LA SANITÀ AI CONFINI DELL’IMPERO

LUCA BELLAZZI

Vigevano e Lomellina: 180mila abitanti ai confini dell’Impero lombardo.

Qui, dove dell’opulenza che vi aveva a lungo risieduto nel secolo scorso non resta che la pallida memoria, di fronte all’inarrestabile arretramento del Servizio Sanitario Nazionale si è quasi arrivati al punto di dover rimpiangere i tempi di Giancarlo Abelli, il “Faraone” oltrepadano, manovratore incontrastato per decenni delle politiche sanitarie regionali.

Ora a decidere in Regione Lombardia sembrano essere infatti direttamente i proprietari delle grandi aziende ospedaliere private, senza validi intermediari e la tutela del SSN non è certo la priorità, senza alcun riguardo per le parole pronunciate dal Presidente Mattarella nel suo recente discorso di fine anno.

La situazione sul nostro territorio è storicamente resa difficile a livello ospedaliero dalla presenza dei grandi IRCCS pavesi che rappresentano contemporaneamente i fiori all’occhiello ma anche gli accentratori delle attenzioni politiche regionali.

Negli anni l’Ospedale Civile di Vigevano, il più grande fra quelli facenti capo all’Azienda Socio Sanitaria Territoriale (ASST) di Pavia, al servizio di una città che con la prima cintura raggiunge gli 80mila abitanti, ha sofferto della totale mancanza di visione strategica, della colonizzazione politica dei primariati ed è stato spesso depauperato di risorse.

Ancora oggi, mentre dovrebbe vedere a breve la conclusione della pluriennale vicenda dell’emodinamica, attende ancora la soluzione di problemi cronici, quali il primariato di Ostetricia e Ginecologia che mette a rischio la sopravvivenza stessa del reparto che a stento supera la soglia del numero di parti/anno richiesta per l’accreditamento. Altri problemi sono comuni a tutte le strutture pubbliche lombarde come gli organici ridotti, il lento rinnovamento tecnologico con materiale spesso vicino all’obsolescenza, carenze strutturali, scarsa flessibilità negli investimenti per la macchinosità del moloch burocratico. Il Sindaco leghista di Vigevano ha recentemente proposto la costruzione di un nuovo ospedale ma mura nuove non risolveranno il problema del collocamento strategico del futuribile “Presidio ospedaliero della Lomellina” che non sembra suscitare particolari entusiasmi a livello regionale.

La Provincia di Pavia è stata un unicum nel sistema ospedaliero pubblico con due ospedali individuati come hub, Vigevano e Voghera, anziché uno come avvenuto nelle altre ASST. Questa decisione, legata a motivi geografici ma soprattutto politici, sta rivelando ora i suoi limiti in un sistema sempre più orientato verso il privato.

Soprattutto su Vigevano di grandi investimenti negli anni se ne sono visti pochi e giova ricordare che il maggiore di essi, quello sul DEA (Dipartimento Emergenza Accettazione) è stato reso possibile soltanto dal pressante intervento di una lista civica, il Polo Laico, che ha impedito che oltre 5 milioni di euro derivanti da una operazione immobiliare strategica, ispirata dalla stessa lista e compiuta dal Comune a favore di terreni di proprietà dell’Ospedale Civile di Vigevano, prendessero il largo nel mare magnum dell’azienda sanitaria provinciale che li aveva ereditati dopo la riforma, nel silenzio di quasi tutte le forze politiche tradizionali.

Ma se la situazione ospedaliera è da anni al limite, quella territoriale è messa anche peggio.

Alla storica inadeguatezza dei servizi domiciliari, da Regione Lombardia affidati ai privati attraverso il sistema dei voucher, alla sistematica mancanza di coordinamento diretto fra servizi sociali e servizi sanitari si aggiungono ora la carenza di Medici di Medicina Generale (MMG) e la farsa politica degli infermieri di famiglia e delle Case della Comunità.

Sopra a tutto ciò, lo spettro della governance che è ora in mano alle ASST, ovvero agli ospedali che sono di fatto privi di figure con conoscenza e radicamento sul territorio.

