminare quali sono stati gli eventi e le tematiche intorno alle quali si sono incorniciati, influenzandoli sensibilmente, i diversi processi che hanno cadenzato gli esiti delle indagini sulla carneficina avvenuta a Bologna il 2 agosto 1980.

Va precisato che il primo indizio di responsabilità della strage fu individuato inizialmente, cioè lo stesso giorno, in comunicati generici attribuiti ai NAR e a un organo politicamente opposto, l’OLP. Entrambi furono in prima fila nel rivendicarla. Non disponevano di nessun elemento probatorio e, pertanto, non ebbero nessuna ricaduta significativa nella stampa e nei partiti.

 In questa nuova consapevolezza del tessuto sociale consisterebbe il «maggiore baluardo delle nostre istituzioni», difese più dai cittadini che dagli uomini di governo e dalle agenzie di sicurezza. La politica è posta sotto accusa da “l’Unità”, che al “Sono stati i fascisti” del titolo in prima pagina, fa seguire la propria sintesi interpretativa della strage:

“un nuovo feroce assalto contro la democrazia mentre manca una guida politica seria e si fa sempre più acuta la crisi economica e sociale”.

Bastava, dunque, cambiare governo, chiamare i comunisti a farne parte.

La spinta a riproporre un rilancio dell’antifascismo coincide con la linea, proposta dal premier Cossiga e dal quotidiano La Stampa, di attribuire la strage ai fascisti. L’intero decennio è ripercorso mettendo in fila gli episodi più eclatanti della criminalità “nera”, distinguendola da quella “rossa” per la sua maggiore violenza.

La prima colpiva dirigenti di partito o rappresentanti dello Stato, la seconda era volta a sterminare la gente, il popolo: le bombe di piazza Fontana a Milano nel 1969, di Piazza della Loggia a Brescia e dell’Italicus a San Benedetto Val di Sambro nel1974 (dove l’istruttoria appena conclusa aveva rinviato a giudizio i terroristi neri Mario Tuti, Luciano Franci e Piero Malentacchi quali esecutori materiali).

Il decennio degli anni Settanta, se offre lo spunto per mostrare una certa efficienza della magistratura, conferma la presenza ovunque della mano nera del terrorismo, e deve arrendersi di fronte alla diffidenza e alla lontananza della gente.

La testimonianza più potente e dolorosa non è nell’immensa folla che a Bologna occupa piazza Maggiore, ma negli insulti di cui sono fatti bersaglio Cossiga e i ministri. Direi che soprattutto è nel rifiuto dei famigliari delle vittime. Dichiarano di non voler esporre il feretro dei congiunti nelle commemorazioni istituzionali e di non intendere partecipare ai funerali solenni previsti a Bologna per il 6 agosto 1980.

Nella principale chiesa di Bologna questa lacerazione è di un’evidenza impressionante. La quasi totalità delle salme, infatti, non sarà presente in San Petronio. In questa mesta celebrazione si mescolano, diventando inestricabili, da una parte la paura che possano aver luogo altri incidenti e disordini creando nuove tragedie; dall’altra un consapevole ed esibito “rifiuto politico” del rito religioso. Grazie al virus inoculato dal Pci e dai partiti di sinistra, anch’esso finì per tramutarsi in un prolasso retorico di promesse e una fiera di impegni mille volte ripetuti e ascoltati. In breve qualche e, una cerimonia piegata a celebrare il ballo irrefrenabile del luogo comune.111

L’impunità decretata dallo Stato quando non riesce a trovare i colpevoli e a punirli, cioè ad emettere sentenze, è il solvente micidiale che in maniera lenta ma ineluttabile distrugge un regime democratico. “Non vogliamo un’altra Catanzaro” grida l’appena costituita a Bologna Associazione dei parenti delle vittime al Convegno delle città colpite dal terrorismo, promosso dalla Federazione unitaria Cgil, Cisl e Uil, tenuto il 2 giugno 1981. Il riferimento era al processo non ancora concluso per la strage di Milano presso la Banca dell’Agricoltura.

