CADE IL PATTO RENZI-CALENDA

Cade il patto Renzi-Calendanon l’esigenza da cui è nato: unire l’area riformatrice, tema centrale della democrazia in Italia per la democrazia in Europa

Una diecina di anni fa Biagio Antonacci cantava “Non vivo più senza te”. Manco un anno fa Renzi lo diceva a Calenda e Calenda lo ripeteva a Renzi. Poi, come profeticamente continuava a cantare Antonacci, “Succedono, le cose poi succedono”. Ora le cose sono successe, con il clamore che ancora non si spegne e gli stracci che volano. E già c’è qualcuno che si chiede se vale anche per loro il verso successivo della stessa canzone “Il mondo è un buco piccolo, ci si ritroverà”. Presto, troppo presto. Il legame che resta è flebile, sostanzialmente di interesse molto pratico anche se molto convincente: i 14 milioni (sembra) che si perderebbero se si scindessero i gruppi parlamentari oggi uniti. Ma è quella strada che non porta da nessuna parte.

La vicenda si presta infatti a qualche riflessione di fondo, certo prevalentemente per chi, ma non solo per chi, aveva intravisto (nel buio solo intravedere è comunque luce, seppure flebile) l’inizio di un percorso verso quel partito riformista, o meglio riformatore, che in un “Paese a riforme bloccate” sarebbe da gran tempo, più che utile, indispensabile.
Si sono chiamati Terzo polo, in modo precipitoso, un percorso minato ab origine da mancanza di chiarezza e di coraggio e soprattutto da un protagonismo bipolare, eppure tutto sommato la scommessa meritava attenzione. I riformisti che finalmente si uniscono, una oggettiva novità in un deprimente panorama, quasi una chicca.

Una imperdonabile ingenuità? Io non credo che la questione possa essere liquidata con la troppo facile constatazione che tra due personaggi pieni di sé come Renzi e Calenda ogni convivenza è impossibile e che il tentativo di mettere insieme le due esperienze più prima che poi sarebbe inevitabilmente saltato con fragore.
Questa sarebbe una spiegazione che più che con la politica ha a che fare con la psicologia. Qualcuno infatti ha invocato l’intervento illuminante di Massimo Recalcati. Ma si tratta di boutade, e ci stà.

Come ci sta la tesi di Bersani che il fallimento dell’operazione era inevitabile perché non s’è mai visto un centro da cui far partire le indicazioni per di qua o di là a seconda delle convenienze, purché si ragioni – e per Bersani evidentemente è un’ovvietà – con le classiche coordinate della geografia politica, o meglio, della politica geografica: destra, sinistra, centro. Con il che di fatto blocchiamo la storia, mentre la storia non si blocca perché è prodotto troppo intensamente ed irrimediabilmente umano.

La questione va messa dunque su un piano del tutto diverso. Diverso anche da fattori contingenti, che pure avranno avuto di sicuro un qualche peso nell’accelerazione del fallimento: l’elezione di Elly Schlein a segretaria del pd che sposta a sinistra l’asse politico del partito; il ricovero di Berlusconi, che ha fatto capire come la debolezza strutturale di FI potrebbe essere in procinto di esplodere; la decisione di Renzi di assumere la direzione de “Il Riformista”, forse di tutti quello più importante. Situazioni che a giudizio di alcuni avrebbero trovato impreparati Renzi e Calenda a fare da attrattori perché in disaccordo su tempi e modalità del partito unico, ma in verità situazioni rimediabili se le fondamenta del disegno di fusione in partito unico fossero state solide.

Le fondamenta però non erano solide. Il punto a mio parere sta proprio qui. E non lo erano per la debolezza dell’idea di fusione non solo e non tanto di due partiti quanto di due partiti leaderistici. In verità la storia dei partiti politici italiani dimostra che le fusioni sono piene di incognite e non danno grandi risultati.
Basti ricordare il rapido fallimento dell’Unificazione socialista del 1966-69 (PSI e PSDI unificati nel PSU) e la tormentata e sostanzialmente fallimentare unificazione di DS e Margherita nel PD nel 2007. A sinistra, com’è noto è più facile la scissione che l’unificazione. Ma la vera questione che si è palesata in questo caso con forza dirompente è quella del leaderismo.

