CARO GIAMPAOLO,

volete o vogliamo essere incisivi e concreti e non limitarci a un salotto culturale magari ricco di spunti per un esercizio mentale ormai obsoleto, ovvero il pensare, ma che resterebbe un patrimonio di pochi, interessante, stimolante, ma di pochi? Non inciderebbe infatti con la necessaria urgenza su una coscienza collettiva drogata, ovvero su una massa amebica di individui talmente soli da essere diventati branco.

Mi scuso quindi se intervengo con una nota prevalentemente pessimistica ma non credo molto in una possibile forza politica emergente che porti nuovi – o meglio non tanto nuovi quanto ovvi – valori, anzi che porti dei valori di rinnovo o ripristino di una normalità civile. Perlomeno non lo credo se si ha la pretesa di partire dall’alto e dalla discussione incentrata sulla politica internazionale e nazionale e sui personaggi che le rappresentano.

Ciò che scrivi, infatti, è interessante ma potrebbe essere concreto – a mio parere – anche con obbiettivi politici se i messaggi, le proposte, i saggi che portiamo avanti partissero dal quotidiano, dai piccoli ma sul serio grandi problemi, non da proposte politiche di fondo: per intenderci messaggi più legati a quanto mi dicesti alla partenza della tua iniziativa, ovvero alla funzione, anzi alla possibilità di crescita, delle liste civiche.

Il quotidiano – ma il quotidiano dei singoli e di più singoli possibile – è la chiave di volta per ottenere, forse, un cambiamento anche etico e culturale, per affrontare i singoli individui e più singoli individui possibile anche con temi generali e globali di coscienza civica e, perché no, di coscienza umana.

E il quotidiano parte dalle basi, ovvero le comunità produttive e le istituzioni locali, dove il contatto tra, perlappunto, le istituzioni e chi produce, chi consuma, chi riesce forse solo a sopravvivere è diretto, si tocca con mano, giorno dopo giorno.

Quel quotidiano fatto di comportamenti individuali che incidono sul portafoglio, sulla salute, sull’educazione, sul rispetto all’interno di ogni piccola o grande comunità, dalla famiglia al posto di lavoro, ma soprattutto che porta, come obbiettivo, a una parola magica: la consapevolezza, di conseguenza a un’altra parola magica, la scelta.

E la scelta, se diventa un’abitudine, è una catena che parte da quale pane e salame comprare per allargarsi a cosa guardare in tv, a che età concedere lo smartphone ai figli, a come esercitare i doveri e i diritti di compagni e/o genitori… fino a come votare per le istituzioni e, cosa ancora più importante, per chi guida l’associazione di categoria a cui si appartiene.

E oggi nel voto si possono avere gli strumenti per scegliere solo nelle istituzioni locali, a cominciare dalle più piccole, ma sarebbe già – ora lo è solo in piccola parte – un punto di partenza.

E non a caso ho citato le categorie, politicamente e concretamente inesistenti perché non rappresentative della base ma gestite da giochi di potere e non votate con un minimo di, perlappunto, consapevolezza da parte degli interessati, così, coldiretti in primis, lavorano soIo per gli stipendi dei funzionari e gli iscritti sono vacche da mungere. Nei tempi d’oro della nostra storia invece le corporazioni (ben altra cosa rispetto al corporativismo fascista) erano alla base della vita civile. E oggi sarebbero utilissimi un nuovo protagonismo e soprattutto un’unitarietà organizzativa delle categorie anche per la latitanza, come già accennato, di quella che per secoli è stata la forza rivoluzionaria più efficiente, il mondo studentesco.

I sindacati invece hanno letteralmente sbracato passando da un estremo all’altro, da anni di strapotere distruttivo perché ideologico, con gli interessi concreti dei lavoratori in secondo piano, allo sbando di oggi ovvero ascoltati solo nel vuoto politico giusto per farlo credere ai telespettatori, ma di fatto ignorati o addirittura sfruttati dalle grandi aziende.

Voto a parte, tuttavia, la scelta del singolo sommata alla scelta di altri singoli nei comportamenti quotidiani può arrivare a condizionare anche le scelte dell’oligarchia dominante e opprimente che sta portando all’estinzione dell’Homo sapiens (o più esattamente sedicente sapiens).

