CONDIZIONAMENTI E PULSIONI SECONDA PUNTATA

SAGGIO A PUNTATE DI

Cominciamo a ragionare sul fatto che se alcuni di noi nascono in una famiglia regolare nel mondo oc-cidentale, altri, molti altri, no.
Chi ha la sfortuna di nascere durante una guerra, o in un paese malsano e povero, o addirittura su un barcone durante una dolorosa traversata via mare, certamente non inizia il proprio tragitto con serenità.
È vero che i neonati non sono coscienti del loro stato, ma ci vuole poco tempo perché inizino a sof-frire e a patire i loro ambienti.
La sofferenza non è di per sé in assoluto un ele-mento inibitorio, anzi, in talune circostanze, può co-stituire uno stimolo potente per riscattare la propria esistenza, il proprio ruolo, ma certamente se si po-tesse evitare sarebbe meglio.
Nessuno vuole soffrire in eterno, anche se pur-troppo accade, e la nostra natura ci porta inevitabil-mente a migliorare il nostro stato se negativo.
Mettiamo pertanto in un cassetto, quello delle pulsioni, questo dato che ci è capitato parlando: ab-biamo la necessità di migliorare la nostra condi-zione, anche se siamo, per caso, privilegiati. Vo-gliamo comunque stare meglio qualunque sia il no-stro stato. Quando avremo finito di parlare dei con-dizionamenti, apriremo anche il cassetto delle pul-sioni e vedremo cosa contiene.
Intanto abbiamo accertato che la nascita è un con-dizionamento, e lo è sia che l’ambito sociale appaia eccelso, o si manifesti come degradato o sia sempli-cemente modesto.
In tutti i casi le strutture che accompagnano la na-scita e la crescita influiscono sul carattere: il figlio di un re non avrà mai problemi di sopravvivenza, ma potrebbe averne di solitudine e di mancanza di af-fetto, mentre un ragazzino povero napoletano dovrà forse arrangiarsi in mezzo alla strada, ma avrà sem-pre il calore della gente.
Sappiamo con certezza che la capacità di adatta-mento, la vivacità dell’intelletto, il coraggio di chi fin da piccolo ha dovuto pensare a se stesso sono stati gli elementi vittoriosi di persone nate povere e divenute ricche, mentre assistiamo quotidianamente a saghe familiare di regnanti che non hanno mai la-vorato e che passano la vita litigando tra di loro. Non basta essere figli di re per avere il necessario equili-brio per valutare la propria compagna o le proprie azioni, e l’infelicità, anche se inspiegabile agli occhi della gente, può colpire persino negli strati alti della società. Si può morire per vivere sempre meglio.
Pertanto la famiglia colpisce subito, al primo va-gito ed è quella nella quale nasciamo. Ma per non lasciare l’argomento, la famiglia è anche quella che potremo o potremmo avere da grandi, una volta ab-bandonati i genitori e autonomi economicamente o quasi. La nuova situazione porta con sé tali e tante responsabilità che non possono non condizionare il nostro percorso, lo possono addirittura modificare radicalmente, nel bene o nel male, assorbendo le no-stre energie per affrontare tutte quelle incognite che la famiglia comporta e che non possiamo prevedere.
Influiscono come dicevamo sul carattere le con-dizioni economiche, ne abbiamo fatto cenno indiret-tamente. Possiamo essere molto ricchi, ma siamo pochi, possiamo essere benestanti e borghesi, plebei che sopravvivono a fatica, derelitti che soffrono la mancanza di denaro.

