GIOVANNI SCIROCCO SUL SOCIALISMO LIBERALE DI BOBBIO

La scuola liberale di Vienna e l’idolatria della sinistra

di Salvatore Sechi

Il permanere a lungo del fascino del socialismo come rivoluzione corrisponde ad un’idolatria. È un sentimento, un afflato collettivo, che spiega molte idee, soprattutto molte ripulse, anche da parte di personaggi come Antonio Gramsci e Piero Sraffa. 

Per quanti hanno esecrato, o anche solo condannato, le esperienze del socialismo democratico (di cui la grande editoria italiana non si è quasi mai occupata) mi pare si possa, e si debba, usare questo termine per definire quello che, invece, è stato il loro investimento fiduciario nel cd socialismo “reale”. Meglio chiamarlo col suo vero nome (per intenderci, quello mai usato dai comunisti, da Togliatti alla stessa Schlein, fino agli intellettuali della Fondazione Gramsci), vale a dire socialismo senza libertà.

Queste mostruose costruzioni, del dispotismo rosso dall’ottobre 1917 ad oggi, corrispondono alla versione tragica dell’alternativa al capitalismo installate in Russia, in molti paesi dell’Europa orientale, in Cina, a Cuba ecc.

Le socialdemocrazie dei paesi scandinavi, nell’Europa del Nord, si sono accontentate di grandi riforme per estendere ai più sfortunati e poveri l’assistenza sanitaria, l’accesso ai più alti gradi dell’istruzione, difendere l’occupazione e i salari, cercare di limitare i poteri dei monopoli ecc. Fino ad impostare un grande piano di trasformazioni come fece in Svezia, Meisner.

Ciò malgrado, questi governi sono stati oggetto, oltreché di un lungo e tenacissimo silenzio ed omissione editoriali, anche di acredine, noncuranza, e spesso fastidio. Come si può rilevare dalla lettura, sul settimanale del Pci Rinascita, di scritti di Palmiro Togliatti e dello stesso Giorgio Amendola, e di J.P. Chevènement in Francia, per fare qualche esempio.

La demonizzazione, se non criminalizzazione, dei governi socialdemocratici ad opera della sinistra, nel Sud dell’Europa, ha animato, ormai da più di un secolo, grandi scissioni, dibattiti e anche risse. Lo si è fatto in nome di qualcosa di diverso e di più, cioè la proposta (in realtà raramente diventata progetto) della rivoluzione, o del comunismo che dir si voglia.

In nessuno di questi paesi si è mai realizzata questa sorta di utopia, ma si sono perse tutte le occasioni per compiere almeno delle innovazioni e trasformazioni nel sistema politico e nei luoghi di lavoro.

La vicenda politica, e ora il rilievo storico, sia di Gramsci sia di Sraffa è racchiudibile in questa affermazione.

Il primo è morto nel 1937. Ha fatto solo in tempo a conoscere i cambiamenti radicali nelle soluzioni tattiche (cioè la politica di larghe alleanze con partiti e movimenti democratici, anche non socialisti) che la necessità di contrastare l’influenza del fascismo ha imposto ai comunisti. Mi riferisco al VII Congresso del Comintern nel 1935. 

Il secondo, l’economista Piero Sraffa, è vissuto fino al 1983. Malgrado avesse optato fino dal 1926 di lasciare Torino e Milano per vivere nel Regno Unito, ha conservato un assiduo rapporto con l’Italia. 

È stato legato ad un influente e coltissimo banchiere come Raffaele Mattioli, ad esponenti del Pci come Giorgio Napolitano e lo stesso Togliatti, per circa trent’anni ha fatto da consulente esterno (da Cambridge) di Giulio Einaudi e collaborato al quotidiano torinese La Stampa.

Con l’editore Einaudi hanno collaborato altri due torinesi come lui, cioè uno storico della levatura di Franco Venturi (il massino studioso del l’illuminismo e del populismo russo) ed un filosofo della politica come Norberto Bobbio. 

A quest’ultimo si deve la riflessione critica più lunga, impegnativa e straordinariamente lucida sul socialismo. Sia nella versione comunista, sia in quella del socialismo democratico. Nel 1983 lo identificherà   nel Psi, e nella formazione (rapidamente abortita) di un partito unico del movimento operaio italiano. 

Essendo Bobbio un intellettuale pubblico, molto presente nella stampa quotidiana e periodica, apprezzato (anche se non condiviso) dai dirigenti e dagli intellettuali di un partito come il Pci (con cui Sraffa ha mantenuto rapporti costanti), è difficile pensare che l’economista non ne abbia conosciuto le idee di fondo.

A ricostruirle in maniera filologicamente ricco e impeccabile è stato di recente uno storico del socialismo italiano come Giovanni Scirocco. Lo si può rinvenire nella prefazione al carteggio tra Leo Valiani e Norberto Bobbio, edito da Biblion nella collana Studi Bobbiani, con una prefazione di Mario Ricciardi. 

