USA E UE DIVERSI. SI AVVERTIVA MENO CON OBAMA E BIDEN

di Luigi Troiani

In apertura di secolo XXI, americani ed europei proseguono a condividere l’alleanza militare e politica, ma nella pratica puntano a modelli di organizzazione sociale e della rappresentanza politica che non risultano più fondati esattamente su valori comuni condivisi.

Il cosiddetto “sogno americano”, che nel novecento aveva avuto larga diffusione ed imitazione, non è in genere considerato più tale dalle nuove generazioni europee del dopo guerra fredda. Le ragazze e i ragazzi europei, chiamati la “generazione Erasmus”, circolano liberamente tra aeroporti e linee dell’alta velocità dell’Ue, grazie all’abolizione delle frontiere voluta dal trattato di Schengen, guardano sempre meno agli Stati Uniti come modello da perseguire.

Nell’abbozzo di processo federale, le società europee degli stati membri dell’Ue, iniziano a forgiare un’identità comune basata su valori non più necessariamente condivisibili con quelli degli americani.

Ad esempio in Europa più che negli Stati Uniti, la religione resta fuori dalla politica e in genere dalla vita pubblica.

Il denaro, di evidente rilevanza nella vita delle istituzioni e delle nazioni della prima potenza commerciale mondiale, è tuttora meno decisivo in Europa che negli Usa nella costruzione di carriere politiche, e anche nel rispetto che le opinioni pubbliche danno alle persone.

La pena di morte in Europa è vietata: non così in molti stati della federazione americana.

La mentalità bellicista dell’opinione pubblica statunitense, così come l’atteggiamento verso l’uso privato delle armi, non appartengono agli europei.

L’economia sociale di mercato, benché in crisi, continua ad essere il riferimento delle politiche economiche dell’Unione e degli stati membri: gli Stati Uniti non hanno mai condiviso quel modello di organizzazione sociale ed economica. Il caso delle enormi difficoltà della riforma sanitaria voluta prima da Clinton e poi da Obama, dice sino a che punto può spingersi l’avversione di larga parte della società statunitense verso un comportamento dello stato – la prevenzione e la cura generalizzata e pubblica dei malati – che nella cultura politica europea è condivisa da tutti.

Le regole antitrust e sulla concorrenza sono molto più severe in Europa.

Le esemplificazioni mostrano che mentre il modello americano si sente vincolato ai valori della tradizionale cultura del capitalismo liberale, con lo stato debole nel controllo economico e sociale e forte sui temi della difesa e della sicurezza nazionale, il modello europeo risulta innovativo e revisionista rispetto ai rapporti tra stato, forze economiche e individui, nonché a quelli tra gli stati nell’arena internazionale.

Gli europei hanno compreso, dopo millenni di guerre intestine, che le Comunità e poi l’Unione erano probabilmente l’elemento più importante sul quale puntare per un futuro di pace e crescita economica.

Si è trattato di un processo che, nel crescere, ha posto, con il nuovo secolo, la questione dell’autonomia europea dagli Stati Uniti, o almeno la questione di due sentieri apparentemente diversi che i due popoli amici appaiono percorrere, rispetto all’obiettivo che continuano a dichiarare comune.

L’Ue, diversamente dagli Stati Uniti, diveniva ad esempio sinonimo di cooperazione internazionale, elemento di moderazione e di non aggressività negli affari internazionali. Nelle parole di Kagan:

«La trasmissione del miracolo europeo al resto del mondo è diventata la nuova missione di civilizzazione dell’Europa … Così arriviamo a ciò che può essere la più importante ragione per la divergenza di vedute tra Europa e Stati Uniti. Il potere dell’America e la sua volontà di esercitare tale potere – unilateralmente se necessario – costituisce una minaccia al nuova senso di missione dell’Europa.»  

La presidenza di Barack Obama (2009-2017) avrebbe rilanciato il dialogo transatlantico e la tradizionale politica statunitense verso l’Europa. Lo si sarebbe visto nell’aprile 2016 quando, anche con una certa ruvidezza, in visita a Londra, Obama si sarebbe espresso, alla vigilia del referendum britannico, sulla permanenza nell’Unione, contro le forze politiche che, nel Regno Unito, spingevano per l’uscita. Era un’America preoccupata, quella espressa dal presidente nel suo ultimo viaggio europeo, timorosa delle lesioni che alla solidarietà transatlantica potevano derivare dalla scelta britannica.

Il rapporto transatlantico si giocava, nella visione di Obama, nell’aperto spazio politico ed economico costituito dal dialogo tra le due aree alleate di democrazia e benessere, Stati Uniti e Unione Europea, non nell’angusto ridotto delle frustrazioni nazionaliste e neo-ottocentesche di questa o quella nazione del vecchio continente.

