IL SENSO DEL SENSO

Che ci faccia piacere o meno è indiscutibile che nel corso degli ultimi duemila anni la specie umana (o almeno quella parte di specie umana cui noi apparteniamo) ha sempre vissuto in un contesto dominato e regolato dalla idea di una conclusione finale totale e positiva del nostro percorso come specie nel mondo.

Questa palingenetica convinzione ha il grande vantaggio di aiutarci ad attribuire un senso e un perché alle contraddizioni del mondo.

Alla fine del percorso collettivo, come di quelli individuali, vi sarà un momento che imporrà una giustizia giusta e permetterà di capire infine il senso di una presenza nel mondo che non si è mai considerata limitata alla sola produzione e riproduzione materiale come specie.

Noi dobbiamo questa specifica dimensione (che consideriamo tipica solo della specie umana rispetto alle altre specie animali) a Paolo di Tarso che allargò genialmente a tutta l’umanità la concessione che nella dottrina giudaica il Signore aveva fatto specificatamente al Suo popolo.

In un contesto paganeggiante in cui le sfere superiori, vale a dire gli dei. agivano mosse da moventi e scopi “personali” il popolo ebraico trasse (e tuttora trae) dalla prospettiva del ritorno alla Terra dei Padri una grande forza.

Tutto, anche i passaggi più dolorosi e difficili, si poteva giustificare nella prospettiva della finalità ultima. Essa dava un senso alla Storia e rappresentava ed esprimeva compiutamente il valore del riconoscimento reciproco fra il Popolo e il suo Dio.

Paolo ha costruito, dislocandola indefinitamente nel tempo, una prospettiva che ha consegnato a tutti noi e che ci ha aiutato a vivere e riprodurci nel corso dei secoli.

C’è poi voluto Agostino di Ippona a spiegarci che “mille e non più mille” non implicava una data certa per la fine del mondo, ma esattamente il suo contrario lasciando tuttavia sempre intatta la prospettiva finale.

È assai importante per le azioni umane che le cose abbiano un senso e non appaiano soltanto come risultato dei rapporti di forza ed espressione di volontà momentanee che agiscono istericamente, senza un obiettivo e un fine.

Non stupisce dunque che quando l’egemonia culturale dell’universo cristiano (intanto divisosi in varie unità) ha iniziato a perdere di potere anche le risposte di carattere non religioso abbiano continuato a mantenere una struttura di analisi e di pensiero che comunque prevede un senso, un obiettivo e una finalità di carattere complessivo.

La nascita e la crescita del modo capitalistico di produzione sono state affiancate da filosofie che si sforzavano, anche quando vantavano solide radici di tipo razionalistico, di leggere in quei percorsi economico – sociali un senso e una prospettiva più generali.

Il pensiero corre immediatamente a Karl Marx: non soltanto l’avvento dei rapporti capitalistici di produzione gli appariva come largamente positivo, ma soprattutto esso era considerato importante in quanto inevitabile anello per il passaggio alla fase pre – finale della Storia dell’Umanità.

Inevitabilmente, nella sua prospettiva, il Comunismo confezionerà quella società più giusta cui l’umanità da millenni aspira.

Ed anche quando un giovane Antonio Gramsci, qualche decennio dopo, decidendo di polemizzare con il suo Maestro, si trova a scrivere “La rivoluzione contro il Capitale” in cui si ribella al meccanicismo del Capitale marxiano, mantiene viva la prospettiva del Fine ultimo (il comunismo, appunto) e si limita a sostituire l’Economia con la Volontà.

Ma anche l’orrore prodotto dall’uomo ha bisogno di un fine, di un senso.

La profonda e diffusa adesione del popolo tedesco al nazismo e al suo leader non si giustifica solo con la capacità comunicativa di Hitler e di Goebbels. Anche quel regime rivendicava a se stesso la prospettiva di un mondo migliore che si riteneva impegnato a costruire.

Trovava nel passato, recente o non, addirittura gli antecedenti e le giustificazioni per i suoi atti.

Una volta individuato nel Popolo Ebraico la causa e il perché di ogni male al mondo, la Soluzione Finale diventava un obiettivo nobile da raggiungere e come tale veniva vissuta, sino al punto di poter accettare di morire per essa.

Ma veniamo ora ai giorni nostri, a quelli che stiamo vivendo.

Risulta evidente, nella stragrande maggioranza delle attività umane. la diffusa scomparsa della necessità del senso e della prospettiva di lungo respiro.

In primo luogo, ovviamente, nel mondo della lotta politica.

Abbiamo alle spalle, ma solo alle spalle, una tradizione di Partiti che facevano congressi, elaboravano tesi su cui litigavano con passione, si interrogavano a fondo su terreni che con molta difficoltà sarebbero stati chiamati a governare.

Il rituale politico partiva dal primo punto che recitava: “La situazione internazionale e i nostri compiti”.

Da lì a scendere, sino al raddoppio della Cuglieri – Bosa. Il collegamento fra quel raddoppio stradale e la pace nel mondo era forse un poco esile, ma il militante aveva voglia e necessità di collegare quella battaglia a una più generale identità.

Come dei validi pugili i contendenti si presentavano sul ring della politica esaltando la propria preparazione e forza, ma considerando e rispettando profondamente quella degli avversari.

Così, se si fosse ottenuta la vittoria sarebbe stata ancora più degna e, se si fosse patita la sconfitta, sarebbe stato per merito di un avversario più forte.

Oggi la battaglia si svolge nella denigrazione del nemico e non riguarda mai un impegno generale e complessivo sul quale essere successivamente valutati.

Un susseguirsi di ignobili talk show rafforza e da forma a questa barbarie.

Il politico, o il giornalista, misura la sua popolarità sul numero di chiamate in prima serata. Sa inoltre benissimo che il numero dipende dalla sua “chiamata” e cioè da quanto riesce ad attirare l’attenzione sbraitando o recitando litanie di insulti. Quindi lo fa, con coerenza e passione.

Nel giro di pochi anni una intera classe dirigente che si qualificava per lo sforzo di dare il meglio di se è stata spinta a dare sistematicamente il peggio. E non si è ribellata neanche un po’.

Può essere che questa profonda inadeguatezza derivi anche dalle modificazioni immense vissute dal mondo in questi ultimi anni.

La Gran Bretagna di Chamberlain che cercava disperatamente un accordo con Hitler non capiva cosa aveva di fronte e avrebbe finito per consegnare l’Europa alla Germania nazista. Ma poi arrivò un ciccione antipatico con un sigaro sempre in bocca e le cose cambiarono bruscamente.

Probabilmente dobbiamo sperare che nel tempo impariamo tutti ad usare i nuovi strumenti di comunicazione e che il mondo ricominci ad avere un senso che vada oltre il “qui ed ora”.

Forse recupereremo il senso del senso e capiremo di nuovo che essere uomini non vuol dire solo mangiare, riprodursi e sconfiggere altri esseri umani.

Comunque, accetto previsioni su come andrà a finire.


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