Ma noi come siamo? Belli, brutti, forti, malaticci, down, deboli, timidi, sfacciati. Su quale di questi ca-ratteri incidono le condizioni economiche? Nostro padre è un disgraziato alcolizzato che fa il manovale quando trova lavoro e a casa picchia la moglie o è un professionista evoluto che manda i figli alle scuole private e compra il Suv alla moglie per fare la spesa? E noi siamo bambini autistici che si isolano per non sentire le urla del padre o esseri timidi attac-cati alla gonna di una donna autoritaria o caratteri sfacciati che si arrangiano comunque? Le condizioni economiche mescolate con la famiglia costituiscono un ambiente nel quale le nostre attitudini sono messe a dura prova e possono anche modificarsi radical-mente: infatti sono non dico rari, ma certamente non comuni quei nuclei nei quali i figli vengono studiati e valorizzati, nei quali i talenti diventano bene co-mune e fonte di speranza.
La salute è forse l’elemento condizionante che ci accompagna tutta la vita e con il quale dobbiamo co-stantemente fare i conti: stare male, avere una mal-formazione, soffrire, ci impedisce di godere di molti aspetti gradevoli della vita e ci porta a conoscere solo le strade della malattia, con i suoi luoghi depu-tati e i suoi operatori. Ci si ammala subito, ma anche dopo, e anche tardi, come vuole il destino: piccoli disturbi, gravi carenze, virus inarrestabili, maligni che non ci risparmiano. La scienza fa il possibile, ma il caso fa il resto.
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Tutti conoscono i disagi che un dolore fisico può causare, dal semplice mal di denti a meccanismi de-generativi fino a traumi inarrestabili. La malattia non lascia spazi per una crescita graduale, costringe a una continua riflessione sulla inutilità dell’esi-stenza e condiziona anche la vita di coloro cui dob-biamo rivolgerci per aiuto. Il mondo è invaso di ma-lati e di operatori della salute e pur se prevenire è un’arma, il caso come sempre è determinante.
I soldi sono il sangue della società, scorrono nei corridoi della vita seguendo le pendenze, arrivano in quantità quando le condizioni sono favorevoli o quando qualcuno riesce a manipolare le pendenze e non arrivano a chi è sfortunato, invalido, o sempli-cemente onesto.
I soldi determinano talvolta la salute, ma anche la bellezza, chi li ha è bello e chi non li ha è modesto, trascurabile.
Spinoza spiega che la mente è talmente distratta dalla ricerca della ricchezza, degli onori e dei piaceri che le riesce difficile dedicarsi ad altri beni ben più importanti.
Le donne belle si accoppiano in prevalenza con uomini ricchi e potenti, salvo che non siano già ric-che e possano scegliere a loro piacimento. Questo non è il nostro pensiero maschilista, ma cruda analisi della realtà.
Non è un caso che i figli di uomini brutti e ricchi con mamme belle sono di aspetto gradevole, più di
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quelli che hanno padri poveri e mamme bruttine, al punto tale che i quartieri più ricercati e di alto livello si popolano di una generazione esteticamente ap-prezzabile, mentre quelli di modesta ricchezza non raggiungono, salvo eccezioni, livelli sufficienti.
Le case seguono i soldi, le terrazze anche, i ne-gozi pure: quale ricco andrebbe in un quartiere de-gradato? Invece colui che è riuscito a emergere vuole stare dove stanno tutti coloro che hanno buone disponibilità, e vuole concedersi una compagna at-traente, un Suv, una filippina, e un figlio gradevole. Pertanto i quartieri “bene” si riempiono di donne at-traenti, di domestiche spesso straniere di auto di lusso e di ragazzi alla moda.
Così’ partendo dai soldi anche le città si modifi-cano, oltre ai caratteri, si creano sobborghi nei quali vivono solo i popolani, che solo a distanza di de-cenni vendono le loro case caratteristiche ai ricchi, i quali vanno a vivere nelle case dove vivevano i po-polani, le ristrutturano e trasformano il quartiere de-gradato in un luogo di lusso, ma con quell’aria casa-reccia che piace perché è calda, mentre i quartieri alti sono freddi, austeri, non trasmettono vita.
È la teoria dell’eterno ritorno: “tutte le cose eter-namente ritornano e noi con esse e noi già fummo mille volte e tutte le cose con Noi”.
Così si rivolgono gli animali a Zarathustra e così ci spiega Nietzsche (1844 – 1900), filologo e filo-sofo, in una delle sue teorie rivoluzionarie sul tempo

