IL RUOLO DEI “CITTADINI AL QUADRATO” E LE COOPERATIVE DI COMUNITÀ

di Giorgio Fiorentini

Il ruolo dei “cittadini al quadrato” è inteso come una partecipazione dei cittadini alla costruzione del bene comune e del bene collettivo. È il ruolo “aumentato” del cittadino e quindi “al quadrato”.

Una struttura funzionale, utile e agibile per i “cittadini al quadrato” è la cooperativa di comunità, che è un’impresa sociale con origine bottom-up, nata dalla volontà e dalle aspettative dei cittadini di sviluppare il proprio territorio.

Essa assume anche un ruolo istituzionale nel recupero di risorse nascoste e giacimenti culturali dimenticati, nonché nello sviluppo di servizi a gestione prosumeristica e del capitale sociale della comunità che vive su quel territorio.

Il connubio tra cooperativa di comunità e cittadini crea quindi un valore territoriale “aumentato”, nel senso che è il risultato di un’attività produttoria e non una semplice sommatoria delle risorse esistenti.

La cooperativa di comunità è orientata ai cittadini come utenti e clienti e ha l’obiettivo di produrre ed erogare beni e servizi in modo continuativo e durevole, a vantaggio della comunità e della qualità della vita.

La sua visione è quella dell’integrazione con il profit, il non profit, il pubblico e altre organizzazioni ibride (ad esempio organizzazioni ad orientamento sociale), che creano, tramite la filiera messa in atto, beni comuni fruibili da tutta la comunità.

Le cooperative tradizionali servono i soci; le cooperative di comunità servono il territorio, offrendo beni e servizi per il bene comune civico.

Esse operano in settori chiave per lo sviluppo locale: turismo, cultura, ambiente, servizi educativi e sociali, rigenerazione urbana, attività produttive, agricoltura sociale ed energia. Hanno la capacità di attivare le risorse potenziali del territorio, integrando l’oggettività delle risorse con l’effetto “leva” della soggettività, che attraverso partecipazione e unità d’intenti assume un ruolo produttorio.

Nella filigrana economico-sociale del sistema, la cooperativa di comunità richiama concettualmente il pensiero del premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom (2009), con la visione della gestione dei “commons”, in cui il valore del bene comune (che non è un bene di merito come l’acqua, che non deve essere contendibile perché risponde a esigenze universali e vitali) consiste nel fatto che è difficile escludere qualcuno dall’utilizzo dei beni e servizi prodotti ed erogati.

I “commons” presentano però una specificità rilevante: possono essere gestiti in maniera più efficiente, innovativa e sostenibile dalle comunità di riferimento.

Si tratta del superamento della logica contrattualista e hobbesiana, per sottolineare quanto l’etica individuale sia elemento prioritario e fondante del vantaggio collettivo. Nell’Antropocene, i fallimenti degli accordi sulle emissioni di CO₂, lo sfruttamento degli oceani e di molti altri beni pubblici internazionali dimostrano la difficoltà di mantenere tali accordi se non in contesti territoriali caratterizzati da prossimità e forte coesione comunitaria.

La cooperativa di comunità richiama anche il concetto di impresa sociale inclusiva dei premi Nobel per l’economia Daron Acemoglu e James A. Robinson (2024), secondo cui le organizzazioni economiche inclusive garantiscono diritti di proprietà, offrono pari opportunità, incoraggiano investimenti in tecnologie e competenze e favoriscono la crescita economica, a differenza delle istituzioni estrattive, che concentrano le risorse in poche mani e non incentivano l’attività economica diffusa.

Le piccole dimensioni delle cooperative di comunità valorizzano la prossimità e la “distanza minima” come condizione di unitarietà d’intenti e di gestione dei “luoghi”, secondo un approccio neo-evoluzionista degli spazi.

Esse sviluppano una place-based leadership, ovvero una forma di autorevolezza istituzionale radicata nel territorio stesso, che si esprime attraverso risorse locali e la partecipazione attiva dei cittadini (in una logica multistakeholder), insieme a imprese ed enti pubblici, con una governance partecipativa.

Tutto questo avviene secondo il criterio della “distanza prossima”, sia in termini spaziali sia in termini di evoluzione culturale, non omologata ma omogenea.

Le cooperative di comunità – circa 321 in Italia, tutte di piccola dimensione – possono essere definite “cooperative polvere”, in un contesto di “comuni polvere” secondo la definizione del sociologo Aldo Bonomi. Esse rappresentano imprese che valorizzano il territorio e la comunità attraverso una chiave di lettura di “civismo applicato”.

Il confronto con le cooperative tradizionali (58.594 nel 2025) evidenzia come il loro ruolo sia quello di un’avanguardia gestionale per i territori intesi come “luoghi”.

Queste piccole dimensioni rafforzano ulteriormente la prossimità e la coesione, elementi fondamentali per la gestione dei luoghi e per un nuovo approccio evolutivo degli spazi.

Tutto ciò rappresenta anche un fattore di competitività territoriale, richiamando il concetto di capitale sociale elaborato da Robert Putnam. È utile ricordare la differenza tra “luogo” e “spazio”: il primo è uno spazio vissuto, relazionale, che acquisisce significato attraverso la comunità.

Le cooperative di comunità sono, in questo senso, luoghi e spazi riqualificati.