“Non ci sarà una seconda Piazza Fontana” fu l’orgoglioso impegno, la grande sfida politica lanciata dal Comune di Bologna.  Nel dodicesimo anniversario della strage dal Corriere della Sera a La Stampa fino all’Associazione dei parenti delle vittime sono in prima fila nel denunciare l’immobilismo delle indagini. Non riguarda solo Bologna. Tutte le carneficine da Piazza Fontana all’Italicus, da Piazza della Loggia a Brescia sono indagini rubricabili come “passi perduti”. A rendere esterrefatti e indignati è la lentezza a carattere permanentemente cronico dell’amministrazione della Giustizia italiana; la scarsa comunicazione, e quindi la quasi non collaborazione tra magistrati e i dirigenti della nostra security; la trama dei rapporti impropri delle aree ad alto tasso di criminalità col terrorismo nero-fascista, che si sommano ad un fenomeno endemico, cioè agli  scambi e coperture tra l’eversione di estrema destra con i servizi segreti e in generale la sfera del potere politico. Per non parlare delle assoluzioni, accompagnate da riesami, e trasferimenti ad altre sedi dei giudici. A Bologna furono coinvolti dal provvedimento ben quattro dei giudici coinvolti sino ad allora nell’inchiesta per la strage del 2 agosto, cioè Angelo Vella, Aldo Gentile, Luigi Persico e Guido Marino. Manlio Milani ha saputo cogliere un elemento decisivo quando ha vissuto, e reso pubblico, la distanza tra le istituzioni dello Stato e il mondo dalle pene inconsolabili e non risarcibili delle vittime. E’ un conflitto che ha vissuto dentro di sé e lo ha reso pensoso, e insoddisfatto, di tutte le semplificazioni, le stesse verità uniche:

La sudditanza a Mosca comportava anche efferatezze e disumanità. Per alcuni giorni una folla di militanti e di elettori si scatenò contro il treno che da Trieste trasferiva a Roma centinaia di sopravvissuti alle foibe e ai maltrattamenti dei comunisti jugoslavi. A questi viaggiatori negarono acqua e pane, ma li rifocillarono di scorte di insulti cocenti. Fu un’azione indecente di squadrismo comunista. Ad esserne vittime furono numerosi abitanti di una regione italiana, la Venezia Giulia. Il legame fraterno con Stalin e con Tito, entrambi riveriti da Togliatti, li aveva tramutati in una folla di profughi in patria. Ignorati dallo Stato, criminalizzati come fascisti dalle sinistre, accampati nelle case popolari delle grandi periferie urbane per molti decenni furono costretti a vivere nella condizione miserabile e penosa di poverissimi esuli. Nella storia dell’Italia monarchica e repubblicana, non si era mai vista una così imponente de-nazionalizzazione di un segmento della popolazione, per di più proveniente dai confini, imposta da un partito legato a filo doppio a Mosca. Stipati nei vagoni di una tradotta delle Ferrovie dello Stato, fuggivano da un destino certo di perdita ogni identità nazionale e di ogni libertà. Avevano due colpe che non verranno loro mai perdonate. In primo luogo aver voluto preservare, difendendola con grandi sacrifici di vite umane, espropriazione di beni, aggressione alle loro ancestrali memorie, a loro identità nazionale. L’esercito e la polizia politi a rossa del maresciallo jugoslavo li avevano banditi, armi in pugno, dalle proprie città e case. In secondo luogo avevano rivendicato il diritto a non subire, dopo quella fascista, l’oppressione di una dittatura anche peggiore come quella di Stalin, auspice Togliatti. I comunisti bolognesi saranno sempre in prima fila nell’assecondare ogni decisione e impulso ostile alla democrazia degli Stati Uniti e dei paesi aderenti al patto atlantico, nel cantare le lodi di quanto -anche di peggio – veniva imbandito dalla propaganda sovietica.

Ian Palach, “eroe negativo”

Il punto più basso, la pagina cioè più degradante e infame, fu toccato da un uomo di potere, sempre molto attento alla propria immagine (non di trasandato e improbabile compagno comunista, ma di sé stesso), il sindaco Renato Zangheri.

Si volle spingere all’estremo del filo-sovietismo, nella difesa di una misura semplicemente reazionaria come l’invasione della Cecoslovacchia da parte di reparti del l’Armata Rossa, l’uso dei carri armati per debellare la domanda di autonomia e di libertà dei cittadini cecoslovacchi. Lo fece bollando come “eroe negativo” il suicidio del giovane studente Ian Palach. Piuttosto che vivere in una città occupata dall’esercito e governata dal partito dell’Urss, come Praga, optò per darsi la morte. Era il segno del dolore infinito, della disperazione alla quale i metodi e le idee del comunismo condannavano le nuove generazioni. Ma il sindaco di Bologna e il suo partito non esitarono a schierarsi dalla parte di chi, facendo sfilare colonne di tanks e uomini armati, pensarono di ipotecare il loro futuro.

