IN NOME DELLA CHIESA (SOVRANA)

Spesso, guardandomi intorno, osservando il comportamento ed il cinismo del prossimo mi chiedo: Cosa hanno fatto di quel povero Cristo!

Non a caso mi pongo questa domanda perché sono stanca di subire vessazioni o di essere tacciata di blasfemia quando mi rifiuto di accettare talune posizioni ecclesiastiche o di criticare l’operato di una istituzione che, in nome di una fede, non sempre opera per il bene altrui.

Di recente ho visto l’ultimo film di Marco Bellocchio “Rapito”, un film che non definirei storico in quanto la storia fa semplicemente da sfondo ad una vicenda accaduta ad una famiglia di religione ebraica alla fine dell’Ottocento. Il film racconta le vicende di una famiglia ebrea alla quale fu letteralmente sottratto uno dei figli da parte dell’inquisizione con la scusa che tale bambino risultava battezzato e, quindi, di fatto cristiano pertanto appartenente alla Chiesa. In realtà pare che una domestica di casa avesse furtivamente battezzato quel bambino per salvarlo in punto di morte in nome di una chiesa che le consentiva tale atto, in cambio poi di una lauta somma di denaro. Fatto sta che il piccolo, suo malgrado, viene portato via e allontanato dal suo habitat naturale e a poco a poco plagiato in modo da allontanarlo sempre più dai suoi familiari, ma soprattutto dalla sua religione.

Le scene a cui ho assistito sono molto toccanti specialmente quando il bambino viene sottratto con forza dalle braccia della mamma che, a sua volta, non si dà pace e cercherà per tutta la sua vita di riprendersi il figlio. Non ci riuscirà, anzi il figlio, ormai cristiano convinto, tanto da indossare l’abito talare, in punto di morte cercherà di convertirla al Cristianesimo; ma la mamma si rifiuterà di essere battezzata “Sono nata ebrea e morirò ebrea” queste le sue parole.

Di fronte a certe verità si resta piuttosto perplessi, non si riesce a comprendere come una istituzione religiosa possa arrivare a tanta crudeltà, purtroppo la Chiesa, in nome di Dio ne ha commesse tante di prepotenze ed assurdità fingendosi paladina di un compito ad essa assegnato quale diffondere la religione cristiana nel mondo. Belle parole pace, amore, solidarietà, ma in cosa consistono queste parole se poi nel concreto deludono le aspettative dell’essere umano?

Certo a Bellocchio non mancavano argomenti per un film ma, negli ultimi tempi, ha scelto argomenti di ordine religioso come, per esempio, “L’ora di religione” ove viene in contatto con le istituzioni a proposito di un processo di santificazione. Credo che sia inevitabile per qualunque artista, ad un certo momento della sua vita, confrontarsi con il sacro; è un’esigenza umana che prevarica la realtà che, spesso, ci allontana, con gli atti ed i comportamenti di coloro che dovrebbero essere di esempio e sostegno, dai veri postulati della nostra religione. Forse in Bellocchio vi è anche un’esigenza di ripristinare un contatto con “l’Istituzione” che, comunque, si avvale di tanti personaggi che hanno sacrificato la loro vita in virtù di un credo e sono stati per questo esempi concreti di amore per l’umanità.

Oppure la grande incognita di quel che ci aspetta conta di trovare quel di vero e di buono che c’è tra le maglie dell’immenso potere che la Chiesa sovrintende. Tutti siamo alla ricerca della fede, ma ciò non dipende da noi perché come sosteneva Indro Montanelli essa è un dono che Lui aspettava da una vita, ma che tardava ad arrivare e che forse non sarebbe mai arrivato. Non c’è razionalità né merito né demerito, c’è invece la consapevolezza di trovare ognuno il proprio credo e provare a crederci fino in fondo nel mentre “aspettiamo Godot”.


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