La carenza di MMG è forse il problema più importante e sentito dalla popolazione, soprattutto al di fuori delle città ed è legato a diversi motivi discendenti dalla scarsa attuale appetibilità della professione fra i giovani laureati, poco attratti da un lavoro che ha carichi di impegno sempre maggiori, che è ormai inadeguatamente retribuito per l’erosione causata da spese di gestione sempre maggiori, che ha scarse tutele e garanzie (ferie, malattia) e che, nel caso specifico della Lomellina, richiede lo spostamento appunto ai confini dell’Impero, in zone spesso disagiate e con infrastrutture inadeguate.

Non è strumentale ipotizzare che se non risolta, questa situazione non farà che spalancare le porte del territorio ai gruppi privati, con la scomparsa della figura del MMG come siamo abituati a intenderla, alla quale prevedibilmente conseguirà una esplosione ulteriore della spesa sanitaria legata alla scomparsa del ruolo di filtro (il gate-keeper degli autori anglosassoni) e all’incremento della medicina difensiva legata alla soppressione del rapporto fiduciario fra medico e assistito.

Alla difficoltà del territorio la politica ha pensato di far fronte con una grande operazione di facciata che comprende gli Infermieri di famiglia e le Case della Comunità.

Dei primi, in Provincia di Pavia ci risultano 80 assunzioni. Essi sono stati dapprima utilizzati nei centri vaccinali e, una volta chiusi o ridotti questi, inviati sul territorio senza che il loro compito fosse definito, magari proprio in collaborazione con i MMG che sono le figure che il territorio lo vivono sulla pelle, entrando quotidianamente nelle case degli assistiti. In teoria gli infermieri di famiglia dovrebbero farsi carico delle fragilità e, auspicabilmente, delle dimissioni protette ma di fatto attualmente, dopo mesi, sono ancora alla ricerca di un senso pratico.

Le Case della Comunità invece, sembrano una mano di vernice che ricostituisce di fatto le vecchie sedi distrettuali, dove troveranno posto funzioni già oggi presenti sul territorio, rivestite dal mito dell’integrazione fra medicina del territorio e specialistica, di fatto invece inattuabile finchè il sistema di prenotazione e di retribuzione delle prestazioni resterà invariato.

Soluzioni rapide per tamponare almeno qualche criticità in realtà ce ne sarebbero, i medici di medicina generale le conoscono: coordinamento degli orari di apertura dei gruppi di cure primarie o delle neonate AFT per raggiungere la copertura H12 diurna, che peraltro farebbe immediatamente cadere la scusa utilizzata dalle autorità sanitarie per spiegare gli accessi al Pronto Soccorso, figli invece delle vergognose liste d’attesa, implementazione della sinergia degli infermieri di famiglia con i MMG e con gli infermieri che già da tempo lavorano presso i loro studi per una vera presa in carico delle fragilità e dei pazienti dimessi dalle strutture di ricovero anche ai fini di una reale integrazione con i servizi sociali, accorpamento delle piattaforme informatiche, taglio delle richieste burocratiche e rispetto delle norme già esistenti da parte di tutti i protagonisti del servizio sanitario sono alcune delle proposte facilmente perseguibili. Una ulteriore proposta sulla quale sta lavorando l’Associazione Medici di famiglia di Vigevano e Lomellina che ha da poco dato il via a una sperimentazione, riguarda la creazione della figura dello Psicologo in studio per intercettare direttamente sul campo le ampie sacche di disagio createsi sul territorio in questi anni di pandemia e recessione economica. Una figura più snella rispetto a quella dello Psicologo di base attualmente prevista (che pare ricalcare la funzione dello Psicologo dei centri psicosociali già esistenti), più vicina agli assistiti, integrata con i MMG e che potrebbe essere prevista con le stesse modalità attualmente in uso per l’infermiere.

Il sistema non pare aver recepito appieno le indicazioni pervenute dalle recenti crisi e anche le forze politiche tradizionali di opposizione sembrano in difficoltà di fronte alla sfida per salvare il Servizio Sanitario Nazionale. Sembra aprirsi sempre più uno spazio per gli esponenti civici delle nostre realtà che, con una migliore strutturazione potrebbero perseguire l’obiettivo di far risaltare la voce di chi ha conoscenza diretta degli argomenti e delle criticità e che, nonostante proponga soluzioni spesso facilmente praticabili, non viene ascoltato.


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