TRANSILVANIA

La Transilvania è la Regione che nell’ epoca romana costituiva la parte centro-orientale della Dacia e che oggi è la regione centrale della Romania.

Il nome deriva dall’ espressione latina trans-silva che significa oltre la foresta, riferita ai Monti Apuseni che fanno parte della lunga catena dei Carpazi occidentali.

Con Burebista il più grande Re della Dacia, contemporaneo di Giulio Cesare, il regno raggiunse la sua massima espansione e la Transilvania ne fu il centro politico.

Numerose furono le guerre tra i Daci e i Romani e fu Traiano che, dopo una imponente campagna di conquista dell’ area ( anni 101-106), conclusasi con la morte del re Decebalo, riuscì a conquistarla e farla diventare provincia romana col nome di Dacia Traiana. Nonostante questo, Traiano è amato in Transilvania perché tutti gli riconoscono il fatto di aver avuto un grande rispetto e considerazione per la Dacia, ancorchè battuta militarmente.

L’ epica campagna militare è mirabilmente descritta lungo il fregio spiraliforme della colonna Traiana ai Fori Imperiali a Roma. Una copia voluta dall’ Accademia di Romania a Roma è visibile al museo nazionale di Bucarest dove, da monumento celebrativo per la vittoria dei romani sui Daci, è diventata orgoglio di discendenza del popolo romeno (FOTO 0). Essendo segmentata in tavole che sono quasi dei fotogrammi della conquista della Dacia e anche degli usi e costumi dell’ epoca, è maggiormente ammirabile nei dettagli rispetto all’ originale ed anche rispetto all’ altra copia esposta al Victoria and Albert Museum di Londra, tagliata in due per motivi di altezza dell’ edificio ospitante.

I Daci, anche sotto i Romani, furono sempre un popolo ribelle e nel 271 Aureliano decise di abbandonare la provincia.

Invasioni barbariche, Carlo Magno, i Bulgari, l’occupazione ottomana. Seguirono secoli movimentati per questa zona che rappresenta il cuore della Europa centro-orientale.

La storia moderna della Transilvania la vede alleata con la Germania nella Seconda guerra mondiale, ma nel ‘44 il Re Minai ruppe con l’asse e si alleò coi russi.

Il successivo lungo periodo di regime comunista terminò in modo violento. Nel 1989 dopo la caduta del muro di Berlino, quando uno dopo l’altro i regimi comunisti dei Paesi dell’Est Europa facenti parte del patto di Varsavia caddero senza spargimento di sangue, in Romania scoppiò una rivoluzione violenta, iniziata proprio in Transilvania. Combattimenti sanguinosi infuriarono strada per strada: l’esercito e i civili da una parte e le truppe del Presidente Ceausescu, che aveva retto il paese per oltre 20 anni in un regime dittatoriale, dall’ altra. Il Presidente e la moglie furono catturati, processati sommariamente da un tribunale militare e il giorno di Natale del 1989 furono fucilati. Dopo di che iniziò un’altra era, difficile ma piena di speranze. Oggi la Transilvania è una delle tre grandi regioni che compongono la Romania, Nazione indipendente che dal 2007 fa parte della Unione Europea ma non ha accolto l’Euro come propria moneta.

Un viaggio in Transilvania oggi è, indubbiamente, un viaggio romantico (FOTO 1).

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Ci si trova nell’ Europa centro-orientale fantasticata leggendo le fiabe russe, quella dei capanni dai tetti di paglia (FOTO 2) ai margini di foreste popolate da lupi e orsi, con la neve alta, le slitte, le giacche di pecora, le bluse coi ricami complicati, i fazzoletti coi fiori in testa alle donne.

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Piccoli cimiteri sparsi qua e là con piante dai fiori coloratissimi tra una tomba e l’altra (FOTO 3) donano una sensazione di tranquillo riposo al quale la popolazione anziana si avvicina pian piano grazie ad una lunga fase preparatoria.

