UE E USA: UN RAPPORTO DA RIFORMARE PER MANTENERLO

di Luigi Troiani

A torto o a ragione, il continente europeo ritiene che il secolo XXI gli restituirà un posto di rilievo nella storia, considerando superato il danno che ha inflitto a se stesso nel secolo precedente, attraverso dittature, nazionalismi, guerre intestine, colonialismo.

La tesi viene sostenuta da diversi studiosi, non necessariamente di fede europeista o federalista, partendo da approfondimenti riguardanti soprattutto l’economia e il sociale. Di recente, attenzione è stata data a The Brussels Effect. How the European Union Rules the World, di Anu Bradford, direttore di European Legal Studies al Center di Columbia Un. Law School. L’autrice afferma che l’Ue sia divenuta l’unica autorità capace di dettare le norme che guidano i comportamenti della vita economica mondiale, esercitando un’egemonia che plasma a sua immagine i comportamenti di multinazionali e stati. Si tratterebbe di un Regulatory Power che rende l’Ue un’autorevole superpotenza che, senza utilizzare muscoli (che non possiede) guida la contemporaneità con il proprio diritto. Lo ha fatto per più di un millennio Roma, ispirando le leggi di molte nazioni. 

Non più divisa in blocchi contrapposti, resa saggia dalle conseguenze degli errori, insignita del premio Nobel per la pace, l’Europa dovrebbe risultare in grado di compiere l’ultimo sforzo verso la creazione di una Unione di stati capace di recitare negli affari internazionali un ruolo politico e militare, oltre che economico.

Non è assolutamente certo che ciò accada; è verosimile non solo che ciò non accada ma che anzi, come conseguenza di fattori quali gli eccessi della pressione migratoria, la complessità del periodo successivo alla pandemia, gli sconvolgimenti generati dall’invasione russa dell’Ucraina, populismi e nazionalismi congelino i livelli di integrazione tra paesi europei raggiunti alla fine del novecento. 

Il dato sicuro è che, contrariamente a quanto occorso in altre epoche storiche, la politica estera statunitense non si metterà all’opera per spingere gli europei a maggiore integrazione, benché difficilmente gli Usa possano rinunciare alla necessità di disporre di un partner forte e coeso, quindi affidabile, sull’altro lato dell’Atlantico.

La manutenzione dell’alleanza atlantica che andava fatta all’indomani dello scioglimento del patto di Varsavia, 1 luglio1991, occorre che sia attuata nel corso del terzo decennio del secolo, viste le sfide che Russia e Cina, ma anche paesi come l’Iran e la Turchia possono proporre. Un conto è riformare per mantenere, un conto è lasciar cadere le ragioni che hanno sostenuto un’alleanza che non è mai stata costruita soltanto su interessi geopolitici e geoeconomici, ma su una visione della politica e un progetto di società.

Una valida interpretazione della posizione statunitense è probabilmente quella offerta da Charles A. Kupchan in The End of The American Era. U.S. Foreign Policy and the Geopolitics of the Twenty-first Century, uscito in Italia come La fine dell’era americana.

«Gli americani sentono un’avversione di lungo corso per le istituzioni multilaterali, discendente dalla riluttanza a compromettere la libertà dell’iniziativa unilaterale. … L’internazionalismo liberale che ha sostenuto la leadership mondiale americana dalla Seconda guerra mondiale è assediato tanto dall’estremo isolazionista quanto da quella unilateralista.»

Ci si potrebbe,  ad esempio, chiedere se i ripetuti atti terroristici di matrice islamica, e ancora di più quelli a carattere cibernetico, non meriterebbero una risposta dedicata dell’alleanza atlantica, in termini di organizzazione dell’intelligence e delle informazioni. Per quanto è dato sapere, la risposta, se c’è, è a bassissima intensità né assume le caratteristiche di risposta collettiva, restando in gran parte nelle mani di ciascuno stato la garanzia di sicurezza antiterroristica.