ciclico. Per lui la felicità non coincide con il benes-sere inteso come mancanza di sofferenza, ma di-pende dalla casualità degli eventi.
L’universo rinasce e muore a cicli temporali fis-sati rimanendo perennemente se stesso.
Tutto ciò non avviene senza spargimento di san-gue: i capovolgimenti sociali provocano traumi di difficile previsione di cui prendiamo conoscenza tramite i giornali e che ci sorprendono.
Cosa sta succedendo? E il caos che sta prendendo il sopravento, sono gli uomini-lupo di Hobbes che escono dalle pagine del filosofo per distruggere la società? Non lo sappiamo, e per ora registriamo che elementi quali la famiglia, le situazioni economiche e la salute sono i primi a condizionare il nostro ca-rattere, e non nello stesso modo per ognuno di noi.
Ma per dovere di scrittura noi dobbiamo ragio-nare come se quello che andiamo a esaminare va-lesse per gran parte delle persone, in una virtuale media sociale.
Parlando dei quartieri abbiamo fatto cenno a un dato fisico, e cioè che da una madre bella di solito nasce un bambino bello.
L’aspetto fisico è uno dei primi condizionamenti della nostra esistenza. Essere come si è, è un dato complesso, in quanto crescendo ognuno di noi rap-porta, guardandosi allo specchio, il proprio aspetto a una immagine che si è formata nella propria mente, non solo esaminando la realtà che lo circonda, ma anche tramite l’immaginazione e gli esempi che gli vengono sottoposti dal cinema, dalla televisione e dalle frequentazioni.
Questo continuo adeguamento, giorno dopo giorno, e i riscontri che ci fornisce la società che fre-quentiamo, portano a un giudizio iniziale che può poi essere in qualche misura modificato tramite truc-chi e adeguamenti di cui siamo i diretti autori.
Andiamo per ordine. Ci guardiamo allo specchio sempre nella medesima posizione, e sappiamo per certo alcune verità: siamo bassi, siamo tondi, ab-biamo gli occhi azzurri, siamo magri, siamo bambini belli, siamo bambini brutti.
All’inizio non cambia molto il come siamo, per-ché nessuno ci critica, ma al primo contatto con la società inizia il confronto. Abbiamo la prima delu-sione o le prime conferme, quello bello è un altro, non sei tu, quello bello sei tu, non sei né bello né brutto, sei normale.
La televisione, cattiva maestra come la definiva Popper, ti mostra modelli estetici, lei è bellissima, la sogni, ma lui è alto, atletico e sicuro di sé, tu sei basso, impacciato, perdi i capelli, mangi troppo, lei con te non parlerà mai.
Cominci a capire chi sei e allora iniziano gli ade-guamenti: palestra, devi essere forte, via il grasso, i capelli o lunghissimi o rasati, se non sei gradevole puoi essere strano, biondo ti notano di più, vestito da straccione puoi sembrare alla moda, e i tuoi genitori cercano di fermarti, di farti diventare una persona normale, ti picchiano, ti agevolano, ti dicono bugie, ti portano dal dermatologo per i brufoli e tu stai sem-pre male perché vorresti essere un altro, quello che piace.
Per le donne è anche peggio: se sono carine ven-gono tormentate fin da fanciulle, è una continua-zione di ragazzotti sfacciati che ci provano. Poi si aggiungono gli adulti aggressivi e libidinosi, poi le amiche invidiose, le professoresse invidiose, le mamme delle altre invidiose.
Se sono brutte è una delusione continua: dimagri-sco, taglio i capelli, il vestito mi gonfia, i tacchi mi fanno sembrare un pachiderma, non ho amici, l’unica amica si è fidanzata con uno terribile, sono una secchiona.
Il fisico è lì, non molla, ci segue sempre, ci pre-cede talvolta e dobbiamo ragionarci: se diventiamo importanti conta meno, se diventiamo ricchi, conta ancora meno, e allora possiamo prenderci delle belle rivincite.
Onassis non era certamente bello, eppure è riu-scito nell’impresa più difficile: sposarsi con la ve-dova del presidente Kennedy, una donna mito, irrag-giungibile, e ha dormito con lei.
Ma Aristotile era immensamente ricco, si era fatto da solo, era diventato un armatore famoso, pos-sedeva isole intere, era diventato, come diceva Marx (1818 – 1883), bello.