Non c’è bisogno che i “consapevoli”, coloro che scelgono uscendo dal branco, siano la maggioranza, neppure che la percentuale sia elevatissima, basta siano sufficienti a ridurre i margini delle multinazionali e dell’industria becera (non tutta ovviamente lo è) per mandare il sistema finanziario in crisi, per ridimensionare la GDO, per togliere appetibilità agli spot tv degradanti, per ridare al contrario forza all’agricoltura estensiva, all’artigianato, alla media e piccola industria produttiva, ai contatti umani. Certo, una soluzione drastica ma utopica sarebbe che i soldi vengano tenuti il più possibile sotto il materasso e affidati alle banche solo il tempo necessario per incassare i crediti e pagare i debiti: vorrebbe dire togliere alla finanza il pane di bocca. E, ovviamente, investire in “cose”, non in scartoffie.

Quindi la strada da percorrere è aumentare chi sceglie, chi riesce a uscire dal branco, ma concentrandosi in quei campi in cui c’è speranza di riuscirci. 

E qui sta l’unica nota positiva in un momento storico in cui le note negative, addirittura drammatiche, tendono ad annullare ogni speranza: una rinata sensibilità per l’ambiente e la naturalità. Valori trasversali, quindi, pur se la sedicente “sinistra” ha sempre cercato di impadronirsene spaparanzandone una falsa paternità ed esclusività, fatto gravissimo perché, qualificando valori perlappunto trasversali come valori di sinistra, se ne sono allontanati molti, troppi, cosiddetti bempensanti definibili, in base alla solita ridicola terminologia, di “centro” o di “destra”.

Oggi, per fortuna, non è più così, c’è sempre di più una sensibilità ambientale e umanistica cosciente e aliena da ideologie politiche convenzionali.

Certo, questa sensibilità è stata provocata – utilizzando i media e focalizzando sul solito percorso, le paure – anche dagli stessi oligarchi perché probabilmente vi trovano nuove vie per soddisfare la loro avidità, ma sono convinto che hanno fatto molto male i calcoli e, forse, si sono dati la zappa sui piedi.

E grazie anche – non solo  – a Greta: chi la disprezza definendo coloro che la seguono “gretini” ma alludendo a cretini, sbaglia di grosso: nessuno può negare che – seppure forse non ne siano l’origine – ci siano ora dietro forze economicamente interessate, ma nessuno può negare che ha svegliato molte (ancora troppo poche) coscienze che avevano bisogno di essere svegliate ovvero quel mondo studentesco che è stato il motore storico di innovazione e cambiamenti e che oggi è amebico per ovvi motivi (social, consumismo, impoverimento culturale – voluto – di scuola e università, di fatto drammatica solitudine sociale…).

Cerco di spiegarmi pur se costretto a prenderla alla lontana e a cominciare con crudezza e realismo dalle negatività che purtroppo comprendono il de profundis del pensiero liberale alla cui diffusione in un lontano passato ho dedicato una fetta di vita per vederlo poi vantato e rappresentato – solo a parole chiaramente – da personaggi che, per ignoranza o convenienza, non ne hanno mai né studiato i fondamenti storici e culturali né compreso il fondamentale valore etico di progetto politico fondato su una libertà legata al dovere e alla responsabilità prima che a qualsivoglia diritto.

Oggi ha senso, ovvero una minima possibilità di costruire una forza capace di emergere, il tentativo di  ripristino di una politica legata al pensiero sociale, ovvero a visioni culturali della società liberali o socialiste o, passando alla visione di un Gobetti, a quello che Enzo Bettiza definì lib-lab? Questi valori sono ormai utopia: sono espressioni teoriche e superate dal nulla, ovvero da oligarchie criminali. Innanzitutto quelle di un Occidente in cui una sorta di spectre finanziaria avida e irresponsabile nella sua mancanza di lungimiranza si impone ai governi nel nome della cosiddetta real politic portatrice di morti e sofferenze con una disarmante continuità storica. Poi, in parziale contrapposizione e diffusa confusione, l’oligarchia di potenze emergenti più o meno totalitarie e di satrapi che ne hanno scimmiottato avidità e metodi usando i loro popoli inermi come materie prime insieme al petrolio o a quant’altro gli oligarchi della finanza vogliono per plagiare un popolo portato a un consumismo masochistico che lo trasforma in una massa di formiche operaie. 

Pertanto per ora non è possibile, purtroppo, una nuova “forza” politica nazionale, tantomeno europea, che abbia il carattere fondamentale dell’indipendenza.

Servirebbe forse un uomo, un Messia per dirla affidandosi a un termine d’origine religiosa, un Veltro dantesco passando alla letteratura, capace di accalappiare le coscienze vincendo sulle paure che da sempre condizionano l’uomo?