Si tenga anche conto che la persistenza di un’organizzazione di informazione globale fondata sulla solidarietà di nazioni con radici nella cultura anglofona (Usa, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, il cosiddetto 5 Eye, Cinque occhi) avviata nel 1943 con un accordo bilaterale tra Regno Unito e Usa, segnala, in tempi nei quali le cyberwar appaiono un rischio maggiore e più credibile della stessa minaccia nucleare, quanto si sia lontani dall’irrinunciabile revisione di finalità e regole dell’alleanza transatlantica.

Nella tradizionale cultura di governo degli Stati Uniti, risultano di difficile comprensione le modalità con le quali si sta provando a costruire dal basso e nella complessità interistituzionale del rapporto tra Ue e paesi membri, il nuovo soggetto politico a base continentale.

Si manifesta, ad esempio, scetticismo sul ruolo dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune, Pesc, optando preferibilmente per relazioni con Consiglio e Commissione. Appare tuttavia l’evidente timore statunitense della forza commerciale e monetaria europea espressa da Ue ed euro. Troppo gli Usa sono abituati al credito fornito all’economia e al bilancio dello stato dall’utilizzo universale del dollaro come valuta di riferimento internazionale.

Gli Stati Uniti stanno assumendo consapevolezza che l’Unione Europea oggi, la Cina in prospettiva, potranno erodere spazi che tradizionalmente appartengono alla valuta statunitense. Dovrebbero adottare posizioni negoziali nelle trattative commerciali e nella politica monetaria, coerenti con quella consapevolezza. È un evidente indice dell’incapacità ad apprendere il fatto che la scelta di globalizzare l’economia non poteva che comportare la competizione aperta tra risorse finanziarie, commerciali e umane, di Europa, Pacifico e Stati Uniti, con, in prospettiva, la competizione del tripolarismo monetario. 

Né è ancora scatenata sino alle estreme conseguenze la competizione tecnologica fra le tre aree, avvertita in settori come il 5G, i semiconduttori, le terre rare, la telefonia mobile e lo spazio. Gli Stati Uniti non possono che accettare che il loro tradizionale potere tecnologico vada tendenzialmente a diminuire, in particolare rispetto al competitore cinese. Con Trump non avviene.

Tony Blair, grande amico e alleato degli Stati Uniti, persino nella complessa vicenda irachena del 2003, riassumerà agli alleati polacchi, nell’importante discorso al parlamento di Varsavia del 30 maggio di quell’anno, il dilemma europeo verso gli statunitensi:

«Dobbiamo appoggiare gli Usa […] e dove in Europa c’è disaccordo con gli Stati Uniti, dobbiamo governare il disaccordo con molta attenzione, perché tra alleati non bisogna lasciarlo esplodere in uno scontro diplomatico che somigli al combattimento fra cani arrabbiati. Gli Stati Uniti possono riconoscere che il dilemma europeo è quello di voler essere partner dell’America, non il suo servitore.»

Quella posizione di Blair fu pubblicata integralmente in The Guardian; per comprenderne in pieno il senso, occorre tener presente la successione degli eventi che, in quella risolutiva primavera, l’avevano preceduto: 20 marzo avvio delle operazioni anglo-americane in Iraq, 9 aprile presa di Baghdad, 16 aprile ad Atene firma dei trattati di adesione all’Ue di dieci paesi tra i quali la Polonia.

Obiettivamente è difficile essere partner quando l’interlocutore resta convinto della propria eccezionalità e unicità. Exceptionalism è termine sul cui significato gli Stati Uniti hanno costruito molte delle rilevanti scelte di politica internazionale, ad esempio quella di non aderire alla Corte Penale Internazionale. Ed è termine che ha condotto molti leader statunitensi a ritenere incomparabilmente superiore a qualsiasi altro, il modello di governo e di democrazia del loro paese. Costruire la partnership autentica richiede la percezione dell’altro come non inferiore e adeguato. Se ci si ritiene “eccezionali”, viene a risultare impossibile.

