Butler
La sfida tra BIDEN e TRUMP comunque vada a finire è già passato alla storia. L’attentato di stanotte poi supera ogni fantasia, va oltre ogni racconto ed ogni strategia e ha segnato l’opinione pubblica negli States e nel mondo.
Da Butler rimbalza nel mondo l’immagine di Trump con il pugno alzato e il sangue che cola dall’orecchio ferito sul viso, intorno a lui la sicurezza che lo porta via dal palco e sullo sfondo la bandiera a stelle e strisce che sventola nel cielo azzurro. La foto è talmente iconica che diventa virale in poco più di niente. Confermando che la realtà supera sempre la fantasia, anche quella del più creativo degli spin doctor.

L’autore dell’attentato si chiamava Thomas Matthew Crooks, 20 anni, di Bethel Park, città della Pennsylvania. L’uomo era registrato come repubblicano, nonostante una donazione di 15 dollari alla PAC ActBlue in favore di un gruppo liberale per l’affluenza alle urne nel gennaio 2021. In attesa di ulteriori nuove si sa per ora che Crooks si è appostato su un tetto ed ha usato un fucile AR-15. Il movente per ora è oggetto di indagine e non si conosce ancora.
LE PAC e gli sponsor
L’episodio di Butler, fino a ieri anonima città della Pennsylvania, segna sicuramente un punto di rottura nella campagna in corso. Da settimane si parla con insistenza dello stato di salute mentale e della tenuta fisica del presidente Biden, delle sue gaffe e delle fronde interne di chi prova ad individuare candidati alternativi. I più preoccupati sono gli investitori delle grandi PAC, le associazioni che raccolgono fondi per sostenere i candidati durante la corsa alle presidenziali, che minacciano di bloccare i 90 milioni promessi nel caso non si trovasse una alternativa a Biden in grado di sostenere la competizione con Trump, nel totale imbarazzo dei democratici. Trump comunque non è invincibile, tanto è vero che di fronte ad un Biden in evidente stato di confusione guadagna nei sondaggi meno di quello che avrebbe potuto.
Milwaukee
Da domani però, con l’attentato, si apre un fase tutta nuova.
In un contesto sociale diviso e polarizzato come mai ed una campagna già non priva di colpi di scena, tra due giorni a Milwaukee i repubblicani aprono la loro Convention e costruiscono un palcoscenico straordinario dal quale Trump potrà lanciare il messaggio che riterrà più efficace per lanciare la volata verso la Casa Bianca. Il ruolo del sopravvissuto, può ripresentarsi come la vittima di complotti oscuri, underdog ed antisistema, osteggiato da magistrati e media.
Oppure potrebbe prendere spunto dal candidato indipendente Kennedy Jr, il nipote di John Fitzgerald Kennedy, ucciso nel 1963 e figlio di Bob Kennedy, ucciso nel ’68.
Per ora Trump è l’uomo con il pugno alzato che urla “Fight”.
Le reazioni
La prima tra le reazioni è quella di Biden: “Sono stato informato della sparatoria al comizio di Donald Trump in Pennsylvania…Non c’è posto per la violenza nella nostra democrazia”. A ruota gli altri leader democratici, Obama e Nancy Pelosi. Kenedy, il candidato indipendente va oltre e chiede unità: ”Ora è tempo che tutti gli americani che amano il nostro Paese facciano un passo indietro dalle divisioni, rinuncino a tutte le violenze e si uniscano in preghiera per il presidente Trump e la sua famiglia”.
Dal tutti i governi del mondo solidarietà al Tycoon televisivo, tempestivi i vari Orban, Meloni e Netanyahu. Ironico al limite del cattivo gusto il commento da Mosca: “Forse sarebbe meglio usare questi soldi per finanziare la polizia americana e altri servizi che dovrebbero garantire la legge e l’ordine negli Stati Uniti” anche inviare armi a Kiev, con “politiche di incitamento all’odio”.
Lincoln, Kennedy, e gli altri. Lo strano precedente di Rooswelt
Trump è solo l’ultimo, in 200 anni di storia sono stati uccisi 4 presidenti in carica, Lincoln nel 1865, Garfield nel 1881), McKinley nel 1901 e Kennedy nel 1963, e 3 sono stati feriti Reagan, Roosevelt e Jackson, il primo di cui si ha memoria nel 1835. Curiosa l’analogia tra Trump e Rooswelt: il tycoon esattamente come fece Teddy Roosevelt, anno a Milwaukee dopo l’attentato. Per la cronaca in quell’anno Roosewelt perse le elezioni.
LO SCONTRO DELLE CIVILTÀ E LA CRISI DEL PENSIERO
Cosa sta succedendo alla più grande democrazia del mondo? E perché questa vicenda potrebbe davvero segnare un punto di rottura, non solo nella corsa alle presidenziali ma in generale nella percezione che l’occidente ha di se e della sua identità.
Con la caduta del muro l’occidente ha pensato di aver vinto la partita. Forte della caduta del blocco sovietico ha pensato che la sua egemonia economica fosse anche culturale, e i che i suoi modelli fossero esportabili. Le cose non sono andate esattamente così invece. Oggi si deve prendere atto che la democrazia non è l’unico esito possibile e scontato di un percorso che va verso la “civiltà” e che quello che per noi è il progresso lo è per noi. Punto.
Un politologo molto discusso ai tempi, Samuel Huntington, verso la fine degli anni 90, nel pieno dell’entusiasmo per la globalizzazione parlava di uno scontro di civiltà che era in corso e che avrebbe determinato il nuovo multipolarismo nella geopolitica mondiale. Erano i tempi della guerra al terrorismo e delle campagne in Iraq. Altri tempi ed altre epoche. L’idea della multipolarità però era giusta. C’è l’occidente, non c’è solo l’occidente. Lo ha capito Starmer tra gli altri, lo stanno capendo gli europei.
HOMO DEUS
Almeno sembrano averlo capito. In occidente infatti è il pensiero che versa in una condizione di crisi drammatica, da anni. In Occidente l’homo Deus, che si pensa invincibile per la sua capacita di creare strumenti e tecnologie straordinarie, si scopre invece insicuro ed incerto come mai lo è stato, stretto tra la crisi ecologica e quella demografica e la paura dell’insignificanza sociale che deriva proprio dall’evoluzione della sua tecnologia. L’America in questo ha aperto la pista alla crisi del pensiero unico del mercato che risolve tutto e ha mostrato come il populismo deriva dalla disuguaglianza tra i vincitori e i vinti in una società che è passa rapidamente dalla pala alla chiave inglese al tablet e ai robot intelligenti.
Oggi quindi sappiamo che l’homo deus non è invincibile e non può prevedere tutto. Il cigno nero esiste e ha un impatto straordinario. Certo l’immagine iconica di Trump sembra costruita ad arte da una intelligenza artificiale per quanto è efficace. Fosse una fake però non sarebbe così efficace.
Ora servirebbe davvero che nell’occidente che si pensa “civile” ci si comportasse con coerenza. I toni della campagna USA non sono poi così tanto civili, al di là dell’attentato. E un sistema politico che mira a difendere la sua democrazia non può tollerare un livello di disuguaglianza cosi alto. E non permettersi di lasciare così indietro e cosi da soli gli ultimi, quelli che sono stati travolti dalla transizione digitale e quelli che rischiano di esserlo in un futuro prossimo a venire.
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