La falsa rivoluzione del ’92, il prodromo del caos e la griglia di Gratteri
di Alfredo Venturini
Nella sostanza non c’è accordo, non c’è alcun accordo, perché non c’è accordo fra i partiti politici. Perché c’è il Partito Comunista che, siccome è all’opposizione, ed è riuscito a legarsi, attraverso una lunga opera sottile, – a legarsi gran parte della magistratura; è molto legato a quello che chiama il concetto della indipendenza della magistratura, nella quale indipendenza della magistratura fa entrare anche la piena indipendenza del pubblico ministero, e in cui non vuole che esista nessuna gerarchia, nessuna responsabilità, che ognuno sia libero di fare quello che vuole. E difende ad oltranza la magistratura sul piano criminale(?), sul piano della responsabilità civile ecc.
“È una sovranità limitata, come quella del paesi dell’Est Europeo.”
E’ quanto dichiarava Giuliano Vassalli al Financial Times nel 1978. Una disarmante verità che resta attuale.
Del resto il dibattito in questo referendum avviene fra sordi. Basterebbe leggere il contenuto della riforma per rendersene conto e invece la si butta in caciara. Stiamo assistendo ad una involuzione che non riesce più a regolare la scienza del diritto e i canoni sacrosanti che hanno consentito la sua applicazione, attraverso il dettato formale della legge che vengono completamente stravolti.
Quei principi fondamentali, come la concezione del reato, la potestà dello Stato di infliggere la pena con un processo giusto, il significato della pena, erano consolidati nella nostra tradizione giuridica e trascritti nella Costituzione.
E’ vero, c’è in tutto questo una condizionamento psicologico di una sinistra incoerente e distante dai valori di Giustizia a Libertà, dall’oggettiva necessità di innovare il sistema. Lontana dal cambiamento, lontana dagli interessi della gente comune. Schierata a difesa di privilegi e interessi di una corporazione ingombrante che da ordine si è resa potere grazie alla loro complicità. Di contiguità con un sindacato, quello dell’Associazione Nazionale Magistrati, che pur non essendo previsto da nessun ordinamento si è arrogata il diritto di gestire la “minestra” condizionando il Parlamento. Il braccio armato di una falsa rivoluzione che ingessa il paese, ci impedisce di essere competitivi, e calpesta con ignominia lo stato di diritto.
La magistratura oggi straparla. Ha superato ogni limite e confine perché è prevalso il modello di “magistrato da combattimento”: un modello estremista e oltranzista sino al punto di sollevare problemi di compatibilità con la stessa funzione di magistrato.
L’anima del diritto è un bilanciamento tra valori, diritti ed esigenze di tutela, spesso in conflitto, che viene disconosciuta da settori politici e dalla magistratura per cui non vi è più una diversità fisiologica tra il ruolo del giudice e il ruolo di accusatore, ma addirittura una divergenza di veduta che riguarda il modo di concepire i principi basilari dell’ordinamento penale.
La corrente di Magistratura democratica si è fatta partito. Il controllo giurisdizionale – lo si evince dai proclami della rivista “Quale Giustizia” – istituzionalmente diretto alla composizione dei conflitti e all’accertamento di comportamenti devianti di singoli. Si è fatta partito trasformandosi, per una molteplice serie di motivi, perché è stata devoluta alla magistratura una serie di compiti che non sono suoi propri e che investono più la funzione politica che non quella giurisdizionale. “Teorizzazioni” che costituiscono il manifesto per l’intera magistratura che ha consentito un suo ruolo in qualche modo antisistema. Enrico Berlinguer volle utilizzare il rigore morale come leva contro la corruzione: era lo stesso obiettivo della corrente di magistratura democratica che formava i magistrati per “lottare” contro la corruzione, contro la mafia, contro il potere politico. Il PCI ieri e il Pd oggi, ma anche altri ambienti interessati ad un cambiamento politico, hanno accompagnato e esaltato questa involuzione della magistratura.
Tutto arriva in capo ai magistrati ed il giudice diviene inevitabilmente riferimento etico non giuridico, ha il compito di garantire la legalità, come si legge di sovente e stabilire che cos’è il bene e che cos’è il male, fuori dalle fattispecie giuridiche. Funzione questa molto pericolosa e anomala del giudice e ancora di più del pubblico ministero perché entrambi non garantiscono la legalità ma sono chiamati a reprimere la illegalità.
È questa la ragione che ha consentito una funzione della magistratura fuori dalle regole istituzionali, ideologizzando il suo ruolo come ruolo politico, non al di sopra delle parti, ma capace di assumere su di sé una sorta di arbitraggio della questione sociale e tutelare appunto le ragioni delle parti sociali in antagonismo tra loro.
