IL POPOLO E IL SUO SPECCHIO: ALEXIS DE TOCQUEVILLE NELL’AMERICA DI TRUMP

di Riccardo Piroddi

La democrazia non muore sempre con un colpo di stato. A volte cambia forma, lentamente. Si svuota dall’interno. Due secoli fa, Alexis de Tocqueville aveva già visto tutto: una società di individui uguali, liberi… e sempre più soli. Una maggioranza capace non solo di governare ma di plasmare le coscienze. Un popolo pronto a cercare sé stesso in un leader. Oggi, nell’America di Donald Trump, quelle intuizioni tornano a inquietare. Queste riflessioni non parlano solo di politica. Parlano di noi. Di cosa diventa la libertà quando smettiamo di esercitarla.

La filosofia politica di Alexis de Tocqueville (1805-1859) si situa in un punto di passaggio decisivo nella storia del pensiero politico occidentale: tra il tramonto dell’ordine aristocratico e l’avvento irreversibile della democrazia di massa. Tocqueville comprese, con una lucidità che pochi tra i suoi contemporanei possedevano, che la democrazia non fosse un semplice assetto costituzionale, né una tecnica di organizzazione del potere, quanto il nome di una trasformazione complessiva della società, delle mentalità, delle passioni e delle forme della soggettività. Per questo, la sua riflessione non può essere ridotta a una teoria istituzionale. Essa è, in senso pieno, una fenomenologia del moderno. Tocqueville osservava la democrazia non solo come governo del popolo ma come destino storico di una civiltà, nella quale l’eguaglianza delle condizioni tendeva progressivamente a dissolvere le antiche distanze simboliche, sociali e politiche che avevano strutturato il mondo aristocratico.

La sua grandezza teorica consiste precisamente nell’aver compreso che l’eguaglianza democratica è, allo stesso tempo, una promessa di emancipazione e un principio di omologazione. Da un lato, essa libera gli individui dai vincoli di nascita, dai privilegi ereditari, dalle dipendenze personali che caratterizzavano la società gerarchica; dall’altro, proprio perché scioglie i legami verticali e relativizza le differenze tradizionali, espone gli individui a una nuova forma di vulnerabilità. L’uomo democratico è più libero ma è anche più solo. Più autonomo ma anche più fragile. Più uguale agli altri ma, proprio per questo, più incline a cercare negli altri la misura del proprio giudizio. È qui che viene fuori una delle intuizioni più profonde di Tocqueville: il pericolo principale della democrazia risiede in una metamorfosi interiore del cittadino, nella produzione di un soggetto che, pur formalmente libero, diventa spiritualmente conformista.

Il nucleo più celebre di questa diagnosi è la teoria della “tirannia della maggioranza”. Essa viene talvolta letta in modo superficiale, come se Tocqueville volesse soltanto mettere in guardia dal rischio che una maggioranza parlamentare opprimesse le minoranze. In realtà, il suo discorso è stato molto più radicale. La maggioranza, nella democrazia, non esercita soltanto un potere giuridico o istituzionale; esercita un potere morale, culturale e psicologico. La forza della maggioranza è anche nel definire l’orizzonte del dicibile, del pensabile, del legittimo.

In una società democratica, dove nessun ordine tradizionale gode più di un’autorità indiscutibile, l’opinione pubblica tende a diventare il nuovo sovrano invisibile. Il risultato è che gli individui possono essere meno perseguitati nei corpi di quanto non siano disciplinati nelle coscienze. La censura democratica, per Tocqueville, è spesso più sottile della censura dispotica: non impedisce sempre di parlare, induce a non volerlo fare; non proibisce esplicitamente il dissenso, lo rende socialmente costoso, moralmente sospetto, simbolicamente marginale.