Dal saggio di Scirocco emerge come alla fine di circa mezzo secolo di polemiche e discussioni con comunisti e socialisti, sia stato proprio Bobbio a chiedersi che cosa sia, e possa essere, oltreché un’utopia, il socialismo.

Una volta che si rifiuti di racchiuderlo nelle nazionalizzazioni, nelle socializzazioni e nelle collettivizzazioni (già respinte da Giustizia e Libertà e poi dal Partito d’Azione), non resta che identificarlo nello strumento   dell’eguaglianza che ha come principio basilare la libertà.

Mi pare opportuno riconoscere che questa potatura e   sfrondamento del socialismo degli elementi mitici, utopistici, da vera e propria teodicea, compiuto da Bobbio abbia avuto un precedente. Intendo dire che non sia stato diverso dall’opera di laicizzazione, cioè di privarlo di ogni elemento religioso che originariamente ha avuto.

È il compito al quale subito dopo la Prima guerra mondiale si è dedicata la scuola liberale di Vienna. Lo dimostrano le traduzioni in italiano – presso un editore alieno da ogni paradigma e conformismo come Florindo Rubbettino – degli scritti sul socialismo di Ludwig Mises, F. HHayek e R. Bohme Baverk, per citarne alcuni.

Bobbio non si è mai occupato di loro, ma si tratta di esponenti austriaci di grande rilievo. Quasi tutte le loro opere sono state finalmente   rese accessibili grazie all’indefessa attività di traduzione e di ricostruzione critica del loro pensiero da parte di Lorenzo Infantino (da poco mancato) e soprattutto di un docente dell’Università di Pisa come Raimondo Cubeddu.

Giovanni Scirocco nel suo recentissimo saggio ci ha offerto un impeccabile profilo biografico e tematico dal contributo d Bobbio. Si è avvalso del suo cospicuo archivio depositato presso il Centro Piero Gobetti di Torino come di molti altri archivi pubblici e privati. Insieme a libri, saggi su riviste come Mondoperaio (il mensile fondato da Pietro Nenni, ancora in vita dopo 76 anni, ora diretto da un costituzionalista come Cesare Pinelli), il quotidiano della famiglia Agnelli (cioè della Fiat) La Stampa ecc, si è servito da una fonte molto importante come la corrispondenza privata con G. Tamburrano, D. Zolo, G. Amato, L. Cafagna, G. Cotroneo, G. Bonetti ecc.

Il profilo del grande intellettuale tornese che ne scaturisce può essere così sintetizzato.

In primo luogo, un lunghissimo dibattito coi i comunisti per mostrare loro che ai problemi dell’esercizio del potere (del suo controllo perché non se ne abusasse) non avevano dedicato – a cominciare da Marx – un tempo eguale a quello dedicato ai molti modi per conquistarlo. Al marxismo e al comunismo riconosceva di rappresentare le domande e le esigenze di grandi masse popolari, una grande forza sociale che andava, però, messa in rapporto e calibrata sul piano istituzionale con le idee del liberalismo. L’obiettivo dell’eguaglianza, della giustizia sociale non doveva degenerare nella costruzione – come poi è avvenuto in tutti gli stati comunisti – di regimi e macchine dittatoriali. Di qui l’opzione per la socialdemocrazia come la via democratica per costruire il socialismo. 

    Il problema della conciliazione tra eguaglianza e libertà è stato anche al centro della riflessione e delle polemiche di Bobbio col Psi.  

    Progressivamente il filosofo torinese è pervenuto ad elaborare quella teoria del liberalismo sociale (come l’hanno definita ed argomentata in molto saggi Cesare Pianciola e soprattutto, direi, Franco Sbarberi, ma a mio avviso si può rinvenire in Luigi Einaudi).

    Per essere liberi e perché i regimi politici abbiano una forte coesione sociale occorre che tutti i cittadini possano godere di condizioni di pari opportunità, cioè di eguaglianza all’inizio di una convivenza in cui alla fine la libera concorrenza deve premiare davvero il migliore (e non il più ricco com’è quasi sempre accaduto, e continua ad accadere). L’antica ossessione per i due pilastri del socialismo (le statizzazioni o per le collettivizzazioni) dopo le esperienze dei socialismi senza libertà di Mosca, Varsavia, Praga, Budapest ecc., è un incantesimo che si è infranto come uno specchio.

    Al Psi Bobbio ha posto il problema, oltre che di un’organizzazione interna ispirata ai valori dell’etica politica e della moralità individuale, del rifiuto del cesarismo, anche di definire il programma.

    A lungo, e anche oggi, un solo partito si è attardato (e limitato) ad evocare le riforme.