Per certi versi, data la sostanziale irrilevanza della capitale britannica nella politica Ue e al contrario il fondamentale ruolo che vi giocava Berlino, ancora più meritevole di commento la posizione espressa da Obama nel passaggio in Germania. Ad Hannover, presente la cancelliera Angela Merkel e lo stato maggiore dell’imprenditoria privata, il presidente statunitense ribadiva: «Gli Usa e il mondo hanno bisogno di un’Europa forte.»

Nella logica della politica estera americana, dal 1948 alla presidenza Obama, “Europa forte” si leggeva Europa unita attraverso istituzioni comuni che puntassero all’Europa federale, se e quando fosse stato possibile farla.

Storicamente, due correnti si sono combattute per il controllo della politica estera americana: una empirica, l’altra dogmatica; una che considerava le relazioni internazionali nella prospettiva storica, l’altra nella prospettiva ideologica; una che credeva che gli Stati Uniti condividessero le imperfezioni, le debolezze e i mali di tutte le società, l’altra che considerava gliUsa come il felice impero della perfetta saggezza e della perfetta virtù, investito dalla missione di salvare l’Umanità.

La prima presidenza Trump avrebbe fornito un ulteriore quanto ragguardevole tassello a quel confronto, conducendo verso l’Europa, di conseguenza Ue e Nato, una politica oscillante tra il disinteresse e l’ostilità, fondata su evidenti preferenze all’interno di due coppie dicotomiche: pubblico privato, empirismo dogmatismo. L’amministrazione repubblicana avrebbe optato per un motore strategico fondato sul binomio privato ed empiria. La scelta ha avuto, tra le conseguenze, la sottovalutazione della rilevanza dell’Europa e delle sue istituzioni, essendo tuttora Ue il regno del pubblico e di un ideologia a suo modo dogmatica.

[…]

L’incontro del presidente Biden con l’Ue, a Bruxelles, il 15 giugno 2021, aveva riaperto la tradizione del costruttivo dialogo transatlantico, dando come primo risultato una sostanziale tregua sul fronte commerciale. Chiuso il conflitto sui sussidi all’industria aeronautica vecchio di diciassette anni, cancellati per cinque anni i dazi su 11,5 miliardi di dollari di vino Ue e alcol e tabacco statunitensi, la Ue sospendeva per sei mesi le misure tariffarie assunte in risposta ai dazi statunitensi su acciaio e alluminio.

Il presidente statunitense, parafrasando i versi del poema Easter 1916 di W. B. Yeats, affermava: “The world has changed, changed utterly” – e proponeva un’agenda transatlantica da condurre insieme,  «la migliore risposta per vedersela con quei cambiamenti» che, nelle sue parole, costituivano fonte di «grande ansietà».

Riprendendo una linea che aveva ispirato l’appoggio statunitense alla nascita della prima Comunità, il presidente sottolineava come fosse nell’interesse statunitense avere ottime relazioni con l’Unione Europea.

L’annuncio della soluzione  del bisticcio transatlantico su acciaio e alluminio, sarebbe stato dato dal presidente Biden e dalla presidente della Commissione von der Leyen nel corso del G20 di Roma del 30-31 ottobre 2021.

L’aggressione russa all’Ucraina avrebbe consentito al presidente statunitense di precisare ulteriormente il suo rapporto con l’Europa, rinsaldando la solidarietà delle democrazie atlantiche, e scegliendo, diversamente da altre occasioni, di separare, almeno sul teatro europeo, le responsabilità russe da quelle cinesi. La politica estera degli Stati Uniti sembrava comprendere che Russia e Cina, benché partner, non fossero alleati, e che un cauto atteggiamento statunitense nei confronti di Pechino potrebbe consolidare l’orientamento cinese a restar fuori da azioni concrete di sostegno all’azione militare russa in Ucraina, pur continuando sul piano commerciale e finanziario, e nelle retorica politica, il partenariato con Mosca.

Tra il 23 e il 25 marzo 2022, Joe Biden è a Bruxelles, prima di volare a Varsavia e proseguire alla frontiera tra Polonia e Ucraina per dare un segnale su quanto sia convinto il rinnovato impegno statunitense in Europa. A Bruxelles partecipa a tre incontri: Nato, G7, Consiglio Europeo.

L’invasione ucraina fa compiere all’Unione Europea e all’Alleanza atlantica un salto di qualità che decenni di dibattito interno non erano riusciti a promuovere, spingendo i bilanci e le politiche nazionali dei paesi che si riconoscono nelle due istituzioni, a inaspettati impegni e alla condivisione di spese comuni.

La dichiarazione rilasciata dai capi di stato e di governo dei trenta paesi Nato definisce l’aggressione russa contro l’Ucraina «la più grave minaccia alla sicurezza euro-atlantica in decenni» condannando di conseguenza  l’invasione «nei più forti termini possibili» e definendo la retorica di Putin «irresponsabile e destabilizzante». Ferma la posizione sull’eventuale uso di armi chimiche o biologiche,  «inaccettabile e foriero di  conseguenze severe».