Perché questa storia non si ripetesse, anche se non ce n’era il minimo indizio, i leader comunisti bolognesi, con alla testa il sindaco prima citati, invocheranno, in maniera impropriamente indiretta l’intervento repressivo della polizia per ripristinare il vecchio ordine accademico. Guido Viale lo aveva devastato sui Quaderni Piacentini mostrandone il vecchiume, l’arretratezza e la distanza siderale dai bisogni della gente e delle stesse imprese.

C’erano stati episodi di violenza a carico di qualche ristorante, non poche occupazioni di strade e biblioteche di Facoltà, scambi di insolenze eccetera. L’esercito inviato da Cossiga, allora ministro dell’Interno, militarizzò la zona universitaria. Solo la sindrome pervasiva del complottismo dominante nella testa del gruppo dirigente del Pci poteva spiegare che senso avesse criminalizzare gli studenti accusandoli di essere terroristi di destra, addirittura manovrati dagli Stati Uniti, insieme ai movimenti politici di estrema sinistra che li sostenevano. Negli atenei di Berkeley, di Parigi e di Nanterre eccetera succedeva di peggio.

Per la verità non si poteva esigere né pretendere molto. La federazione comunista di Bologna per conto suo e non aveva mai dato prova di eccellere in capacità di analisi. Era uno scrigno prezioso di voti, una chiesa di grande fedeltà a Roma, e subiva passivamente la sindrome universal-complottistica permanente che aveva pervaso a Roma il ministro dell’interno in pectore, Luciano Pecchioli. Subirà anche la fascinazione dell’idea di Luciano Violente di appiattirsi sulle procure, dando vita alla famosa via giudiziaria al socialismo131.

Il fascismo eterno, un’invenzione dei comunisti

L’idea del fascismo che torna, cioè del fascismo eterno, fu inventata dai comunisti, per esorcizzare la formazione di una destra liberale.

Venne agitata in ogni occasione dopo l’esclusione del Pci dal governo nel 1948. Ad essa ha sempre corrisposto l’esibizione – non senza una certa ridondanza – dei simboli dell’antifascismo e della Resistenza.

Ricordo che nel 1977 gli iscritti al Pci furono mobilitati a difesa del sacrario e dei cippi delle vittime partigiane nella guerra di Liberazione. I loro nomi e le relative foto erano esposti a Piazza Maggiore. Ci fu inoltre imposto di recidere qualunque legame amicale con militanti o sospettati di essere tali delle Brigate rosse e simili. Nessuno aveva minacciato questo e altri luoghi di rimembranze antifasciste, ma il segnale che si voleva dare era che il movimento degli studenti voleva regolare dei conti col passato antifascista (peraltro recentissimo) di una città che tra quelle emiliane, e anzi italiane, era stata sempre orgogliosamente fascistissima.

Per i giovani di destra, la vita a Bologna è stata grama, impervia, una sfida e un pericolo continui. Girare da soli in città, ed essere riconosciuti dai giovani della FGCI, significava esporsi a incidenti, quando non una catena, di violenze e provocazioni.

Non diversa mente da quanto era avvenuto nel biennio 1920-1921 ai giovani socialisti e comunisti assunti a bersaglio delle squadracce fasciste e costretti ad emigrare. Di qui la necessità per i militanti neofascisti di fare gruppo, incontrarsi collettivamente e quindi cadere nel pericolo che si voleva evitare. Una guerra civile a bassa intensità, ma permanente.

Un parlamentare di Alleanza Nazionale, Enzo Raisi, in un passaggio auto biografico ricorda

“i tanti scontri che noi giovani di destra, sparuta e coraggiosa minoranza, ingaggiavamo al Liceo Fermi con i nostri coetanei di sinistra. Non c’era storia, il rapporto era uno a cento e la nostra attività politica era mera testimonianza”132.


25 Danilo Coppe, Crimini esplosivi, Milano, Mursia, 2020, pp. 366-367.


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