E se non riesco a diventare un uomo facoltoso, anzi rimango un poveraccio che arriva forse a fine mese, con un padre in ospedale e la mamma a ca-rico? Il mio fisico peggiora, è sempre lì a dirmi che nessuno ti guarda e non interessi, sei praticamente invisibile. E aleggia lo spettro della solitudine.
Inoltre, oggi le donne scelgono, non hanno re-more, come gli uomini se non peggio, e se sono au-tonome e benestanti, perché no, prediligono uno più giovane, che non le disturbi, ma che, chiamato a esi-birsi, dia il meglio di sé.
Non è più come una volta, le donne hanno sempre un piano B o C da attuare qualora servisse.
E poi chi ha stabilito che se un uomo non è at-traente debba accontentarsi di una donna non at-traente? Sono troppi gli esempi portati dalle televi-sioni, e oggi anche dalle piattaforme, di donne bel-lissime e sexy sfornati a qualunque ora del giorno: gambe, sederi, balli erotici si alternano per attrarre l’attenzione, e questi esempi non sono privi di con-seguenze. C’è una enorme dose di frustrazione negli uomini, che perdono facilmente il cervello e usano l’arma fornita dalla natura: la forza, che purtroppo non è sempre accompagnata dalla mente. Così l’aspetto fisico diventa un forte condizionamento che ci accompagna nella nostra evoluzione, ci sti-mola a fare, ci rende felici o infelici finché con lui non stipuliamo un patto.
Di questo parleremo più tardi.

L’aspetto, unito alla condizione economica e alla nascita ci rende caratterialmente incerti: possiamo diventare e restare timidi, assumere atteggiamenti strafottenti, relazionarci con gli altri in modo pas-sivo o attivo.
Certo, l’aspetto sentimentale dell’esistenza prima o poi agisce nei nostri confronti, ma può sopraggiun-gere in modo delicato o colpirci a fondo, può creare emozioni o delusioni, può rimanere nascosto nel no-stro subconscio e rivelarsi molto tardi, può essere un percorso normale o accidentato. L’amore ci condi-ziona perché ci fa prendere strade che da soli non percorreremmo e non sappiamo se quello che ci guida è un atto di suprema tenerezza, una scelta con-sapevole o una pulsione irrefrenabile che va oltre la nostra volontà, la imbriglia e la indirizza.
La pulsione sessuale, che intanto mettiamo nel cassetto che apriremo più tardi, ha a che fare con la nostra natura, come ha evidenziato Freud, e non suona la tromba quando arriva, ma si insinua nel cer-vello e nei gangli nervosi facendoci seguire l’armo-nia del benessere estremo, l’orgasmo.
Chi non ha provato lo stimolo irrefrenabile della passione? Non tutti lo hanno soddisfatto, ma molti ne sono stati vittime, e molti l’hanno vissuto con la lentezza esasperante della speranza.
Quasi tutti non sono arrivati alla sommità della soddisfazione, che è poi di fatto raggiungibile solo da pochi eletti, e si sono accontentati di una solu-zione decorosa e formalmente soddisfacente.
Di questo stiamo parlando, del condizionamento che dalla pulsione sessuale giunge al rapporto amo-roso o al rapporto semplicemente convenzionale. Nei paesi più moderni, insieme alla evoluzione dei costumi femminili e maschili, è diventato più evi-dente come la soddisfazione della pulsione sessuale sia un elemento primario nel rapporto, spesso il più importante, anche se di questo argomento non si parla con frequenza. L’autonomia personale finan-ziaria delle donne oggi si accompagna con una spe-cie di diritto-libertà di trovare soddisfazione ses-suale dove è probabile o dove è certo. Difficile co-munque evitare che prima o poi il destino non riservi una compagna o un compagno, coniugi o convi-venti, ma in fondo qualcuno con cui condividere la casa e forse avere figli.
Il condizionamento è tale che per alcuni aspetti il genere di compagno è imposto dall’ambiente, dalle frequentazioni, dallo stato sociale e raramente si ri-vela una sorpresa: questo avviene non solamente laddove esistono ancora le caste, ma anche dove vige un’atmosfera di apparente libertà, che però na-sconde tendenze e attrazioni, e dove sotterranea scorre una forma di cultura.
Cos’è la cultura? È quanto concorre alla forma-zione dell’individuo sul piano intellettuale e morale e all’acquisizione della consapevolezza del ruolo che gli compete nella società.
Per Giovanni Sartori (sociologo e politologo, 1924-2017) possiede due significati: nella sua acce-zione antropologica e sociologica ogni essere umano vive nella propria sfera culturale di credenze, concezioni e simbolizzazioni e pertanto ognuno a suo modo è uomo di cultura. Ma cultura è anche sa-pere, e pertanto la cultura è dei colti e non degli ignoranti, fermo restando che le materie sono infi-nite e pertanto ognuno può essere colto a proprio modo. Inoltre la cultura non è una medicina che gua-risce qualunque malattia, ma è un aspetto della per-sonalità che può convivere purtroppo anche con aspetti negativi del carattere.
Consapevolezza del ruolo, ecco la radice più pro-fonda della cultura, che se non è condivisa dalle per-sone che intendono unirsi in qualche modo, non con-sente relazioni stabili, ma al contrario crea frizioni di tali dimensioni da raggiungere il conflitto e la di-sperazione.
Essere consapevoli non è da tutti, non è semplice e non è naturale, ma al contrario nasce da un lavorio congiunto di istruzione, senso morale e conoscenza dei propri limiti, e queste componenti devono essere talmente paritetiche che se l’una prevale sull’altra la consapevolezza assume aspetti patologici, che si chiamano arroganza, presunzione, crudeltà, indiffe-renza, cinismo.
Un uomo colto non è semplicemente uno che ha studiato più degli altri, o che conosce in maniera ap-profondita una materia, ma un individuo che da quello che ha studiato ha tratto quegli elementi di convivenza e di solidarietà che gli permettono di svolgere bene il proprio ruolo nella società.


