«Credo che le persone disabili dovrebbero concentrarsi sulle cose che il loro handicap non impedisce di fare e non rammaricarsi di quelle che non possono fare.» Parole di Stephen Hawking, che dalla prigione del suo corpo riuscì a esplorare l’universo e condividere le sue scoperte con l’umanità.
È questo lo spirito con cui si apre lo scenario delle paralimpiadi, occasione di un protagonismo sportivo nel quale si annulla ogni confine imposto da certi limiti. La rassegna di competizioni parallele ai giochi olimpici ha precedenti che risalgono al primissimo dopoguerra, allorché nel 1948 il neurochirurgo Ludwig Guttman organizzò delle gare per veterani con danni alla colonna vertebrale riportati durante le ostilità appena concluse. Dieci anni dopo, il direttore dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro Antonio Miglio, propose che la manifestazione si tenesse a Roma. E così avvenne nel 1960, in concomitanza con la XVII Olimpiade.
Questi eventi di ormai vasta risonanza mediatica non sono che la conferma di una condizione umana che attraversa i secoli e non di rado coincide con grandi affermazioni personali in tutti i campi. L’elenco è sterminato, se non fosse che alcuni casi costituiscono delle vittorie in sfide apparentemente insormontabili. Basti pensare alla sordità che colpì Ludwig van Beethoven quando aveva meno di trent’anni. Una menomazione che non gli impedì di comporre i più straordinari spartiti. Le sue sinfonie sono pietre miliari lungo la strada della musica.
In parallelo, anche se a enorme distanza epocale, Jorge Luís Borges, divenuto cieco dopo avere assimilato i più grandi capolavori della letteratura mondiale nelle rispettive lingue. Quella che aveva dentro di lui si poteva ben definire la biblioteca di Babele, come il titolo di uno dei racconti che l’autore stesso incluse nella sua antologia narrativa Finzioni.
D’altro canto, la cecità non è più un impedimento all’acculturazione da quando Louis Braille nel 1829 inventò il sistema di caratteri che consentono la lettura e la scrittura a quanti non possono accedervi attraverso la vista.
Il linguaggio della musica, però, resta il più universale di tutti e annulla ogni barriera che la disabilità potrebbe frapporre a chi vuole farne il proprio strumento espressivo. Ed ecco quindi Andrea Bocelli, la cui voce travalica il buio visuale e spande nell’aria un’armonia di note che formano una sorta di cattedrale sonora, dove le crome, le biscrome, le semicrome, i diesis e quant’altro disegnano un’impalpabile architettura di vetri istoriati, pinnacoli e altre meraviglie marmoree da percepire con l’udito.
Il tutto di altro genere rispetto al blues di Ray Charles, benché altrettanto insuperabile. Quando il cantante-pianista di Albany intonava il suo capolavoro, Georgia on My Mind, da dietro quegli occhiali scuri brillava qualcosa che non era soltanto flusso melodico, bensì anima visibile di un genio.
E poi, naturalmente, i fatti, la cronaca, le storie vincenti. Spicca quella di Alex Zanardi, che non si rassegna alla perdita delle gambe e torna a cimentarsi con l’automobilismo prima e con il paraciclismo poi. O il velocista sudafricano Oscar Pistorius, trionfatore con le sue protesi, malgrado sia stato condannato per l’omicidio della sua fidanzata, la modella Reeva Steenkamp.
Per capire le problematiche connesse agli svantaggi fisici vale tutt’ora il dramma di William Gibson Anna dei miracoli (“The Miracle Worker”), ispirato alla vicenda reale di Helen Keller, sorda e cieca, recuperata alle piene capacità intercomunicative per merito della sua insegnante, Anne Sullivan. Dall’opera venne tratto nel 1962 il film diretto da Arthur Penn, che l’anno dopo valse l’Oscar ad Anne Bancroft, nome d’arte di Anna Maria Louisa Italiano, newyorkese di nascita ma figlia di lucani, il padre di Palazzo San Gervasio, la madre di Muro Lucano.
Infine, Stan Lee, l’inventore dei supereroi con superproblemi, ha regalato all’immaginario collettivo Daredevil, che è cieco, e Iron Man, che ha un cuore artificiale. La filosofia dei personaggi Marvel racchiude tutto un potenziale che non ha nulla da invidiare alla “normalità”, da considerare semmai una mera convenzione.
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