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Le casette curate, i fiori alle finestre, la biancheria stesa, il giardino, l’orto, le galline, gli anziani seduti davanti a casa. Nel giardino il pozzo coperto da un tettuccio con pareti istoriate ed anche il crocefisso in legno o in metallo come segno tangibile di una forte religiosità della popolazione.

Per strada spesso si incontrano carretti trainati dal cavallo con intere famiglie che vanno o tornano dai campi (FOTO 4) dove ancora si falcia a mano, con la falce.

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Falciare a mano è quasi un atto culturale, una affermazione di valori, un’espressione di resistenza rurale. Una volta falciata, l’erba viene messa ad seccare in covoni conici col bastone centrale (FOTO 5) che tanto ricordano quel ciclo di tele realizzate da Claude Monet a Giverny, da lui stesso denominato “Covoni”.

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Percorrendo le strette strade della Transilvania rurale si vede la vita contadina descritta da Tolstoy, si vedono i resti di un mondo antico, scorrono davanti agli occhi tanti quadri dei pittori impressionisti.

Durante il percorso si viene accompagnati dalle cicogne che fanno i loro nidi sui comignoli dei tetti o sui tralicci dei cavi elettrici (FOTO 6).

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Questi miti uccelli migratori sono amati dalla popolazione al punto che nei giorni più freddi dell’inverno, anche su richiesta delle autorità locali, quelle che non sono riuscite a migrare vengono fatte entrare in casa e tenute al riparo.

Di particolare impatto scenico ed artistico sono i monasteri dipinti costruiti dopo la caduta di Bisanzio e nascosti, al riparo dai nemici, in remote valli boscose tra la Transilvania e la Bucovina, ultimi capolavori dell’ arte bizantina(FOTO 7).

I monasteri sono custoditi da monache vivaci e operose alcune delle quali fungono da guida del monastero per i pochi turisti in visita e vendono sottili candeline di cera naturale, cartoline sbiadite, medagliette ricordo, piccoli lavori all’ uncinetto.

Non sono affrescati solo gli interni dei Monasteri, ma anche tutte le pareti esterne sulle quali viene raccontata la vita di Cristo e dei santi con colori unici e straordinari: il blu dei lapislazzuli, i rossi, i verdi, i gialli ancora splendenti dopo 500 anni di intemperie.

Si tratta di vere e proprie oasi di colore e di raccoglimento nel mare verde delle foreste che rivestono le pendici della catena montuosa dei Carpazi, montagne ancora molto integre e, in buona parte, non abitate dall’ uomo. In questi monti è ospitata la più numerosa popolazione di orsi bruni d’ Europa di cui fanno parte oltre 8000 esemplari. Gli orsi tendono sempre più spesso ad uscire dalla foresta e avvicinarsi ai pochi centri abitati in cerca di cibo creando paura e qualche incidente. Tutta la zona è, però, coperta da un eccezionale servizio satellitare di allarme che segnala quando gli orsi si avvicinano alle zone abitate e indicano agli abitanti e ai turisti cosa fare e dove andare.

Ad interrompere il mare verde delle foreste ci sono sette antichi agglomerati urbani. Particolarmente belle e interessanti sono le cittadine di Sibiu e Brasov.

Furono entrambe costruite dalla popolazione di etnia tedesca, i Sassoni, che vennero chiamati come coloni in diverse riprese tra il 1141 ed il 1162 per fondare città, avviare miniere e coltivare la terra. I tedeschi rapidamente divennero il fulcro della difesa dei confini meridionali contro i tentativi di occupazione da parte degli Ottomani. Dopo la seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, molti Sassoni emigrarono verso la Germania Ovest. Una minoranza rimase in Transilvania e la loro presenza è ancora chiaramente visibile nei tratti somatici, nelle abitazioni, negli usi e nei costumi.