Nel caso di IV e Azione, più che una maledizione della storia o l’impossibilità dell’impresa dato il carattere di Renzi e Calenda o l’inconsistenza dell’idea del centro, conta appunto il fatto che si tratta di partiti nati e vissuti come partiti del leader, con quell’ossessione del consenso immediato e la politica spettacolo come fede e come dato che da Berlusconi in qua è diventata la droga con cui quotidianamente e felicemente drogarsi. Niente progetto e di fatto anche niente confronto di opinioni, visto che ciò che è vero stamane diventa falso stasera e che per comunicare anche le posizioni e le decisioni più impegnative basta un tweet.

Cosicché il fallimento del progetto di fondere i due partiti in un partito unico non indica la scomparsa dell’esigenza di trasformare in soggetto politico la vasta e variegata area dei riformisti italiani e di riconciliare con la democrazia attiva l’altrettanto vasto e variegato mondo dell’astensionismo, ma semmai il fallimento dell’illusione di poterlo fare ancora una volta come operazione verticistica, fusione a freddo garantita dalla volontà dei leader. Fallisce il modo, ma non ne deriva l’inconsistenza dell’obiettivo. Semmai bisogna cambiare strategia.

In verità il leaderismo fallisce per la sua inadeguatezza alle richieste della storia. A me pare assodato che con il Novecento il pensiero dell’Occidente, se così si può dire, sia approdato all’idea che l’incertezza ne rappresenti l’approdo su cui regolare ogni orientamento. Di conseguenza, se ovviamente è antistorico non tener conto o addirittura contrastare il pluralismo, è anche controproducente tentare di risolvere politicamente le difficoltà della frammentazione sociale e culturale con la classica reductio ad unum. La crisi delle democrazie non sono le differenze, e in fondo nemmeno le frammentazioni, ma l’incapacità delle classi dirigenti di utilizzarle per migliorare la qualità delle decisioni. Una miriade di studi e ora anche parecchie esperienze lo confermano.

Dunque, paradossalmente ma manco tanto, il fallimento (almeno per quanto detto e visto finora) dell’esperimento terzopolista nella formula dell’accordo di vertice Renzi-Calenda chiarisce quale è la “via all’in sù” per la nascita di un soggetto autenticamente riformatore e postula per converso la ricerca della “via all’in giù”. Può essere il civismo organizzato in soggetto politico, nello stesso tempo locale e nazionale, che si può far carico della risposta? Io penso che la risposta può essere positiva perché è contenuta nella stessa natura del civismo.

Il civismo infatti salva le differenze locali legandole in una visione generale e in un progetto. Ed è naturalmente federalista, al suo stesso interno e nella ricerca di convergenze con altri soggetti con cui condividere ispirazione ideale e obiettivi pratici a favore dei cittadini con riferimento a bisogni di comunità sia strette che larghe. Non è solo una teorizzazione, ma l’esperienza che in concreto già stiamo vivendo con i patti federativi locali, i blocchi federativi dinamici già costituiti sia a Nord che a Sud e quello del Centro prossimo a nascere, fino alla Federazione Nazionale verso cui è avviato da tempo questo processo.

Il processo può funzionare perché il federalismo è fondato su una cessione parziale del potere di ciascuno per acquistarne uno d’insieme maggiore. Niente leaderismo, niente schiacciamento delle differenze, niente partito unico. Al contrario, pluralismo organizzato, trasparenza delle decisioni, efficienza della democrazia informata e responsabile. Come dice un mio amico, uno spazio politico vasto e ricco di esperienze sul campo, centrale ma non centrista, fatto di competenza e visione, antiideologico ma con ideali forti radicati nel pensiero democratico occidentale, moderno e radicalmente riformatore. Il sogno potrebbe anche diventare realtà.

Se non altro vale la pena provarci, certo per l’Italia, ma anche per l’Europa (e le due questioni sono strettamente legate), che se talvolta ci piace poco perché oggi crede ancora troppo poco in se stessa come soggetto protagonista del mondo multipolare, ci piacerà ancora meno qualora alle prossime elezioni del 2024 prevalessero i populisti nemici della società aperta e i cultori, palesi e occulti, del sempre vivo e vegeto nazionalismo.


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