Questa intuizione, già straordinaria nel contesto dell’America ottocentesca, acquista un rilievo ancora maggiore se la si applica al mondo contemporaneo. La politica americana dell’età di Donald Trump appare, da questo punto di vista, come un terreno nel quale molte delle tensioni diagnosticate da Tocqueville si mostrano con particolare evidenza. Sarebbe però riduttivo leggere Trump soltanto come un’anomalia personale o come un accidente della storia politica recente. Più profondamente, egli può essere interpretato come sintomo di una trasformazione interna alla democrazia americana, cioè, come effetto di dinamiche che Tocqueville aveva intravisto in forma embrionale: la fragilità delle mediazioni istituzionali, la crescente centralità delle passioni collettive, il risentimento verso le élite, la personalizzazione del potere, la tendenza del popolo democratico a cercare figure che promettano rappresentazione immediata, visibile, quasi incarnata, della volontà comune.

Per comprendere questo nesso, occorre soffermarsi sul concetto tocquevilliano di “uguaglianza delle condizioni”. Con questa formula Tocqueville alludeva a una struttura sociale e immaginaria, nella quale gli uomini si percepivano come sostanzialmente equivalenti, nessuno essendo naturalmente destinato a comandare o a obbedire. Tale trasformazione ha un effetto potentemente destabilizzante. Nel mondo aristocratico, l’ordine era iniquo ma era leggibile; le posizioni erano rigide, seppure dotate di una legittimazione simbolica. Nel mondo democratico, invece, l’ordine appare aperto, mobile, potenzialmente accessibile a tutti. Proprio per questo, però, il fallimento individuale viene vissuto con maggiore intensità. Se tutti sono formalmente uguali e ciascuno è chiamato a costruire il proprio destino, allora ogni esclusione, ogni declassamento, ogni perdita di status può essere percepita come un’ingiustizia insopportabile o come un’umiliazione personale.

Qui si apre un punto fondamentale per leggere il fenomeno trumpiano. Una parte consistente della sua forza politica deriva dalla capacità di parlare a soggetti che vivono la promessa democratica come promessa tradita. Non necessariamente ai più poveri in senso assoluto ma a coloro che si sentono spodestati simbolicamente, culturalmente o economicamente all’interno di un ordine che continua a proclamare l’eguaglianza delle opportunità. Trump intercetta il malessere di individui che non si percepiscono soltanto come svantaggiati ma come espropriati di riconoscimento. La sua retorica promette restituzione di dignità, rivincita, visibilità. In questo senso, la sua parola politica si muove su un piano profondamente affettivo. Non parla soltanto agli interessi ma alle passioni. E Tocqueville sapeva benissimo che la democrazia è tanto un regime di passioni quanto un regime di leggi. Uno dei tratti più originali della sua analisi era, infatti, nell’aver mostrato che l’uomo democratico sviluppasse passioni specifiche, diverse da quelle aristocratiche. Tra esse, una delle più importanti è la passione per l’eguaglianza, che può diventare più intensa persino dell’amore per la libertà. Tocqueville osservava che gli uomini possono desiderare la libertà ma desiderano quasi sempre l’eguaglianza con maggiore immediatezza, perché essa tocca la loro sensibilità quotidiana, il loro confronto continuo con gli altri, il loro bisogno di non sentirsi inferiori. Questa osservazione è capitale. Significa che la democrazia contiene sempre la possibilità che la libertà venga sacrificata in nome di una forma emotiva di eguaglianza o, almeno, in nome della percezione che qualcuno stia ristabilendo un equilibrio offeso.

Il populismo contemporaneo, e in particolare quello trumpiano, si inserisce esattamente in questa faglia. Esso non si presenta soltanto come domanda di governo forte ma come risposta a una ferita egualitaria. La figura del leader populista promette di abbattere le mediazioni che appaiono come dispositivi di esclusione: establishment, apparati burocratici, esperti, giornali, università, autorità tecniche, codici diplomatici, linguaggi professionali. Tutto ciò che, in una democrazia complessa, serve a filtrare, tradurre e articolare il conflitto, viene denunciato come tradimento della volontà autentica del popolo. Da qui, la potenza della semplificazione. Trump non convince soltanto perché dice cose estreme o provocatorie ma perché mette in scena una forma di immediatezza. Si presenta come colui che parla senza filtri, senza mediazioni, senza ipocrisie. Filosoficamente, questo è il punto cruciale: egli trasforma la disintermediazione in un valore politico in sé.