Il senso morale non è l’appiattimento su valori religiosi o su comandamenti sociali, ma il raggiun-gimento di quell’equilibrio personale che consente di resistere alle intemperie della vita e di dare un senso ai giorni che passano.
Moralità non significa non compiere peccati, che sono poi diversi secondo le epoche, ma riuscire a vi-vere i fenomeni della propria esistenza con rasse-gnazione e speranza, senza diventarne vittime.
In questo aiuta molto sapere qual è la nostra ca-pacità intellettuale e caratteriale, non proprio un ‘co-nosci te stesso ‘, e nemmeno ‘diventa ciò che sei ‘, di nicciana memoria, ma più semplicemente la sem-plice coscienza che di alcune cose non siamo capaci, e che pertanto è inutile provarci. Esasperare questo concetto vuol dire diventare timidi, insignificanti, non avere il coraggio di rischiare o di difendere il nostro agire o il nostro pensiero.
Pertanto la cultura è un condizionamento che se non appare immediatamente visibile, nel corso del tempo si manifesta sempre con maggior vigore fino a erodere il legame tra due persone o tra una comu-nità.
Oggi di aspetti culturali del rapporto se ne parla poco, invasi come siamo da chiacchiere vuote e da atteggiamenti superficiali: ma se anche andassimo a fondo di questa realtà meschina che la televisione ci propone di continuo, scopriremmo che la cultura è esattamente quello che manca ai personaggi più noti e che il loro agitarsi senza senso e senza costruzione, che poi si riversa anche sui figli, nasce dalla totale mancanza di conoscenza degli elementi principali della storia e della evoluzione.
Essere famosi per un effetto massmediologico è totalmente inutile, e se porta con sé soldi e comodità vuol dire semplicemente che la società è avariata e sofferente, e prima o poi collasserà.
Abbiamo parlato di soldi, e salvo casi eccezio-nali, per guadagnare occorre lavorare. Stiamo en-trando in uno di quegli aspetti che riguardano ognuno di noi e che ci condizionano per tutta la vita: prima di tutto abbiamo bisogno di mantenerci in vita, e siccome questo è possibile soltanto pagando quello che ci necessita, dobbiamo in qualche modo metterci in condizione di farlo.
Ovviamente da questo discorso sono esclusi quei pochi fortunati che non hanno bisogno di lavorare e che la vita ha fornito di mezzi abbondanti, ma di co-storo qualcosa abbiamo già detto e altro diremo.
Pertanto fin da piccoli ci insegnano che da grandi dovremo fare qualcosa, un lavoro, e da piccoli sce-gliamo gli esempi che abbiamo davanti: il pompiere, il pilota, l’aviatore, la ballerina, nessuno pensa a di-ventare professore di filosofia o assessore.
Poi studiamo, e le idee si confondono, a meno di non essere talmente predisposti, come Newton, da non avere esitazioni.
Il lavoro raramente è quello per il quale siamo predisposti, per due motivi: non sappiamo, perché nessuno ci ha agevolato, quale sia esattamente la no-stra predisposizione, che più facilmente viene alla luce nel corso del tempo, e di certo abbiamo bisogno di guadagnare in fretta, e pertanto accettiamo quello che ci viene offerto, anche se non è nelle nostre aspi-razioni.


