
LEONARDO Manzan, giovane rampollo del nostro teatro, si è esibito al Teatro India di Roma in uno spettacolo autoreferenziale e provocatorio contro tutti i luoghi comuni.
Mi piace presentarlo così: un giullare di corte di quelli che, nel Medio Evo, potevano permettersi, durante le loro performance, di attaccare e contestare anche i regnanti, che si prestavano ad ogni sorta di scherno.
Oggi però il nuovo giullare, pur conservando in sé la verve necessaria per simili imprese, si ribella in silenzio ai canoni ormai obsoleti del teatro e del vivere quotidiano convinto della necessità di cambiamenti che sono già in atto nelle nostre società.
Egli si presenta al pubblico in costume adamitico sfrontato quasi a sfidare l’imbarazzo che sa di creare tra il pubblico così come mamma l’ha fatto; in piedi su un piedistallo, proprio come una statua esposta in un museo, fermo non balla, non ride, non offende, apparentemente innocuo.
Ma innocuo non è, infatti, con il suo silenzio, ci induce a riflettere su quanto sia cambiato il nostro modo di considerare le cose e noi stessi. All’ingresso del teatro ci vengono consegnate delle cuffie cosicché il Manzan ci sussurra direttamente all’orecchio le sue annotazioni e suoi panegirici paradossali sulle cose e sulla gente suscitando così ilarità e stupore tra gli astanti. Non solo, infatti, oltre a questo, ci vengono impartiti degli input come, ad esempio, “alzarsi i piedi in base all’età” ed altro, facendoci muovere come burattini comandati da un unico burattinaio: Lui. Ciò al fine di dimostrarci come è facile ubbidire al comando di tanti “falsi burattinai” che, approfittando del potere, ci piegano alle loro volontà.
C’è dell’altro, che forse, nemmeno il personaggio in questione sa; credo che dietro questa facciata ci sia una reale volontà di stupire e di risvegliare le coscienze, ahimè, ormai addormentate per cui la performance risulta essere una sorta di training autogeno dove tutti, coram populo, si confrontano.
Ad osservarlo bene, mentre si mostra compiaciuto sul suo “trespolo” ricorda molti quadri del passato ove il Creatore, fatto uomo, si presentava in tutta la sua interezza esibendo allo spettatore le sue ferite corporali e non solo; infatti, traslato, l’uomo in tutte le sue sfaccettature: umile e fiero, triste e faceto, antico e moderno contemporaneamente sembrava quasi un quadro vero come quelli animati e fatti rivivere da grande Bill Viola.
I presupposti lasciano ben sperare per il futuro del nostro teatro, mi auguro ed auguro al novello giullare di riuscire nella difficile impresa cosicché il pubblico sia di nuovo soddisfatto e si riconosca nelle sue “sedute teatrali”.
Ne abbiamo bisogno!
Roma, 1° agosto 2025
Dalisca.