Spesso nelle requisitorie o nelle sentenze è valsa l’abitudine di fare valutazioni non riferite all’indagato o all’imputato ma al “sistema” delle amministrazioni e della politica per cui la condanna è alla corruzione, alla devianza, e l’attività giurisdizionale è finalizzata, a far vincere il bene sul male!
Nicola Gratteri, paladino dell’opposizione alla riforma giurisdizionale, ne rappresenta l’emblema
Il suo pensiero è quello di chi vorrebbe stabilire preliminarmente una censura al diritto di voto:«Voteranno No le persone per bene che credono in un cambiamento della Calabria e voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» I primi possono votare, ai secondi andrebbe impedito…e soprattutto al Parlamento va impedito di istituire l’Alta corte disciplinare pensata per intimorirlo. Si considera infallibile e intoccabile.
La sua strategia antimafia.
Negli ultimi anni l’azione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha rappresentato uno dei più ambiziosi tentativi di contrasto sistemico alla ’ndrangheta.
Le grandi inchieste hanno colpito contesti criminali reali e radicati, ma hanno anche aperto un dibattito che non può più essere eluso per chi difende il dettato costituzionale: fino a che punto l’efficacia repressiva può spingersi senza incrinare i principi costituzionali del processo penale?
Il cosiddetto “metodo Gratteri” non può e non deve essere un modello di scuola come lui presuntuosamente ha preteso: maxi-operazioni, ricorso esteso alla custodia cautelare, costruzione di imputazioni di sistema, forte esposizione mediatica. È proprio questo modello, più che i singoli procedimenti, a meritare una riflessione critica.
L’Inchiesta Stige in particolare. Nasce come indagine ad altissimo impatto: 169 arresti, narrazione di una ’ndrangheta totalizzante, in grado di controllare enti locali, appalti, attività economiche lecite. In essa si ipotizzava l’esistenza di un patto tra un potente clan ‘ndranghetista (Farao Marincola di Cirò Marina) e la classe politica e imprenditoriale locale.
L’indagine era iniziata l’8 gennaio 2018 con una maxi operazione richiesta da Gratteri che aveva portato a 169 arresti. In conferenza stampa Gratteri la definì “la più grande operazione fatta negli ultimi ventitré anni” e “un’indagine da portare nelle scuole della magistratura”.
La Suprema Corte, al termine del processo ordinario, con sentenza del 26 novembre 2025 ha reso definitive le condanne per 19 imputati, appartenenti al clan mafioso, ma allo stesso tempo ha assolto in via definitiva altri 19 imputati. Tra questi gli ex sindaci di Cirò Marina, Nicodemo Parrilla, e di Strongoli, Michele Laurenzano, assolti perché il fatto non sussiste. I loro arresti nel 2018 causarono lo scioglimento dei consigli comunali. Confermata l’assoluzione piena anche per gli imprenditori coinvolti nell’inchiesta, tra cui Antonio Giorgio Bevilacqua, Giuseppe Clarà, Cataldo Malena e Valentino Zito. Al filone ordinario si è affiancato quello in rito abbreviato, che si è concluso con 41 condanne, 35 assoluzioni in primo grado e 20 in appello.
A distanza di sette anni, si scopre che di quelle 169 persone arrestate meno della metà poi sono state condannate. Secondo i calcoli dell’avvocato Francesco Verri, legale di diversi imputati, “tra rito abbreviato e rito ordinario ci sono state circa 100 assoluzioni su 169 arresti”.
Tra gli assolti ci sono gli imprenditori Francesco e Valentino Zito. Il primo un anno fa ha chiesto e ottenuto un indennizzo di 47 mila euro per l’ingiusta detenzione patita (26 giorni in carcere e 152 ai domiciliari).
Dal Ministero della Giustizia si apprende che nel 2025 sono state accolte 535 istanze di ingiusta detenzione per un importo complessivo a carico dell’erario pari a quasi 24 milioni di euro. La Calabria si conferma come prima regione: i dati più alti si sono registrati presso la Corte di appello di Reggio Calabria (77 indennizzi per 5.486.000 di euro) e presso la Corte di appello di Catanzaro (126 indennizzi per 4.311.000 di euro). Diversi provvedimenti di riparazione per ingiusta detenzione hanno evidenziato la sproporzione tra gravità delle misure e consistenza delle prove, con effetti collaterali irreversibili: scioglimenti di enti locali, danni reputazionali e professionali irreversibili, anche in presenza di assoluzioni definitive.