Trascurare le nostre capacità e soggiacere ai bi-sogni della vita sono due condizionamenti rilevanti, che più o meno tutti abbiamo subito. Talvolta impa-riamo che alcuni dei grandi geni della storia non si sono fatti condizionare, ma hanno pagato in proprio la loro costanza nel voler fare quello per il quale si sentivano portati. Alcuni come Jean Piaget (1876 – 1980) grande studioso di molluschi, con uno studio costante è diventato uno dei migliori scienziati dell’infanzia e della progressione dell’intelligenza.
Grandi artisti, Van Gogh ne è un esempio fa-moso, hanno sofferto sempre, e grandi pensatori come Nietzsche non hanno mai saputo di essere di-ventati famosi, sono morti prima. Erano talenti su-periori, ma la vita ci insegna che questo non basta, ci vuole anche equilibrio, dialettica, fortuna.

Solo in pochi scelgono di affermare le proprie ca-pacità e di vivere, magari per qualche anno, nei di-sagi più assoluti, ma qualcuno riesce a superare quello che sembra un destino e a ribaltare la situa-zione, opponendosi ai condizionamenti. Anche ri-fiutare di vivere nella società come fanno i senza tetto è un modo di opporsi, di esercitare la noluntas descritta da Schopenhauer, per non agevolare la na-tura nella sua sistematica volontà di riproduzione.
Dice Massimo Recalcati in un articolo del 2012, quando ancora non era stato raggiunto dalle sirene televisive: “Marx aveva ragione a rifiutarsi di consi-derare il lavoro come un mero mezzo di sostenta-mento. Egli pensava che l’uomo trovasse nel lavoro la possibilità di dare un senso alla propria vita. Il ri-fiuto ideologico del lavoro come luogo di mortifica-zione della vita contrasta oggi in tutta evidenza con la disperata esigenza che vi sia e che si dia lavoro”.
Eppure, noi sappiamo che in certe epoche lavora-vano solamente i poveri perché i ricchi con terre e rendite non ci pensavano proprio. Altri tempi che però ci portano a riflettere sulla natura del lavoro, come mezzo per fare soldi, pochi o molti, ma neces-sari, e come mezzo per far parte di una società che si muove, elabora, costruisce, si ingegna per soprav-vivere.
Il lavoro comunque ci condiziona, perché ci ob-bliga a frequentare un ambiente, a limitare i nostri interessi, a conoscere persone che ci interessano, ma che anche non ci interessano, a mangiare fuori casa, talvolta a viaggiare, talvolta a stare fermi. Lavorare per la gran parte delle persone è l’unico modo che conoscono per guadagnare dei soldi, e più il tempo passa e più quel lavoro entra nella sfera esistenziale di ognuno per non abbandonarla più.


Diventiamo funzionari della società, ingranaggi talvolta essenziali, più spesso trascurabili e sostitui-bili di una gigantesca macchina che non si ferma mai. Ogni tanto qualcuno di noi compie un miracolo di bravura, rivoluziona gli elementi in campo, Steve Jobs con internet, Elon Musk con le auto elettriche, Jeff Bezos con Amazon, ma per quanti geni ci siano ci sono miliardi di camerieri, di operai, di manovali che non contano nulla se il metro di giudizio è la scala sociale.
Per noi che scriviamo, questi ultimi sono a loro modo eroici componenti dell’esistenza civile.
Infatti molto spesso lavorare vuol dire dipendere, e in questo modo entriamo nel mondo articolato e complesso delle dipendenze.
Cosa vuol dire dipendere? Vuol dire essere sotto-posto, sottostare, ubbidire, fare qualcosa che è de-cisa da qualcun’altro, adeguarsi, rispondere a qual-cuno.
Non è solo un fatto lavorativo, anche se il termine riporta a questo, ma nella vita dipendiamo da una tale varietà di fattori che è difficile elencarli: una malattia, una eredità, un incidente, un incontro, una
sventura, una guerra, qualcosa che assomiglia al de-stino.
Di solito siamo sottoposti a qualcosa o a qual-cuno, il che vuol dire adeguarsi e obbedire, per non essere scartati, abbandonati o licenziati.
Chi non dipende è catalogato tra i liberi profes-sionisti, che se è vero che non hanno un capo, è al-trettanto vero che devono adeguarsi comunque alle esigenze di qualcuno che ha bisogno dei loro servizi.
Dipendere o soddisfare valgono nell’ambito ter-ritoriale e politico nel quale viviamo, e sono condi-zionamenti talmente forti da rasentare un ordine.


