LA FINANZA FOLGORATA SULLA VIA DI DAMASCO

La finanza folgorata sulla via di Damasco. Da chi? Anche da alcune Direttive che la Comunità europea ha emanato in questo ultimo decennio. Il pianeta implode sotto un clima ribelle; il sociale stenta a trovare la coesione; la governance istituzionale si polarizza: o troppo dirigista o troppo anarchica. La finanza deve fare la sua parte ed è la madre di tutte le scelte economiche.

Bisogna darle un ruolo generativo, integrando il danaro con l’impatto sociale.

I numeri ci dicono che i flussi di capitali ad impatto sociale e ambientale ammontano a circa tre trilioni di dollari con un mercato di masse finanziarie ESG (Environmental, Social, Governance) di circa 50 trilioni di dollari.

L’obiettivo è raggiungere il 10% delle masse finanziarie globali investite in “impact investment”.

Un’ampia gamma di investimenti basati sull’assunto che i capitali privati possano intenzionalmente contribuire a creare – in taluni casi in combinazione con i fondi pubblici – impatti sociali positivi e, al tempo stesso, rendimenti economici.

Il termine “impact investing” fu coniato per la prima volta nel 2007 grazie ad un’iniziativa coordinata dalla Fondazione statunitense Rockfeller, sebbene già a partire dal 2000, grazie alla UK’s Social Investment Taskforce, la Gran Bretagna faceva largo uso di questa tipologia di investimenti. Nel 2013, la consapevolezza dell’importanza degli investimenti ad impatto sociale è diffusa anche grazie al G8 tenutosi proprio in UK. Secondo il “Global Impact Investing Network” (GIIN), gli “Impact Investings” sono definiti come investimenti fatti dalle aziende, dalle organizzazioni e dai fondi con l’obiettivo di generare impatto sociale e ambientale e, allo stesso tempo, aventi un ritorno economico.

La buona riuscita dell’investimento si misura in base all’effettivo cambiamento vissuto dai beneficiari e non sulla mera quantità di prestazioni erogate.

I mercati potenziali di intervento sono numerosi e differenziati tra loro: salute, housing, disabilità, famiglia ed esclusione sociale.

Per esempio la sensibilità degli italiani rispetto alla sostenibilità ambientale cresce e condiziona le scelte di acquisto in diversi settori (food, cosmetica, abbigliamento, servizi, ecc.) gestiti da grandi aziende e da PMI.. La Commissione Europea ha certificato che le aziende sostenibili hanno una redditività superiore del 10% alla media. Una recente ricerca ha constatato che le imprese ad orientamento d’impatto sociale hanno un valore del 15% superiore a quelle che non ce l’hanno.

Sono 34 milioni gli italiani interessati al tema della sostenibilità, in particolare le donne tra i 35 e i 54 anni. Il 78% dei consumatori dichiara che vorrebbe acquistare prodotti con poco o nessun imballaggio. Il 66% dei consumatori ha dichiarato di essere disposto a pagare di più per un brand responsabile. Il 61% degli italiani è pronto a modificare le proprie abitudini d’acquisto per ridurre l’impatto sull’ambiente. Il 76% degli italiani sostiene che sia importante che un’azienda si comporti eticamente e il 50% che le aziende dovrebbero comunicare il proprio impegno per una produzione sana e sicura.

Nella “Lettera ai CEO ed agli investitori” (2021) Larry Fink,presidente di Black Rock,il più grande fondo d’investimenti del mondo che gestisce per i suoi clienti italiani ca 103 miliardi di euro, prescrive: “Bisogna migliorare i rendimenti grazie alla sostenibilità e a connessioni più strette con gli stakeholder. Nel 2018 avevo invitato ogni società a esprimere il proprio scopo e come intende realizzarlo a beneficio di tutti gli stakeholder: azionisti, dipendenti, clienti e comunità di riferimento. Nel corso del 2020 le società, con uno scopo ben preciso e migliori profili ambientali, sociali e di governance (ESG) hanno realizzato risultati superiori: l’81% di una selezione globalmente rappresentativa di indici sostenibili ha reso più del previsto rispetto agli indici originari.