Sibiu era la città più orientale legata alla cultura dell’Europa centrale. Da sempre è una città all’avanguardia: qui sorsero la prima scuola, il primo ospedale, la prima farmacia, la prima biblioteca della Romania. Vi soggiornarono artisti del calibro di Franz LiszteJohan Strauss ed è tuttora un vivace centro culturale dove si tengono festival, mostre, spettacoli teatrali e opere liriche, tutti fattori che contribuirono a farla nominare capitale europea della cultura nel 2007.

Dotata di un delizioso centro storico caratterizzato da palazzi e case colorate con colori pastello (FOTO 8) che le donano un’atmosfera bohémienne, è caratterizzata da un particolare architettonico:

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i lucernari dei tetti che assomigliano a occhi umani socchiusi (FOTO 9)

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Secondo un detto popolare queste finestre sarebbero state costruite così dai Sassoni per incutere timore alla popolazione locale, facendo loro sapere che li tenevano perennemente d’occhio. Negli ultimi anni gli occhi di Sibiu sono stati utilizzati come simbolo da parte di un movimento politico che ha come obiettivo principale la lotta alla corruzione, abbondantemente presente nel Paese.

I Sassoni fondarono e vissero per otto secoli anche a Brasov. Erano soprattutto artigiani e commercianti che riuscirono a sfruttare la favorevole posizione della città, all’incrocio delle principali vie di comunicazione tra l’Impero Ottomano e l’Europa occidentale ottenendo un consistente arricchimento economico e una forte influenza politica. Questo portò anche a uno sviluppo dell’architettura cittadina con bei palazzi e chiese (FOTO 10).

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Poiché la città era esposta alle incursioni degli ottomani vennero costruite importanti fortificazioni, continuamente ampliate e potenziate con torri, ognuna delle quali curata e sorvegliata da una delle congregazioni di artigiani Sassoni. Di particolare importanza la Chiesa Nera, luogo di primario culto evangelico. Costruita alla fine del 300 in stile gotico, semi distrutta da un incendio del 1689 ha, ancora oggi, dopo il restauro, una parte dei muri anneriti dalle fiamme. La città fu la sede più importante dell’avvio del protestantesimo in Transilvania, grazie all’umanista Johannes Honterus   la cui statua si eleva vicino all’ ingresso della Chiesa Nera (FOTO 11).

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Vicino a Brasov si erge uno dei siti maggiormente visitati dai turisti. Si tratta di uno dei tanti castelli arroccati sulle montagne della zona, il castello di Bran (FOTO 12),

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al confine tra la Transilvania e la Valacchia. Pare che qui abbia vissuto almeno per qualche anno il Principe Vlad III di Valacchia nato a Sighisoara nel 1431, noto anche con il suo nome patronimico, Drăculea (che significa figlio del drago, facendo parte dell’ ordine del Dragone fondato per proteggere la Cristianità nell’ Europa orientale). Vlad III fu un grande condottiero che combattè a lungo gli Ottomani che avevano invaso quelle terre. Era conosciuto anche come Vlad Țepeș (Vlad l’Impalatore), a causa della sua predilezione per l’impalamento dei nemici.  Erano anche tanti altri i modi che Vlad aveva per combattere. Ad esempio nel 1450, durante un assedio da parte degli Ottomani, Vlad III mandò centinaia di appestati ben vestiti e disarmati fuori dalle mura della città ad abbracciare i nemici in segno di resa e la peste si sparse nelle truppe assedianti. Fu uno dei primi esempi di guerra batteriologica della storia.

Nonostante la sua reputazione di uomo crudele, Vlad III è, ancora oggi, venerato come eroe popolare in Romania, così come in altre parti dell’ Europa orientale, per aver liberato dagli Ottomani la popolazione rumena sia a sud che a nord del Danubio .

Il Re Carlo III di Gran Bretagna, innamorato della Transilvania dove possiede un borgo con castello, ha fatto accurati studi di discendenza e ha scoperto di avere un ramo di antenati in comune con Vlad III. E’ 16 volte pronipote di Vlad III e pare ne vada molto fiero.

Il principe Vlad finì male poiché gli Ottomani, non meno feroci di lui, gli tagliarono la testa quando in una sfortunata battaglia riuscirono a catturarlo.