Qualcuno, molto più in alto di noi, ci impone di comportarci in un certo modo, che è quello scelto per mantenere un ordine sociale e soddisfare la mag-gior parte dei cittadini o dei sudditi (se si opta per un regime dittatoriale.)
Ruolo fondamentale per l’ordine sociale o per orizzontare la nostra coscienza sono le religioni che unitamente e talvolta soprapponendosi alla politica, dettano regole morali alle quali conformarsi per non subire danni su questa terra o in cielo.
Più vicini alla vita pratica sono i governi.
Hobbes parlava del Leviatano, il mostro citato nella Bibbia di Giobbe, con cui i sudditi firmano un patto di sottomissione: uno Stato padrone e mo-struoso al quale si deve comunque obbedienza.
Non sempre lo Stato è mostruoso, ma in ogni caso, anche nei più fortunati, determina una forma di condizionamento che in fondo è il risultato della politica del paese.
In occidente si preferisce indicare con la parola liberale, nelle sue varie declinazioni, la modalità di intervento del governo nella vita dei cittadini, ma in altri paesi illiberali può essere prescritto anche il nu-mero di figli che si possono generare, il ruolo delle donne e il divieto di praticare omosessualità: la tec-nica ha obbligato i governanti a scelte esistenziali che incidono in modo profondo nelle esistenze dei singoli, prescrivendo divieti e sanzioni o dando il via libera a nuovi comportamenti. Se l’omosessualità è sanzionata pesantemente è ovvio che chi ha quella sensibilità debba viverla in latitanza.


Pertanto le leggi che sono il frutto della politica ci condizionano: se non posso superare la velocità massima di 135 k/h, ma ho comprato un’automobile che fa i 250, non c’è dubbio che io debba infrangere quella regola, sapendo che verrò sanzionato se sco-perto. Si chiama morale eteronoma quella che trae il suo significato da entità esterne, da regole dettate da entità superiori e che siamo pronti a violare se rite-niamo di non essere scoperti, come nel caso dei bambini fino a otto anni esaminato dal filosofo Pia-get (1896 – 1980)
Piaget dimostrò l’esistenza di una differenza qua-litativa tra le modalità di pensiero del bambino e quelle dell’adulto e che il concetto di intelligenza è strettamente legato alla capacità di adattamento
all’ambiente sociale e fisico. Successivamente la morale diviene autonoma, nel senso che le regole se-guono un impulso personale dettato da proprie ela-borazioni.
Quasi ovunque l’uso di droghe è vietato, con po-che eccezioni che riguardano il consumo di erba.


Pertanto chi ne fa uso è costretto a commettere più reati, e deve sperare di non essere individuato: consumare droghe non è prassi normale, e meno ne circola meglio è, in quanto il mercato clandestino serve soprattutto ad arricchire delinquenti e organiz-zazioni criminali.
Ma per noi che esaminiamo in questo testo non le legislazioni né la morale, ma i fatti, l’esistente, conta solo individuare quegli elementi che interven-gono nel nostro vivere quotidiano e lo forzano in una direzione piuttosto che in un’altra. Le droghe, a par-tire dalle sigarette, non v’è alcun dubbio che condi-zionino la nostra esistenza.
Se le droghe ci condizionano, e non è obbligato-rio assumerle, ma capita che qualcuno ci insegni a farlo, molto meno dipendenti dalla nostra volontà, ma ugualmente parte della nostra esistenza sono gli errori.
Tutti noi sbagliamo talvolta, e l’errore può essere tollerabile, grave, gravissimo, ci può rovinare. Se con la mia automobile, quella che indicavamo sopra che fa i 250, investo un ciclista che stava tranquilla-mente passeggiando, mentre io cercavo di leggere un messaggio sul telefonino, e costui muore, io ho commesso un errore gravissimo che mi condizio-nerà la vita per sempre, mentre il ciclista avrà esau-rito i giorni a sua disposizione.
Posso sbagliare un rigore, se sono un calciatore, posso sbagliare ruolo se sono un attore, posso sba-gliare i conti se sono un bancario, posso sbagliare moglie, partner, residenza, automobile, siamo sem-pre capaci di sbagliare, ma questo fa parte della alea-torietà delle nostre azioni, che purtroppo non sono sempre equilibrate, ragionate, consequenziali e for-tunate.
Se sbagliamo quanto meno perdiamo tempo, siamo costretti a tornare indietro, a scusarci, a ripe-tere, talvolta il danno è più grave e non siamo in grado di rimediare subito, ci vuole tempo.
Talvolta poi il danno è irrimediabile, si può sola-mente metterci rimedio con i soldi e la vita diventa tutto un rimedio e tutta soldi: la nostra esistenza prende una strada non prevista, non la più diretta, ma la più tortuosa e talvolta ci perdiamo.
Non sempre sbagliamo per colpa nostra, qualche volta siamo vittime di un tradimento, vale a dire che il nostro comportamento non è dettato dalla nostra libera volontà, ma da un raggiro perpetrato ai nostri danni da qualcuno, un truffatore, talvolta anche da un amico. Siamo portati su una strada che non avremmo dovuto percorrere e che finisce in un bur-rone.