Ora, per Tocqueville, le mediazioni sono il cuore stesso della libertà democratica. Associazioni, autonomie locali, giurie, municipalità, corpi intermedi, pratiche religiose, abitudini civiche: tutto ciò costituisce la trama invisibile che impedisce alla democrazia di cadere nel doppio abisso del dispotismo amministrativo e della massa irriflessa. La libertà non si conserva per semplice proclamazione costituzionale; vive nei costumi, nelle abitudini condivise, nelle forme di cooperazione che insegnano agli individui a uscire dalla pura sfera privata e a sperimentarsi come agenti di un mondo comune. La democrazia, per Tocqueville, è sempre in bilico tra due possibilità: o diventa una società di individui associati, capaci di autogoverno e di reciproca limitazione, oppure degenera in una somma di atomi isolati, facilmente governabili o facilmente infiammabili.

Questa alternativa aiuta a capire l’ambivalenza del presente americano. Da una parte, gli Stati Uniti restano segnati da una forte tradizione associativa, locale, pluralistica, che in parte conferma la fiducia tocquevilliana nelle energie della società civile. Dall’altra, la trasformazione del discorso pubblico in uno spazio dominato da polarizzazione, spettacolarizzazione e reattività permanente mostra quanto siano diventati fragili i dispositivi di formazione del giudizio. La sfera pubblica digitale, in particolare, sembra radicalizzare proprio quei processi che Tocqueville temeva: conformismo di gruppo, emotivizzazione dell’opinione, pressione maggioritaria, indebolimento della riflessione autonoma. La tirannia della maggioranza, oggi, non assume necessariamente la forma di un consenso compatto; può prendere la forma più volatile e più aggressiva di ondate di appartenenza, tribù morali, fedeltà identitarie che chiedono adesione totale e delegittimano ogni sfumatura.

In questo senso, la politica di Trump non è soltanto “maggioritaria” ma plebiscitaria. Essa tende a costruire il popolo come un soggetto omogeneo, moralmente puro, opposto a nemici interni ed esterni. Ma proprio questo Tocqueville criticherebbe severamente. Per lui, la democrazia autentica non coincide con l’immediatezza della volontà popolare, bensì con la sua articolazione pluralistica. Il popolo democratico non è una sostanza unitaria che parla con una sola voce; è un insieme molteplice di interessi, convinzioni, corpi, territori, fedi e pratiche che devono imparare a coesistere senza annullarsi reciprocamente. Quando, invece, la politica pretende di incarnare direttamente il popolo, senza residui e senza conflitto legittimo, allora la democrazia si avvicina a una forma di religione politica. Il leader non rappresenta più una parte all’interno di una contesa regolata ma viene investito della missione di rendere visibile l’anima profonda della nazione.

Tocqueville temeva molto questa dinamica, anche se nei suoi testi essa non appare ancora nei termini novecenteschi del totalitarismo o del cesarismo di massa. La sua categoria determinante era quella del “dispotismo dolce”. Egli immaginava una forma di potere nuova, propria delle società democratiche: un potere non sanguinario, non necessariamente brutale ma amministrativo, minuzioso, paternalistico, penetrante. Un potere che non spezza le volontà, le ammorbidisce; non impone terrore, produce dipendenza; non distrugge il cittadino, lo infantilizza. Questa immagine è stata spesso applicata allo Stato burocratico moderno, all’espansione dell’amministrazione e del welfare tecnocratico. Tuttavia, può essere estesa, in chiave più ampia, a qualunque forma di potere che sostituisca l’esercizio attivo della cittadinanza con la rassicurazione passiva dell’identificazione.

Anche qui il trumpismo mostra un paradosso. Si presenta come ribellione anti-burocratica, anti-statale, anti-tecnocratica e in parte lo è, almeno sul piano retorico, ma il suo stile politico produce una diversa forma di dipendenza: non dal funzionario impersonale ma dal leader iper-personalizzato. Laddove il dispotismo dolce dello Stato amministrativo prometteva di occuparsi della vita degli individui, il populismo carismatico promette di vendicare gli individui, di dar voce al loro risentimento, di semplificare per loro un mondo vissuto come opaco e ostile. In entrambi i casi, però, il rischio è simile: il cittadino smette di essere agente e torna a essere spettatore. Cambia il registro affettivo, non il risultato antropologico. Invece di partecipare criticamente alla costruzione del bene comune, egli si affida a un apparato o a una figura salvifica.