Esaurite le condanne e le minacce a Russia e Bielorussia, il documento invita  tutti gli stati «Repubblica Popolare di Cina inclusa, a mantenere l’ordine internazionale includendo i principi di sovranità e integrità territoriale come consacrati nella Carta Onu, ad astenersi dall’appoggiare in qualunque modo lo sforzo bellico della Russia, e ad evitare ogni azione che aiuti la Russia ad aggirare le sanzioni.»

Segue l’invito esplicito alla Cina a «promuovere una risoluzione pacifica del conflitto».

La dichiarazione certifica il salto di qualità della  Nato, in termini di «forze pronte e capacità necessarie a mantenere deterrenza e difesa credibili» e di «focus incrementato sulla difesa e l’interoperabilità collettiva», così da disporre della necessaria «trasformazione per una realtà strategica più pericolosa», precisando che nella riunione di Madrid del giugno 2022 si sarebbe adottato il nuovo Strategic Concept.

Riprendendo toni morali che non si sentivano dai tempi dell’”impero del male” di reaganiana memoria, il documento denuncia «l’influenza maligna della Russia”. Il cambio di paradigma, dice il documento, riguarderà ogni tipo di capacità e difese: attacchi cibernetici, di informazione, chimici, biologici, radiologici e nucleari. Il tutto, come riassume il documento Nato, sarà reso possibile «incrementando in modo sostanziale» le spese per la difesa dei paesi membri e della difesa collettiva.

Più energico del documento Nato, la dichiarazione dei leader del G7, aperta dall’impegno a volere ulteriormente accrescere la cooperazione «alla luce dell’ingiustificabile, non provocata e illegale aggressione e della ‘guerra di scelta’ del presidente Putin contro l’indipendente e sovrana Ucraina.» Solenne la dichiarazione che ne segue: «staremo con il governo e il popolo dell’Ucraina». Il G7 si dichiara anche a favore di chi, in Russia e Bielorussia, si esprime contro le politiche aggressive dei governi, distinguendo il loro comportamento e le loro responsabilità da quelle di Putin, del suo governo e dei suoi supporter tra i quali viene citato Lukašėnka.

Il documento entra quindi nel dettaglio di alcuni effetti globali della guerra in Ucraina, in particolare rispetto alle solidarietà da attivare sulle politiche energetiche ed alimentari.

Parlando al Consiglio Europeo, Biden proporrà un ragionamento più politico, sottolineando la rilevanza della «risposta coordinata e unita di Ue e Usa all’aggressione militare all’Ucraina ingiustificata e non provocata». Esprimerà soddisfazione per «l’accresciuta sicurezza e difesa atlantica, compresa la robusta cooperazione Nato-Ue» e, rendendo omaggio all’elaborazione autonoma dell’Ue, preciserà: «come descritto nella Bussola strategica dell’Ue».

Con le presidenze di Donald Trump, l’intensità della prossimità statunitense all’Europa scema e l’Atlantico è tornata ad allargarsi. La politica estera statunitense ha restituito attenzione soprattutto alla parte orientale del continente, segnatamente alla Russia. Al tempo stesso, la nazione americana ha optato per il ripiegamento verso le questioni interne, rivedendo la stagione della globalizzazione e del multilateralismo totale, e badando a tutelare gli interessi nazionali con restrizioni al commercio e misure protezionistiche.

Trump non ha esitato ad entrare pesantemente nel dibattito interno all’Ue sia schierandosi in favore dell’uscita britannica, sia appoggiando i partiti sovranisti ed antieuropeisti contro le forze socialdemocratiche e popolari che hanno edificato le istituzioni comuni.

(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)


NUOVE USCITE HERAION

IN LIBRERIA

E-BOOKS


TAGS DEL MAGAZINE

alimentazione (32) ambiente (37) america (33) arte (79) cinema (65) civismo (67) cultura (437) democrazia (65) economia (139) elezioni (74) europa (130) fascismo (41) filosofia (43) formazione (38) geopolitica (32) giovani (39) guerra (134) intelligenza artificiale (52) israele (35) italia (87) lavoro (59) letteratura (72) mario pacelli (32) media (80) medio oriente (32) memoria (41) milano (36) musica (195) pianoforte (38) podcast (36) politica (642) potere (263) rai (35) religione (34) roma (33) russia (42) salute (77) scuola (41) seconda guerra mondiale (61) sinistra (33) società (594) stefano rolando (32) storia (90) teatro (51) tecnologia (41) televisione (51) tradizione (34) trump (58) ucraina (46) USA (48)



ULTIMI ARTICOLI PUBBLICATI