LE SFIDE IMPOSSIBILI DI LIATY PISANI (2)

di Michele Trecca

Frankfurter Allegemeine Zeitung scrisse: le Carré in gonnella. Giusto, ma… Leggendo a me, però, vennero in mente questi versi:

«Oh gran bontà dei cavalieri antiqui, / Eran rivali, eran di fé diversi… E pur per selve oscure e calli obliqui / Insieme van senza sospetto aversi…».

Nella grande famiglia del romanzo moderno certi legami di sangue sono ancora molto vivi. In Specchio di notte i cavalieri «di fé diversi» che «insieme van senza sospetto aversi» sono il dottor Guthrie (psicanalista di chiara fama a Vienna) e l’agente segreto Ogden (qualche omicidio alle spalle: ma sempre nel rispetto dei principi di deontologia professionale), uniti nella ricerca dell’avvenente Angelica-Alma, già paziente dell’analista e moglie del defunto (morto ammazzato) industriale Lasko, depositario della formula (magica) per produrre l’antidoto contro la Malattia, sobrio ma esplicito richiamo al famigerato Aids.

«Le selve oscure e calli obliqui» sono i mille pericoli e i tradimenti dai quali i due devono districarsi: non escluse ovviamente le insidie amorose che, come sempre, anche nel caso di Orlando-Ogden sono il banco di prova più impegnativo. Tanto da scatenare nel nostro paladino senza macchia e senza paura non la pazzia ma un’egualmente folle voglia di giustizia che lo porterà ad opporsi, come un angelo vendicatore, all’aridità e al cinismo dei dirigenti del Servizio per il quale lavora (una sorta di super agenzia al solo del migliore offerente). Ovviamente, il «mondo parallelo» dello spionaggio – i cui segreti non sono affatto destinati ad essere svelati, come invece si illude il dottor Guthrie – è «una metafora della vita o della psicanalisi». Come dire: tante parole, molto dolore, poche certezze.

Dopo Specchio di notte Liaty Pisani si trasferisce nel Canton Ticino («Per ragioni di salute di mia figlia, che non poteva vivere in una città inquinata come Milano») e mette solide radici editoriali nella Svizzera tedesca con la prestigiosa Diogenes Verlag di Daniel Keel. Tutti i suoi romanzi successivi, quindi, sono stati pubblicati prima all’estero in tedesco e poi in Italia. Anzi, nel nostro Paese ne mancano ancora all’appello due, Der Spion und der Dichter, il primo di questo nuovo corso, e Die rote Agenda (L’agenda rossa) del 2012. Diceva qualcuno che a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia. Sicuramente nella scelta di Liaty Pisani del Canton Ticino e di Diogenes hanno influito certe resistenze editoriali italiane ad accettare le sue storie.

La spia e il poeta ha al centro la strage di Ustica del 1980. Ogden deve recuperare dei documenti che scottano, di cui non conosce il contenuto. A Londra s’imbatte in un poeta e in un giro di abituali frequentatori di sedute spiritiche coinvolti a vario titolo nella sua stessa ricerca. I documenti inseguiti in realtà sono materiale filmato dal quale sulla vicenda di Ustica emerge una verità sconvolgente, del tutto diversa dalle varie ipotesi ancora adesso in circolazione. L’agenda rossa è ambientato nel luglio del 1992. Subito dopo la strage di via D’Amelio Ogden viene incaricato dal Servizio di ritrovare l’agenda rossa di Borsellino che, nelle mani giuste, potrebbe essere un’arma di ricatto formidabile. La ricerca di Ogden si trasforma in un viaggio agli inferi tra i vari gironi del potere in Italia: da una parte la criminalità organizzata, dall’altra i colletti bianchi e gli strateghi della politica, figure insospettabili e volti ben noti che agiscono nell’ombra, godendo di totale impunità. Tra fiction e spionaggio internazionale, L’agenda rossa è una denuncia civile delle dinamiche con cui la mafia si è infiltrata nei mercati finanziari globali, trasformandosi da fenomeno locale a piaga geopolitica.

«Ci sono cose che un uomo non può esimersi dal fare. A me è toccata questa e non voglio sfuggirle, né posso».

Sono parole di George Keneally, protagonista di Un silenzio colpevole (Der Spion und der Schauspieler, 2001), giovane e brillante avvocato newyorkese discendente di una delle più importanti dinastie americane, in procinto di candidarsi al Senato e poi alla Casa Bianca nel 2004. In altre parole John John Kennedy, precipitato il 16 luglio 1999 nell’Oceano Atlantico al largo di Martha’s Vineyard, nel Massachusetts. Sull’aereo, da lui stesso pilotato, viaggiavano anche la moglie, Carolyn Bessette, e la cognata. Un incidente o un attentato? Ogden, in vacanza in Grecia, inciampa per caso nel bandolo di quest’ingarbugliata matassa e la sbroglia, lasciandoci l’amaro in bocca di una verità negata.