Robert Kagan in The World America Made (p. 9) fornisce un esempio, fra i tanti, dell’atteggiamento qui richiamato:

«Nessun altro potere avrebbe potuto o voluto influenzare il mondo nel modo con il quale lo hanno fatto gli americani  poiché nessun’altra nazione condivide o ha mai condiviso la loro peculiare combinazione di così tante qualità.» 

Gli Stati Uniti dissentono dal modello di organizzazione sociale ed economica europeo, e non perdono occasione per dirlo. Non è cosa di oggi, né, soprattutto, cosa di una sola parte politica.

Nel corso del G7 di Denver, nel 1997, ospite il democratico Bill Clinton, i giornali americani commentarono le “lezioni” servite ai colleghi europei dal presidente statunitense su economia e organizzazione sociale, descrivendo l’“aperta irritazione” di Helmut Kohl e colleghi, per l’”haughty behavior” (comportamento arrogante) di Clinton.

Tony Blair, scrisse The World We’re In, più di quattrocento pagine di argomenti, in cui esaltò il modello sociale ed economico europeo e condannò quello statunitense, fonte di iniquità, ingiustizie, e destinato all’implosione per eccessi di debiti e ingiustizie.

Al di là delle posizioni, anche ideologiche, messe a sostegno delle proprie tesi, Usa e Ue sono ai ferri corti da decenni su politica agricola e reciproci sussidi al settore, quote commerciali, politiche di aiuto ai paesi in sviluppo, e per i diversi modelli sociali ed economici di fatto inconciliabili, che si trovano a proporre al mondo.

È buon esempio di cosa possa produrre l’insistenza sull’opzione di inconciliabilità, la curva di influenza subita dalla commissione Trilaterale, lanciata negli anni ’70 del novecento come foro nel quale il ceto intellettuale politico ed economico alla guida degli Stati Uniti sarebbe entrato in contatto “intimo” con colleghi che, in Europa e Giappone, svolgevano compiti simili. Con quella scelta gli Stati Uniti mostravano di ritenere che, pur non dovendo rinunciare alla responsabilità di paese guida dell’occidente, avrebbero potuto superare definitivamente i rapporti di forza scaturiti dalla Seconda guerra e rapportarsi ad europei e giapponesi come partner, per insieme maturare valutazioni e opzioni strategiche da far poi transitare in decisioni condivise di governo. Paradossalmente, con la caduta del muro di Berlino e l’apertura di frontiere prima serrate, scemò il clima politico che aveva nutrito la collaborazione interna alla commissione, che si avvantaggiava della domanda di analisi e soluzioni utili al blocco occidentale nella competizione con quello orientale.

Il resto lo farà il dopo 11 settembre, che, per via di un ulteriore paradosso, contribuirà a ridurre gli spazi di solidarietà interna ai paesi che fanno parte dell’alleanza atlantica.

Proprio alla Trilaterale, il già citato Dominique Moïsi aveva presentato, ad Oporto nell’ottobre 2003, la sua prima versione di Reinventing the West.

In tempi non sospetti e ben prima dei drammatici mutamenti di clima politico europeo che immigrazioni incontrollate e terrorismo islamista avrebbero comportato, l’autore avvertiva sui rischi generati dalla divisione all’interno degli alleati atlantici, chiedendo di non sottostimare le ragioni del distacco tra Europa e Usa in quanto strutturali e di difficile cura, ma anche di rimediarvi rapidamente. Occorreva, secondo Moïsi, collaborare fra diversi.

Per questo invitava gli Usa ad “apprendere dagli europei il senso della modestia e il rischio dell’arroganza”.

Usa ed Europa non possono non restare alleati, anche perché ne hanno bisogno il mondo e la sua stabilità, così come l’estensione ulteriore di democrazia e sviluppo. Insieme potrebbero propugnare una società che eviti l’individualismo sfrenato, che opti per libertà, democrazia, solidarietà e spirito comunitario, welfare, mercato come luogo di creatività e fair competition, spazio per la piccola e media impresa e per la famiglia. Resterebbe il giusto diritto all’uso della forza quando indispensabile e come ultima risorsa, nel rispetto del diritto internazionale, e sapendo che esistono molte altre opzioni prima di quella militare: alle minacce si può rispondere con dosi di politica, cultura, aperture commerciali.