Tutto questo vuol dire che la finanza deve convertirsi ad una redditività olistica(economico-finanziaria e sociale)per stare in equilibrio con le esigenze degli investitori che richiedono il presidio economico-finanziario con il massimo relativo della redditività ed hanno compreso il fallimento della formula del profitto senza limiti e “ad libitum” delle imprese. Molti investitori hanno capito che senza un presidio dell’ambiente, del sociale e senza una governance partecipata, la formula di successo delle imprese (efficienza, efficacia, economicità e perdurabilità) non si può applicare ed il rapporto rischio-rendimento è negativo.Stakeholderism e shareholderism devono “andare a braccetto”.

Tutto è incominciato con la direttiva 2014/95 NFRD. (Non Financial Reporting Directive) che introdusse degli obblighi di rendicontazione non finanziaria per gli enti di interesse pubblico per rendere concreta la politica di sostenibilità dell’UE. Società quotate, banche eccetera di grandi dimensioni. In Italia il tutto è stato recepito dal d.lgs 254/2016 per società quotate, banche di grandi dimensioni, ma ormai con una allargamento anche alle medio-piccole imprese.

Ormai tutti i fondi di investimenti ed “i partecipanti al mondo finanziario” (banche, assicurazioni, fondi di venture capital, creatori di prodotti pensionistici e così via) devono dichiarare all’Autorità centrale Europea se sono coerenti con art.8 o art. 9 del Regolamento dell’SFDR (Sustainability Related Disclosures in the Financial Services-regolamento 2019/2088).

Infatti se così non fosse non sarebbero “ESG compatibili “perché non ottemperano alle regole di corrispondenza fra la comunicazione dei prodotti finanziari agli investitori (retail o istituzioni) ed il loro reale finalismo di tutela dell’ambiente (Environmental-E), valore aggiunto sociale (Social-S) con una prassi di governance orientata alla condivisione

Ma andiamo al punto.

Cosa dicono l’art 8 e 9 dell’SFDR (Sustainability Related Disclosures in the Financial Services)?

In primis “la trasparenza della promozione delle caratteristiche ambientali o sociali nell’informativa finanziaria” deve essere tale per cui , quando “vendono” e rendono disponibili un prodotto finanziario,essa deve spiegare l’azione positiva dell’impresa, in cui si investe ,verso l’ambiente ed il sociale unitamente ad una buona prassi di governance.

L’informativa deve essere “accurata,equa,chiara,non fuorviante,semplice e concisa”(art.8) con indici coerenti (si chiamano anche KPIs)

Con molte analogie l’art.9 dell’SFDRsi riferisce agli investimenti sostenibili intesi come creatori di valore per l’investitore e per il sistema socio-economico con investimenti a medio lungo periodo integrando l’analisi finanziaria con quella ambientale,sociale e di governance.Anche in questa fattispecie si elaborano indici di cui si deve sottolineare” la differenza con un indice di mercato” in generale.

L’SFRD (Sustainability Related Disclosures in the Financial Services) è una chiave di volta nel rapporto fra le “istituzioni finanziarie” (nella loro ampia definizione) e l‘investitore a cui si vendono i prodotti ESG e sostenibili perché offre un quadro di trasparenza e di finalismo -scopo(purpose)ambientale,sociale e di buona governance che traduce operativamente tutta la congerie ,un pò stereotipata, di esortazioni alla responsabilità sociale delle imprese.

Infatti il concetto di fondo è che gli investimenti ESG devono essere offerti e resi disponibili agli investitori singoli(retail)o istituzionali sottolineando il valore aggiunto di responsabilità e di impatto.

C’è uno sviluppo dell’orientamento ai titoli ed agli investimenti sociali che, si basa sull’economia sostenibile che ha dimostrato quanto i panieri europei,americani e mondiali hanno generato ritorni totali superiori a quelli tradizionali.

L’introduzione dell’SFDR (Sustainability Related Disclosures in the Financial Services) e il border carbon tax come standard di riferimento per comprendere il trend verso un sistema economico finanziario che necessita dell’impatto sociale misurato e non solo in storytelling, sono un “must”.

In conclusione chi ci offre prodotti finanziari ESG e sostenibili deve dirci:

1-quali sono gli indicatori di impatto sociale, ambientale che hanno raggiunto nel passato e quali per il futuro;

2-se non ci sono indicatori ambientali e sociali deve spiegare perché;

3-non si possono compensare impatti negativi con impatti positivi ;

4- se adotta o meno il principio del “do not significant harm”(non arrecare danno all’ambiente).Per esempio gli interventi previsti dai PNRR nazionali non devono arrecare nessun danno significativo all’ambiente.

Il cambiamento della finanza è una conversione come quella di S. Paolo di Tarso.


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