Dopo John John Kennedy, Putin (Vladimir Sablin in La spia e il presidente, 2002), poi Bob Dylan (Robert Hibbing in La spia e la rockstar, 2006): i romanzi di Liaty Pisani sono ritratti, come quelli dei suoi grandi amori letterari dipinti su tela. Da Primo Levi a Pasolini, Virginia Woolf, Marcel Proust, James Joyce, Oscar Wilde, Jerome David Salinger, Bob Dylan, Samuel Beckett, Ernest Emingway… Ha scritto Ferruccio De Bortoli nel catalogo di una mostra del 2019:

«Non sono idoli, né icone, ma i compagni della sua vita, ai quali si sente legata per averli letti e riletti. Lei li ha visti così. Sul cavalletto. Con i colori che scendono freschi dalla tela. Con un senso di incompiutezza. E, dunque, immaginiamo che non siano finiti, che l’autrice si riservi di dare un ultimo tocco. Come si fa ai manoscritti che non appagano mai gli autori e che gli editori devono alla fine strappare loro dalle mani per poterli pubblicare. E l’autrice di questa mostra, di questo catalogo, non è mai convinta di aver terminato un compito. Ciò le conferisce una certa affascinante ambiguità. E poi, quale sarà la vera Liaty? Quando scrive o quando dipinge? Dopo tanti anni non sono in grado di dare una risposta credibile, ma solo di esprimere un moto di grande affetto».

Putin, pardon Sablin («ogni riferimento a luoghi, fatti, persone realmente esistenti è puramente casuale»), è ritratto all’inizio della sua ascesa nel momento topico della ridefinizione degli equilibri di potere (eufemismo) con l’oligarchia che negli anni novanta aveva preso il sopravvento sullo stato. La rockstar, invece, con le sue canzoni rischia di far saltare il banco dei Maestri della guerra e perciò finisce al centro della contesa («un Truman Show metafisico») fra le aggressive élite di oltreatlantico (avvinghiate a pratiche pedofile e riti satanici) e quelle europee, più raffinate ma ugualmente avide e violente.

Il romanzo ancora inedito, Una donna amatissima, è anch’esso un ritratto: anzi, un autoritratto in forma di dittico. La donna amatissima, oltre che nel nome Lilith, assomiglia all’autrice perché come lei è poetessa e valida pittrice. Anche il cugino Alberto, scrittore, assomiglia all’autrice perché come lei usa la narrativa quale «cavallo di Troia per trasmettere una visione realistica di quanto poco edificante sia la nostra società». Alberto ama Lilith, da sempre, perdutamente. Ancor di più adesso che lei è morta, in Svizzera, tramite eutanasia assistita. Liaty Pisani nell’esergo cita Aldous Huxley: «L’amore vero, essendo infinito ed eterno, non può essere consumato che nell’eternità». Davvero? Ma come? Alberto farà di Lilith la protagonista di un romanzo, quello che leggiamo, Una donna amatissima. Non basta. Lilith stessa guiderà Alberto nell’avventurosa scoperta di una dimensione dell’esistenza sconosciuta, quella dell’aldilà dove vivere il loro amore per l’eternità. Possibile? Chissà. È «da imbecilli negare i misteri solo perché non sappiamo spiegarli». Certo non lo fa Liaty Pisani. Anzi. Una donna amatissima è una ferma, limpida e appassionata affermazione che «credere in un’esistenza dopo la morte fisica significa togliere il potere ricattatorio al sistema».

In un’opera di invenzione puoi raccontare quello che vuoi, importante è come lo fai. Tutto si tiene se le file sono serrate e il nuovo romanzo di Liaty Pisani è cattedrale culturale di un certo pensiero iniziatico con riferimenti che vanno dai microtubuli di Roger Penrose all’entanglement della fisica quantistica, da Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica a Vicino Orsini e il Bosco sacro di Bomarzo… Una donna amatissima attraversa con impavido disprezzo contraddizioni e malvagità del nostro tempo, dalla sanguinosa smania di potere dell’Elite («il Quarto Reich») all’acquiescenza imbelle di intellettuali e masse:

«I primi due decenni del ventunesimo secolo però non promettevano nulla di buono, sembrava essere in atto una regressione di certo studiata a tavolino e Alberto rimpiangeva la cultura e la libertà intellettuale che ancora si potevano respirare negli anni novanta del secolo appena trascorso, quando ci si illudeva, ingenuamente forse, di poter sfuggire all’inimmaginabile pensiero unico e beota che ormai imperava».

Non conta come un romanzo finisce ma dove finisci tu dopo averlo letto, e dopo aver letto Una donna amatissima finisci per sognare un nuovo Rinascimento.