All’autentica e duratura sicurezza si arriva solo accettando le differenze. Una minaccia come quella del terrorismo islamista va disinnescata partendo dalla consapevolezza che ne è latore un nemico antisistema e distruttivo, ma non vanno sottovalutati gli altri rischi strutturali riguardanti l’ambiente e il clima, il sottosviluppo, la globalizzazione indiscriminata attraverso l’azione incontrollata dei grandi monopoli.

Un approccio complessivo condiviso tra le sponde dell’Atlantico, lascerebbe sempre meno argomenti a disposizione di chi intende accusare l’occidente di essere, come in Oswald Spengler di Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, luogo “dove muoiono tutti i valori”; o, come in Thomas Stearns Eliot, luogo di “usura, lussuria, potere”. In   Cori da “La Rocca”, al VII, il poeta si chiese, guardando all’occidente allontanatosi dal Dio cristiano:

CORO:

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.

È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?

Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato tutti gli dei salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

Europa e Usa possono dissentire su alcune cose e difendere interessi non sempre convergenti, ma insieme, anche nelle esistenti diversità, possono proseguire a condividere la visione del mondo e della società. Nell’elaborazione storica hanno maturato la convinzione del valore assoluto della democrazia e dei diritti umani, unito al valore economico e sociale del mercato. Devono operare per correggere i difetti palesatesi nella pratica che governi e grandi imprese hanno offerto di quei valori, e proporli ad altre realtà là dove ciò si renda possibile. Quei valori vanno difesi anche con gli strumenti della sicurezza. Su questa missione non si vede come e perché europei e statunitensi debbano dividersi.

Si aggiunga che la lezione all’Europa, pronunciata con grande lucidità dal realista Samuel Huntington nel lontano 2003, mantiene intera la sua validità.

Discutendo con Anthony Giddens delle divisioni all’interno dell’occidente, lo studioso statunitense mise l’accento sull’indisponibilità degli europei a costituirsi in potenza, ovvero a portare la loro integrazione commerciale sul piano economico, politico e militare, divenendo potenza capace di dialogare su un livello più rispettabile. Huntington affermò:

«Se ci chiediamo cosa oggi divida l’occidente, direi subito che la principale linea di divisione è collegata a un dato che viene in genere molto discusso: il divario di potenza tra Stati Uniti ed Europa. Questa differenza fa naturalmente nascere antagonismi, talvolta contrasti, e senza dubbio genera una diversità di prospettiva e di interessi.»

(L’Occidente siamo noi, Aspenia, n. 21, 2003, p. 19.)

Poi precisò, affermando che la diversità di prospettiva della potenza globale rispetto alle potenze regionali può essere fonte di conflitti:

«D’altra parte, quelle che definisco “potenze regionali di primo piano”, come l’Unione Europea, la Russia, la Cina, l’India e il Brasile, hanno interessi specifici nelle loro regioni. È ragionevole e comprensibile che ritengano di avere il diritto di determinare in modo autonomo ciò che accade a casa loro. Questa differenza di prospettiva e di interessi – fra approccio globale degli Stati Uniti e approccio regionale degli altri attori – porta in molti casi a conflitti.»

Il “culto” dei diritti umani certamente eviterebbe quei conflitti, tacitando il senso di rischio che ogni adulto pensante vive nella propria epoca. C’è da sperare che corrisponda al vero quanto affermò Kathryn Sikkink nel laborioso Evidence for Hope: Making Human Rights Work in 21st Century:

«Lavorare per i diritti umani nei prossimi anni del XXI secolo, può apparire molto simile a quanto accadde nel periodo della Guerra Fredda (quando) le potenze maggiori  furono regolarmente all’opposizione … quei piccoli paesi e gli  attivisti  hanno molte più risorse istituzionali a loro disposizione  – le leggi, le istituzioni e i movimenti per i diritti umani che i loro predecessori attivisti crearono nella seconda metà del trascorso secolo ventesimo.»

(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)


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