    Si può esaurire il socialismo nel riformismo? La risposta, dice Bobbio, consiste nel modo in cui si riesce a mescolare gli ingredienti delle due dottrine, il socialismo e il liberalismo.

    Storicamente sono state a lungo divise e anche contrapposte. Il 19 gennaio 1990, come Scirocco puntualizza, in un importante scambio epistolare con Giuliano Amato, Bobbio bandiva ogni sospetto di inseguire isole felici dell’utopia e semplicismo. Avanzò, infatti, la proposta di parlare di “politica dei diritti”: “non più soltanto dell’uomo astratto, ma degli uomini e delle donne, dei bambini e dei vecchi, dei malati e degli emarginati, in difesa di tutte le minacce che possono venire alla dignità e alla libertà dell’uomo dall’inarrestabile e irreversibile progresso tecnico, che è insieme benefico e malefico”.

    Il mito di costruire una società di liberi ed eguali ha ceduto il posto ad un progetto di lotta contro le ineguaglianze. Socialismo significa sempre più: contenimento dei monopoli, politiche redistributive più vantaggiose per salari e stipendi, più asili nidi, più estesa assistenza sanitaria, argini efficaci alla disoccupazione, alla fragilità del lavoro, parità tra lavoro maschile e lavoro femminile, istruzione. diffusione gratuità dell’istruzione a qualunque livello ecc. Tutto da realizzare con metodi (e regimi politici) rispettosi della divisione dei poteri, con istituzioni aperte al dialogo e al confronto, libertà di parola, di riunione e di stampa ecc.

    Non mi pare sia un incidente di percorso che la parola socialismo sia scomparsa dal lessico della sinistra.

    Resta solo da chiedersi come mai questo esito non sia stato anticipato dalla lettura della saggistica dei liberali di Vienna. La de-mitizzazione del socialismo, la denuncia della sua stessa pericolosità fin quando fosse rimasto prigioniero di un’armatura religiosa, alimentando una nuova teodicea politica, è stata tempestivamente demolita da Ludwig Mises e dai suoi colleghi della scuola di Vienna. Raimondo Cubeddu e l’editore Rubbettino li hanno fatti conoscere anche se tardivamente. La sinistra ancora oggi li ignora o li demonizza.

    Il magistero di Bobbio (non disgiungere liberalismo e socialismo, anzi combinare giustizia e libertà) non ha impedito che la ripulsa del comunismo (Berlinguer amava chiamarlo “socialismo dai tratti illiberali”!) abbia assunto un carattere di massa solo in seguito al crollo del muro di Berlino.

    Pertanto, mi chiedo se la sua tenacia nel dialogare, per oltre mezzo secolo, con i comunisti non sia stata eccessiva. E ne abbia accreditato la loro affidabilità.

    Minima personalia.

    Nella raccolta pubblicata e curata impeccabilmente da Giovanni Scirocco l’ultima lettera di Bobbio a Valiani (30 giugno 1994) mi riguarda.

    Bobbio prende a pretesto la mia collaborazione (a titolo gratuito) con un articolo sul Partito d’Azione a Italia settimanale (la rivista fondata e diretta da Marcello Veneziani) per descrivermi come “un tempo sinistrissimo, poi craxiano di ferro e, cambiati i tempi, approdato ad un giornale fascista.” Sarei stato l’esempio di un fenomeno che Bobbio temeva potesse diffondersi, cioè una conversione dall’estrema sinistra all’estrema destra e il segno della “nascita di un nuovo regime”.

    Le cose non sono stanno proprio così. Non sono riuscito a rinvenire l’articolo incriminato. E neanche gli altri.

    Italia settimanale non era una rivista fascista, ma tentava di aprire un dibattito sulla cultura della destra (Bobbio ha sempre negato che esistesse). Io sono stato sempre molto rispettoso del Partito d’Azione. È vero che sono stato un militante (e direttore responsabile) dei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri.

    Come iscritto al Psi mi sono sempre riconosciuto nelle posizioni di Riccardo Lombardi e spesso anche nelle analisi di Vittorio Foa. Non è per niente vero che sia stato un “craxiano di ferro”. Mi elessero all’Assemblea nazionale, ma non esitai dopo qualche tempo a scrivere a Craxi informandolo delle mie dimissioni da tale organo.

    Come Bobbio ho collaborato a Mondoperaio (la rivista teorica del Psi, fondata da Nenni, aveva molto di Antonio Giolitti e meno di Craxi).  Ho spesso solidarizzato con le proposte e le riflessioni di intellettuali liberal-socialisti come Giuliano Amato, Leo Valiani e lo stesso Bobbio.

    Debbo al suo impareggiabile insegnamento di avere evitato sbornie politiche e intellettuali e, peggio ancora, ogni genere di infatuazioni. A cominciare da tentazioni di revanscismo neofascista.