E nel burrone ci possiamo cascare anche perché per un attimo perdiamo la cognizione di quello che sarebbe giusto fare, telefoniamo invece di guidare, ci sfianchiamo giocando a pallone invece di leggere un libro, nuotiamo al largo con il mare mosso, sfi-diamo la neve e i ghiacci, causiamo in definitiva un incidente che può coinvolgere solo noi o tanti altri.
L’incidente ci può modificare il corso della vita e costituisce un elemento di quella entità indefinita, inesplorabile, non imputabile che è il caso e che il filosofo Spinoza dichiara non esistere. Sono tal-mente tanti gli avvenimenti che contemporanea-mente muovono il mondo che può capitare che un cornicione caschi sulla nostra testa nel preciso mo-mento nel quale passiamo, o il fumo di un materasso bruciato nella stanza accanto ci soffochi, o una sla-vina ci porti via. Può anche capitare di vincere alla lotteria o di ricevere una eredità inaspettata o di in-ventare qualcosa di sorprendente. Tutti questi avve-nimenti per Spinoza sono conseguenze di percorsi precisi, individuabili anche se con difficoltà, e non frutto del caos irrazionale.
Il caso, noi comunque continuiamo a chiamarlo così, ed è spiacevole dirlo, è uno di quegli elementi di cui bisogna tenere conto perché sono sempre pronti a condizionare le nostre giornate, se non la vita stessa.
I nostri giorni, qualunque strada siamo costretti a percorrere, sono comunque modellati dall’inevita-bile passare del tempo, dalla nostra età.
Il tempo è un tiranno di rara sensibilità, prima ci porta in giro con il guinzaglio lungo, e pensiamo che ci sia permesso tutto, poi comincia a tirare, e ci ac-corgiamo che non siamo più gli stessi di prima, ov-vero sì, siamo come prima, ma meno elastici, poi siamo come prima, qualcosa ci infastidisce finché non siamo più come prima, ora siamo altro, siamo un altro, quello che vedevamo arrancare per strada a passetti corti e lenti, quello che nessuno guarda, quello che sta male e non serve più.


In definitiva la nostra esistenza giornaliera, il no-stro carattere, l’essenza del nostro modo di affron-tare la vita è condizionata dagli elementi che ab-biamo descritto: la famiglia nella quale nasciamo e le sue condizioni economiche, il nostro aspetto este-riore, la salute, la nostra cultura, le necessità lavora-tive, i sentimenti, le dipendenze, la religione e la po-litica, le leggi e i vizi, gli errori, l’avanzare del tempo, i rapporti con gli altri, gli incidenti, il caso, e l’elencazione potrebbe proseguire.
Verrebbe istintivo pensare che affrontare tutti questi elementi condizionanti sia estremamente dif-ficile e che pertanto la nostra vita sia un continuo sballottamento tra un problema e un altro senza un attimo di pausa: in effetti per molti di noi questa è la realtà, e alcuni condizionamenti sono talmente forti da rendere praticamente inutili gli altri. Schopen-hauer sosteneva che ognuno scambia i limiti del pro-prio campo di visione per i limiti del mondo, con-cetto che si applica perfettamente ai femminicidi, e già Empedocle nel quinto secolo a.c. diceva che ognuno crede solo alla propria esperienza, seguito a distanza di molti secoli da Locke che ribadiva che nessuna conoscenza umana può trascendere l’espe-rienza individuale.
L’esistenza è di per sé un tale dono che vale co-munque la pena di lottare di renderla più significa-tiva possibile, anche se dobbiamo procedere con il coltello tra i denti.


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