A parte il banale fatto che l’appiattimento culturale e la decadenza morale non ne facilitano certo il sorgere, la storia non ci porta certo all’ottimismo: neppure un Gesù Cristo, un Federico II, un Gandhi, “uomini al di sopra degli uomini” che, dopo risultati straordinari ma effimeri, sono stati comunque sopraffatti (che ne è stato del Cristianesimo? Crociate, inquisizioni, genocidi crudeli quasi sempre nel nome di Dio). Le tre religioni rivelate, del resto, hanno nella Bibbia l’origine culturale e “ufficiale” e cos’è la Bibbia, la storia del popolo di Dio, ovvero Dio nella Bibbia ha un popolo da proteggere persino con la guerra contro altri popoli: come stupirsi a questo punto dei genocidi nelle Americhe, in Africa, più recentemente degli Armeni, dei Curdi e ovviamente degli Ebrei non solo da parte del nazismo? Come stupirsi delle crociate e oggi della Jihad? C’è una tara originale.

O, per scimmiottare il linguaggio biblico, un peccato originale.

Di fatto parlare di democrazia è esprimersi su un concetto inesistente, è stata ovunque sostituita da un’oligarchia che, se è sempre esistita più o meno in ombra, ora è diventata fagocitante. E altrettanto di fatto non esistono né il liberalismo, sulla bocca di tutti ma travisato perché nessuno, a cominciare da chi se ne vanta o se ne è vantato portatore, ricorda che la libertà intesa dal pensiero liberale implica il concetto di responsabilità, il diritto quello del dovere. Ciò è palese anche nella criminalizzazione, nell’immaginario collettivo, del liberismo, che non è più liberismo, e del capitalismo che è anch’esso travisato: una falsa concorrenza impedisce il primo e il capitalismo è diventato abuso e furto per la mancanza di regole che condizionino al rispetto delle responsabilità il diritto a un plus valore. Ovvero il capitalismo sarebbe lecito e persino virtuoso finché agisce come strumento economico produttivo non come speculazione finanziaria.

Tu hai iniziato la tua lettera con definizioni della destra al governo, a cominciare proprio dall’obsoleta definizione di “destra”, che trovo semplicistiche e persino gratificanti per quegli omuncoli e donnuncole che lo compongono e per le forze politiche che rappresentano (Meloni a parte che, perlomeno, ha le palle).

Non li voterei mai ma per la loro pochezza e la confusione ideologica e progettuale non perché fascisti o sovranisti o quant’atro. Così come non voterei mai degli zombies, ovvero il PD, oltretutto affetto da altrettanta confusione, o l’accozzaglia informe dei 5stelle o una talpa delle banche come Renzi… E non posso neppure contare sui Verdi, che in Italia si sono appiccicati al PD usando oltretutto l’altro termine obsoleto: “sinistra”.

Vediamo perché, una per una, trovo semplicistiche certe definizioni dell’attuale governo sulla bocca di tutti e, scusami, anche sulla tua lettera.

Piantiamola con il termine “fascista” dove manca sia nella teoria sia nella pratica il carattere che più di ogni altro qualifica il fascismo, ovvero il totalitarismo. E lo stesso discorso vale per il termine “comunista”. In altri lidi si può seriamente parlare di fascismo o comunismo non in Italia.

Qualche criminale idiota non può far ipotizzare rinascite fasciste o comuniste, sono solo criminali mistificatori utili a chi gestisce i media come specchietti per le allodole.

Purtroppo nell’immaginario collettivo la cosiddetta (ridicolmente) destra è pure criminalizzata perché ritenuta non progressista in quanto disprezza certi dogmi deficienti del political correct, altro dramma del nuovo millennio utilizzato per distrarre le coscienze.

Un legittimo femminismo diventa risibile “political correct” quando sfocia nelle assurde quote rosa (manca una donna per raggiungere la quota e se ne inventa un’altra anche se palesemente deficiente?
Ce n’è una di troppo e allora si privilegia un uomo deficiente? Ovviamente ammesso e non concesso che anche gli altri candidati non siano deficienti). Fossi una donna vorrei essere eletta perché capace non vorrei avere il dubbio di esserlo stata eletta per obbligo.
Diventa “political correct” quando un tizio che uccide una donna, comunque per motivazioni strettamente personali o persino religiose non di certo politiche, viene definito “femminicida” anziché semplicemente assassino. Diventa “political correct”, sempre ridicolo, quando una donna che dichiara di sentirsi gratificata come mamma e casalinga viene messa alla gogna o semplicemente compatita nei buffoneschi e maleducati talk show televisivi. Diventa ridicolo “political correct” quando non si tiene conto che fisicamente una donna non può fare (mediamente) alcuni sforzi e quindi attività da sempre affidate agli uomini. E viceversa.