C’è poi un altro elemento della filosofia tocquevilliana che illumina in profondità il presente: la tensione tra religione e libertà. Tocqueville vedeva nella religione, soprattutto nella sua forma americana, un elemento capace di limitare l’individualismo democratico, perché offriva agli uomini una misura trascendente, una disciplina morale, un senso del limite che impediva alla ricerca dell’interesse privato di dissolvere ogni legame comune. Tuttavia, questa funzione positiva della religione dipendeva, nella sua prospettiva, da una distinzione essenziale: la religione deve influenzare i costumi senza impadronirsi direttamente del governo. Quando si confondono la sfera spirituale e quella politica, entrambe si corrompono.

Nell’America contemporanea, il nesso tra religione, identità morale e mobilitazione politica assume forme molto più conflittuali. La destra populista americana ha spesso utilizzato simboli religiosi non tanto per orientare eticamente la vita pubblica, quanto per marcare appartenenze e antagonismi. Da un punto di vista tocquevilliano, questo passaggio è estremamente significativo: la religione cessa di essere scuola di autocontrollo e di limitazione dell’io democratico e può diventare, invece, uno strumento di intensificazione identitaria. Non modera la politica, la sacralizza. Non apre uno spazio di giudizio superiore rispetto alle passioni della massa ma conferisce a quelle passioni un’aura morale assoluta.

Un ulteriore aspetto da approfondire riguarda la nozione tocquevilliana di individualismo. Tocqueville distingueva accuratamente l’individualismo dall’egoismo. L’egoismo è una passione universale e antica; l’individualismo è, invece, una disposizione tipicamente democratica. Esso consiste nel ripiegamento dell’individuo su una cerchia ristretta di affetti e interessi privati, accompagnato da una progressiva indifferenza verso la cosa pubblica. L’individuo democratico, sentendosi autosufficiente e sciolto dai legami tradizionali, tende a considerare la società come semplice sfondo della propria vita privata. Ma proprio questo ritirarsi nella sfera privata crea il vuoto nel quale il potere centralizzato può espandersi o nel quale l’imprenditore politico può mobilitare il risentimento diffuso.

La politica di Trump ha tratto forza anche da questo sfondo antropologico. Essa è emersa in una società nella quale l’atomizzazione sociale, la disgregazione dei legami e la sfiducia nelle istituzioni avevano già eroso molte forme classiche di appartenenza civica. Il populismo non nasce dove la società è troppo coesa ma spesso dove è troppo disgregata. Offre una comunità sostitutiva, un’appartenenza simbolica intensa a individui che si sentono dispersi. Il “noi” populista non ricostruisce necessariamente il tessuto della cittadinanza; più spesso, lo rimpiazza con una solidarietà emotiva, antagonistica, definita contro un “loro”. Qui Tocqueville sarebbe ancora una volta un interprete prezioso: l’individualismo democratico non produce solo passività amministrabile ma anche disponibilità a comunità fittizie, immediate, fondate su identificazioni semplificate.