Anche senza testa avrebbe riposato in pace nel vago ricordo del suo popolo riconoscente se un bel giorno la sua storia non avesse incontrato la sfrenata fantasia dello scrittore britannico Bram Stoker che, nel 1897 la trasformò in uno degli ultimi esempi di romanzi gotici. Da Draculea a Dracula il passo fu breve. Riprendendo il mito del vampiro aristocratico, distante dall’immagine del vampiro presente nel folklore, Stoker realizzò un romanzo dalle atmosfere cupe, in cui il terrore e la minaccia assillano i protagonisti, in un crescendo di emozioni che conduce alla scoperta dell’orrore rappresentato, appunto, dal tetro vampiro. Una storia horror a successivo uso e consumo della filmografia del XX secolo.

Invece l’horror non esiste proprio in questa terra dai bei prati verdi ornati di papaveri rossi, coi suoi profumi delle sere d’ estate, le sue candide nevi invernali, con le sue piazze dai colori pastello rimaste intatte nei secoli.

Esiste però una popolazione “difficile” e malvista che è sempre stata lasciata ai margini della vita sociale del Paese. Si tratta degli zingari che oggi rappresentano solamente il 3% degli abitanti della Transilvania mentre nei secoli passati erano presenti in numero molto maggiore. “La Transilvania senza gli zingari è inconcepibile”, scrisse Konrad Bercovici, lo scrittore Romeno emigrato negli USA “Come l’arcobaleno senza colori o la foresta senza uccelll”. Gli zingari, dal greco medioevale Atsigganos “intoccabili”, sono riginari dell’ India nord occidentale (Punjab) e tra il IX e X secolo dC arrivarono fino in in Europa conservando le tradizioni di vita nomade, spostandosi in carri malconci, allestendo accampamenti improvvisati e occupandosi di attività non fisse come il commercio di cavalli, la lavorazione e riparazione di oggetti di rame, la musica ambulante, la chiromanzia, l’ accattonaggio, il furto. Nella transizione dall’ India verso l’Europa alle caratteristiche indiane si sono sovrapposti elementi arabo-persiani, armeni, rumeni. Nel 1939 oltre un milione di zingari viveva in Europa, principalmente in Russia, Germania e Romania. I Nazisti li perseguitarono. Dalla persecuzione, si passò alla sterilizzazione, all’ internamento nei campi di concentramento e infine allo sterminio. Nel successivo periodo comunista centinaia di migliaia di zingari furono deportati in Moldavia. A quelli rimasti non fu mai riconosciuta l’appartenenza ad una minoranza culturale, anzi furono obbligati al lavoro salariato nelle fabbriche o nelle cooperative statali, alla scolarizzazione e alla residenza fissa.

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Pochi sfuggirono al volere del regime e sono quelli che ancora oggi si vedono in giro per strada (FOTO 13) abbigliati coi loro variopinti costumi tradizionali e che viaggiano per tutta Europa coi loro camper.

Non sono solo gli zingari a spostarsi da queste zone verso altri Paesi. Oltre un milione di Romeni (soprattutto donne) sono in Italia dove non vengono per restare definitivamente ma solamente per riuscire ad accumulare i quattrini necessari per comprare la casa per la famiglia affinchè i loro figli non siano obbligati a lasciare il loro Paese a causa delle retribuzioni molto basse. In Italia e negli altri Paesi europei si dedicano principalmente alla cura delle persone fragili come gli anziani e i malati e lo fanno con la cura che è loro connaturata visto che, da sempre, gli anziani e i malati nel loro Paese vengono accuditi a casa.

Nel complesso la Transilvania non è solo un “presepe diffuso”, è una regione che ha molti aspetti interessanti, soprattutto sul profilo umano e della natura. “C’è un senso di ancestrale comunità qui. Un circolo virtuoso dove l’ uomo e la natura sono in equilibrio”, Re Carlo III d’ Inghilterra.


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