Con questo modo di ragionare si dovrebbero fare le Olimpiadi con maschi e femmine che gareggiano insieme.

Il vero femminismo sarebbe garantire la parità di accesso al lavoro attraverso la concretezza, per esempio con l’obbligo alle grandi aziende di un asilo nido interno e il potenziamento degli asili nidi pubblici. Non ci sono i soldi? Forse ci sarebbero se non si facessero – ovviamente a fini elettorali – certe ridicole piste ciclabili in posizioni dove solo un ciclista suicida le percorrerebbe. 

Una vera difesa della donna non può passare attraverso un cambio di definizione di quello che resta il reato di omicidio, magari con le opportune aggravanti ma attraverso regole e provvedimenti diversi per i processi contro lo stupro (più rispettosi della dignità della vittima) e lo stalking a cominciare da condanne effettivamente scontate e portate a termine.

Proseguendo con il political correct possiamo citare la mancanza di rispetto per la dignità del lavoro e della persona: uno spazzino dovrebbe offendersi se hanno imposto il nome di operatore ecologico, per esempio,  un uomo di colore se viene considerato offensivo il termine negro, un disabile se viene ritenuto offensivo il termine handicappato. E che dire di una proposta di legge che criminalizza chi usa queste parole o il termine finocchio? Si combatte così l’omofobia? E ha senso in un momento storico in cui i gay si dichiarano tali alla luce del sole e occupano ruoli di rilievo, peraltro spesso meritati, nella società?

Invece arriviamo a limiti così assurdi di “political correct” che ormai negli spot quasi prevalgono attori di colore e coppie omosessuali come rappresentassero la maggioranza del pubblico. Nessun fastidio per questo, intendiamoci, sono persone come le altre con gli stessi problemi delle altre, ma è allarmante che chi comunica debba sentirsi in obbligo di dar loro spazio.

E il political correct che rifiuta ciò che insegnano la storia e i nudi fatti dell’attualità? Perché negare – comportandosi di conseguenza in modo molto meno efficiente – che ancora in gran parte i Rom considerano normale rubare e troppi musulmani stuprare? 

Perché poi non controllare in modo specifico e con i giusti provvedimenti quegli immigrati con il cellulare e abiti costosi?

Possono essere poveri profughi o disperati alla ricerca di lavoro o forse sono qualcos’altro?

Poi parli di populismo: cosa c’è di più sano ed etico del populismo? Ben venga il populismo che sovrappone gli interessi del popolo alle alchimie della politica e della finanza (perché questo solo è diventata l’economia), ma cosa diversa sono l’ignoranza e il pressapochismo, ovvero ciò che ha dimostrato di essere il 5stelle. Non direi la Lega il cui cosiddetto populismo si traduce in furbizia e opportunismo, a parte Zaia, forse un unicum nel senso di concretezza e persino onestà (dal punto di vista personale, ma con molta “tolleranza” su staff e grandi elettori).

Secessionismo? Dai, non puoi non pensare che sia poco più di una barzelletta: non ci riescono neppure Scozia e Catalogna che ne avrebbero tutte le ragioni storiche e culturali.

E finiamo con sovranista: balle, solo parole e teoria, magari ci fosse un maggior sovranismo di fronte a un’Europa che ci ha massacrato e umiliato con il rialzo degli interessi.

Invece la Meloni si è limitata al brontolio.

Il rialzo degli interessi può darsi che serva, in caso di inflazione, al sostegno della speculazione finanziaria in una logica di economia più alchemica che concreta, ma giocoforza, perché 2+2 farà sempre 4, porta un rialzo a catena dei prezzi al consumo a danno della gente non di chi specula ed è mortale per gli Italiani, il popolo in Europa più proprietario di case e quindi più oberato di mutui a tasso variabile.

Ecco quello che penso, quindi: per ritrovare – o forse sarebbe più corretto trovare – un popolo con coscienza civica e rispetto umano l’aspetto culturale è fondamentale solo per costruire una classe dirigente onesta e consapevole, ma perché quest’ultima venga ascoltata (cosa indispensabile in quella teoria imperfetta che è la democrazia) bisogna colpire nel segno, ovvero parlare con il linguaggio del quotidiano, non con gli specchietti per le allodole di cui il political correct è infarcito o dirottando gli ascolti eccitando la morbosità.

Ma soprattutto occorre che questa classe dirigente occupi i posti che potrebbero essere sul serio concreti, ovvero quelli che consentono di partire dal basso facendo squadra.

Tu lo fai nel mondo dell’olivo e dell’olio, usa il tuo impegno specifico come esempio.

Se hai resistito fino in fondo, complimenti.

Guido


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