Un tema ancora più complesso riguarda il rapporto tra verità e democrazia. Tocqueville percepì con grande nettezza che la democrazia modificasse il regime epistemico della società. Se tutti gli uomini sono uguali, nessuno accetta facilmente autorità intellettuali stabilite una volta per tutte. Questo ha un lato emancipativo: dissolve dogmatismi e privilegi del sapere. Ma ha anche un lato problematico: rende più difficile distinguere tra opinione e giudizio, tra persuasione e conoscenza, tra popolarità e verità. Nel mondo contemporaneo, questa dinamica si è radicalizzata. La diffidenza verso gli esperti, verso le fonti istituzionali, verso il giornalismo tradizionale e verso i saperi specialistici non nasce solo da manipolazioni politiche, quanto dalla struttura egualitaria della sensibilità democratica. Trump ha saputo sfruttare questa disposizione in modo eccezionalmente efficace. La sua forza non deriva soltanto dal rifiuto delle élite ma dal fatto che tale rifiuto può apparire coerente con una versione semplificata dell’ideale democratico: nessuno deve dire al popolo cosa pensare. Eppure, da una prospettiva tocquevilliana, proprio qui si annida il pericolo. La democrazia non può vivere senza eguaglianza ma non può nemmeno vivere senza competenze, senza istituzioni di verifica, senza pratiche che rallentino l’immediatezza dell’opinione. L’autogoverno democratico non implica che tutte le opinioni abbiano lo stesso valore in ogni ambito; comporta, piuttosto, che il potere politico debba rimanere controllabile e che il sapere debba restare discutibile, pur entro forme pubbliche di responsabilità. Quando, invece, la sfiducia generalizzata verso ogni mediazione cognitiva si salda con la fedeltà emotiva a un capo, la democrazia entra in una zona critica: non soltanto perché cresce la menzogna ma perché si indeboliscono le condizioni stesse che permettono a una società di riconoscere la menzogna.

C’è poi, nel pensiero di Tocqueville, una grande lezione sulla temporalità politica. L’aristocrazia vive nel lungo periodo, nella continuità genealogica, nella durata delle istituzioni e delle memorie. La democrazia, invece, tende al presente. Gli individui democratici sono più mobili, più esposti al cambiamento, più concentrati sul miglioramento immediato delle proprie condizioni. Questa accelerazione del tempo sociale favorisce l’energia produttiva e, allo stesso tempo, indebolisce il rapporto con la tradizione e con la responsabilità storica. Anche sotto questo aspetto, la politica di Trump si inscrive in una forma tipicamente moderna di presentismo. Il suo linguaggio predilige l’urgenza, l’impatto, la reazione istantanea, la promessa di restaurazione rapida. Il passato viene evocato non come complessità da comprendere ma come immagine semplificata di grandezza perduta. Il futuro, a sua volta, non è pensato come costruzione comune faticosa ma quale effetto quasi immediato della volontà del leader. Una simile temporalità è profondamente anti-tocquevilliana. Per Tocqueville, la libertà democratica richiede educazione alla durata, sedimentazione dei costumi, pratica lenta della partecipazione. Non basta eleggere; occorre imparare a vivere insieme nella differenza, a sopportare la pluralità, a distinguere tra il successo momentaneo di una mobilitazione e la stabilità di un ordine libero. La democrazia è fragile proprio perché il suo principio sociale, l’eguaglianza, tende continuamente a dissolvere quelle forme intermedie di autorità e di continuità che pure sono necessarie alla sua sopravvivenza. Per questo, essa ha bisogno di disciplina civica, di autocontrollo, di un ethos della moderazione, che non coincide affatto con la tiepidezza ma con il rifiuto delle soluzioni assolute.

Questo porta a un punto forse decisivo. Tocqueville non è stato un pensatore della democrazia trionfante ma della democrazia inquieta. Egli non credeva che la storia moderna potesse tornare indietro verso l’aristocrazia; considerava l’avanzata dell’eguaglianza come un fatto irreversibile. E proprio per questo insisteva sulla necessità di governare la democrazia, non nel senso di limitarla dall’esterno, bensì di darle forma interiore. Il problema non è impedire che gli uomini siano uguali ma fare in modo che, essendo uguali, restassero anche liberi. Tutta la sua filosofia politica ruotava attorno a queste domande: come evitare che l’eguaglianza produca servitù? Come impedire che il desiderio democratico di autonomia sfoci in conformismo, delega, dipendenza, idolatria del numero o idolatria del capo?