Le inchieste di Gratteri hanno inciso realmente su strutture mafiose, ma mostrano una criticità ricorrente: l’asimmetria tra ambizione accusatoria e tenuta probatoria individuale.
Non si tratta di un “fallimento” dell’azione antimafia, bensì di un problema di metodo: estensione eccessiva dell’area penale, uso massivo della custodia cautelare, difficoltà di distinguere sistema criminale da responsabilità personale.
Quando la dimensione preventiva prevale su quella giurisdizionale, c’è il rischio che la responsabilità penale venga dedotta dal contesto, anziché provata nel fatto.
Nelle grandi inchieste antimafia la misura detentiva tende a diventare risposta immediata alla pericolosità sociale, strumento di neutralizzazione, anticipazione di una colpevolezza presunta. Le numerose assoluzioni e derubricazioni registrate nei giudizi di merito mostrano uno scarto strutturale tra gravità delle misure cautelari e tenuta probatoria delle imputazioni. La Costituzione è chiara: la libertà personale è la regola, la custodia cautelare l’eccezione. Quando l’eccezione diventa sistema, la presunzione di innocenza rischia di trasformarsi in una finzione formale.
Il processo penale non giudica sistemi, giudica condotte individuali. Molte assoluzioni trovano radice nella partecipazione mafiosa dedotta da frequentazioni, concorso esterno fondato su ruoli professionali, dolo desunto dalla notorietà criminale dell’ambiente. I giudici di merito, nella fase decisoria, sono costretti a ricondurre il processo alla sua funzione originaria: separare, distinguere, individualizzare. E spesso, così facendo, l’impianto accusatorio si sfalda.
Il processo mediatico come anticamera del giudizio. Le grandi operazioni sono accompagnate da una narrazione pubblica potente, che anticipa il giudizio e costruisce consenso. Ma il prezzo è alto in termini di danni reputazionali irreversibili, stigmatizzazione sociale di soggetti poi assolti, pressione indiretta sul circuito giudiziario. La presunzione di innocenza non è solo una regola processuale: è una garanzia imprescindibile. Quando viene erosa sul piano comunicativo, anche una sentenza assolutoria rischia di arrivare troppo tardi. Le assoluzioni non delegittimano l’antimafia. ma pongono un problema istituzionale serio, che non può essere rimosso: economico, per i risarcimenti da ingiusta detenzione; giuridico, per il disallineamento tra cautela e merito; democratico, per la perdita di fiducia nel sistema giudiziario. Lo Stato paga già un costo elevato in termini di affidabilità quando l’efficacia simbolica dell’azione penale prevale sulla sua precisione giuridica. Il “metodo Gratteri” è il prodotto di una visione espansiva del diritto penale, figlia dell’emergenza permanente e della pressione sociale. Ma proprio per questo va discusso. Perché la forza dello Stato di diritto non sta nella sospensione delle garanzie, bensì nella loro tenuta anche contro i fenomeni più pericolosi.
L’antimafia giudiziaria resta indispensabile. Ma quando smarrisce il confine tra prevenzione e giurisdizione, rischia di trasformare il processo penale da strumento di giustizia in meccanismo di gestione del rischio. Ed è lì che la Costituzione chiede di fermarsi.














Commenti
Una risposta a “LA PROFEZIA DI GIULIANO VASSALLI”
Purtroppo non conosco l’intervista di Vassalli del 1978 al F.T. Conosco solo l’intervista del 1987. Tutto il resto è una cronistoria, più cronaca che storia. Però dovresti considerare che sta cambiando il vento. E cambia velocemente. Non solo le dichiarazioni di Nordio, ma la presentazione di un disegno di legge per attivare subito un sitema utile ad indirizzare le priorità per l’attività dei magistrati inquirenti; l’aumento di circa 70 nuovi reati e pene, e poi i numerosi “pacchetti sicurezza” ed infine la bozza per la nuova legge elettorale, svelano strategie e tattiche reali della maggioranza di destra. Bisogna cambiare politica, diffondere una visione ed una strategia diversa dal Governo di destra e da una sinistra polpulista e non garantista. Bisogna comprendere che il referendum non si vince con 51 a 49 e si perde comunque se vota solo il 50% degli aventi diritto. Sia che perda il Governo sia che perde la sinistra riprendiamoci lo spazio per proporre e batterci per una vera Riforma della Giustizia che non si fermi alle parole separazione delle carriere. Partendo dalla visione europeista raccogliamo nuovamente tutte le forze di ispirazione riformista in un nuovo contenitore che rompa il bipolarismo umbroglione