BROS DI ROMEO CASTELLUCCI – POST SCRIPTUM

Caro lettore,

mi vorrei soffermare nuovamente sulla pièce di Romeo Castellucci BROS (Brothers) di cui ho già parlato nel precedente articolo. Sento la necessità di parlarne ancora per mettere in risalto alcuni suoi aspetti che mi hanno particolarmente colpita tralasciando un po’ le sue opere precedenti che ho già trattato e che, forse, mi hanno allontanata dal fare un esame più profondo del più recente lavoro. E’ anche vero che le opere di Castellucci richiedono tempo per essere assimilate e, man mano che si procede, catturano il nostro pensiero finché non ne captiamo tutta l’essenza.

La scena di Bros si apre con l’apparizione di Geremia, vecchio ancestrale con un bastone tra le mani, simbolo di fede e di speranza, che evocava il vincastro (salmo 23). Questi si rivolge al Signore in lingua rumena, assolutamente incomprensibile, in modo piuttosto minaccioso sia con le parole, sia con gli atteggiamenti. La traduzione di quel discorso viene data all’entrata in teatro perché potessimo comprenderlo del tutto; ciò era importante in quanto l’autore subito, fin dall’inizio, ci dà la chiave di lettura della messa in scena. Infatti, il tutto si può compendiare nella prima fase che apre il discorso di Geremia: “Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca e il Signore mi disse: ecco, metto le mie parole sulla tua bocca”.

La pièce va avanti, le musiche diventano quasi sacrali, il teatro squarcia il suo velo e compare un gruppo di personaggi che indossano una divisa da poliziotto ventuno per la precisione, i quali recitano la loro parte seguendo ordini impartiti attraverso un auricolare. Essi non sanno nulla, tutto è in fieri sotto gli occhi di un pubblico sempre più desideroso di dare un senso a ciò che sta accadendo. Ma cosa accade?

Le loro azioni rimandano a situazioni ancestrali, a sacrifici umani; immagini gigantesche ora di personaggi celebri ora di donna si alternano in un gioco di indizi sempre più pressante. La violenza è costantemente presente, uomini obbedienti soggiogati dai continui ordini compiono atti disumani come automi, si genuflettono al cospetto di un fantoccio, simbolo di un’autorità assolutamente estranea al loro essere uomini. La violenza per la violenza, senza se e senza ma, fredda, assurda, stupida che l’uomo subisce senza neppure più la forza di ribellarsi, quasi una assuefazione al male che corrode e attenta all’integrità del nostro essere.

Forse il secolo precedente ha prosciugato la nostra sensibilità e la nostra pietas sconvolte da due guerre mondiali, da fenomeni quali: fascismo, nazismo e non da meno dai mass-media che, con le loro provocazioni, ci hanno resi freddi e distaccati tali da non avvertire più nessuna sensazione di fronte alla morte e da non distinguere più il vero dal falso. Non credo che Castellucci avesse l’intenzione di circoscrivere questa opera a nessun periodo o momento della storia, penso invece che il suo è un intento che va oltre ogni limite di tempo, la violenza non è qualcosa che è ascrivibile a questo o a quel periodo (le mie sono supposizioni del tutto personali) in quanto, purtroppo essa è insita nella natura dell’uomo.

Osservava Hobbes e prima ancora Plauto: Homo, Homini Lupus ed è proprio così nonostante la ragione che l’uomo possiede ma che non sempre è in grado di usare. La pièce va avanti così, i personaggi esibiscono lenzuoli neri con scritte in latino che inneggiano a motti di vita, quasi anatemi; ad un certo punto alcuni poliziotti scendono tra il pubblico, quasi a guardia delle nostre emozioni e ci impongono con il loro fare minaccioso, di mantenere alta la concentrazione. Shut your eyes and see! (Joice) Avvicinandoci alla fine della pièce l’atmosfera si fa sempre più tesa, ormai l’orgia umana non è più contenibile; qualcosa di immaginabile si sta per concludere. Intanto la musica diventa sempre più solenne grazie ad una macchina simile ad un organo che emana dai suoi stantuffi nuvole saltellanti che accompagnano l’alternarsi delle note musicali.

L’alienazione è totale, il pubblico in un stato ipnotico aspetta la resa quando viene esibito l’ultimo motto “De pullo et Ovo”: la sintesi. Il finale è triste, non lascia spazio alla speranza dal momento che, il bambino che appare in chiusura, in primis sbalordito dalle armi e dalla violenza, dopo qualche momento di incertezza, volte le spalle al pubblico e afferrato il manganello che gli viene offerto, si infiltra tra le schiere dei poliziotti barattando la sua ingenuità con l’attrazione trainante della violenza. Credo che Castellucci stia maturando l’esigenza d dare concretezza alla sua necessità di sacro nel tentativo di innalzare la sua coscienza e la sua conoscenza ad un concetto di immortalità.


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