Alla luce di queste domande, il rapporto tra Tocqueville e Trump si chiarisce in modo più profondo. Trump non rappresenta semplicemente una deviazione contingente dalla normalità democratica americana, piuttosto evidenzia alcune possibilità immanenti alla democrazia moderna: la trasformazione del popolo in pubblico, del cittadino in tifoso, del conflitto in guerra morale, della rappresentanza in identificazione personale, del dissenso in tradimento, della verità in performance. Per Toqueville, nessuno di questi esiti era necessario, sebbene potessero essere sviluppi possibili, già in parte contenuti nelle sue categorie di analisi. È questo che rende il suo pensiero ancora così fecondo: non fornisce formule ma strumenti diagnostici. Si potrebbe persino dire che la sua lezione più attuale consiste nell’aver mostrato che la crisi della democrazia non si manifesta soltanto quando vengono abolite le elezioni o sospese le libertà formali. La democrazia può svuotarsi restando formalmente in piedi. Può continuare a votare e smarrire il senso del giudizio. Può mantenere le procedure e perdere le virtù. Può celebrare il popolo e, nello stesso gesto, impoverire la cittadinanza. Questa intuizione è di enorme portata filosofica, perché sposta il problema dal piano puramente istituzionale a quello etico-politico. Il destino della libertà non dipende soltanto dai testi costituzionali ma dal tipo umano che una società produce.

Tocqueville, in questo senso, è un pensatore della democrazia come forma di vita. E proprio per questo, il suo confronto implicito con l’America di Trump non si esaurisce in un giudizio sul leader. Il punto vero è chiedersi quale antropologia politica, quale struttura di desideri e di paure, quale impoverimento delle mediazioni, quale fame di riconoscimento, quale logica dell’identità e del risentimento rendano possibile quel tipo di leadership. Trump è importante filosoficamente non solo per quello che fa ma per quello che rivela. Rivela che la democrazia, lasciata a se stessa, non genera spontaneamente cittadini maturi. Può generare soggetti esigenti ma vulnerabili, rumorosi ma dipendenti, formalmente emancipati ma interiormente bisognosi di protezione, di appartenenza e di semplificazione.

In conclusione, riflettere sulla filosofia politica di Tocqueville e sul modo in cui può essere messa in relazione con la politica americana di Donald Trump vuol dire confrontarsi direttamente con una delle tensioni centrali della democrazia contemporanea. Tocqueville ha indicato che la democrazia non è mai semplicemente il regno della libertà ma il campo di una lotta permanente tra libertà e servitù dentro l’eguaglianza stessa. La sua originalità sta nell’aver capito che il pericolo non viene soltanto da un nemico esterno alla democrazia ma dalle sue stesse inclinazioni: dal gusto per l’uniformità, dalla fuga nella sfera privata, dall’impazienza verso la complessità, dal fascino dell’immediatezza, dal bisogno di sentirsi parte di una maggioranza moralmente rassicurante. L’America contemporanea mostra con particolare intensità questa tensione. Il trumpismo può essere letto come una risposta patologica, seppure non del tutto estranea, alle promesse e alle frustrazioni della società democratica. Esso denuncia alcuni limiti reali della tecnocrazia, dell’establishment e della disaffezione civica, ma lo fa spesso aggravando proprio i mali che dice di combattere: erode le mediazioni, esaspera la polarizzazione, personalizza il potere, semplifica il reale, assolutizza il conflitto. Per Tocqueville, una simile traiettoria sarebbe profondamente inquietante, non perché tradisca un modello idealizzato di democrazia perfetta ma perché rende manifesto quanto sia fragile l’equilibrio democratico.

La vera lezione, allora, è che la democrazia non si salva da sola. Ha bisogno di educazione, di corpi intermedi, di pluralismo effettivo, di capacità critica, di senso del limite. Ha bisogno di cittadini che non chiedano soltanto di essere rappresentati ma che sappiano anche autolimitarsi, associarsi, discutere, tollerare, distinguere. In mancanza di tutto questo, la democrazia può continuare a chiamarsi tale ma trasformarsi lentamente in qualcos’altro: non necessariamente una dittatura nel senso classico, bensì un ordine in cui gli uomini, convinti di affermare la propria sovranità, consegnano, invece, la propria libertà alle passioni collettive, all’opinione dominante o al carisma di chi promette di incarnarle.