ALINGUE E APOSTROFI

Sono 150 anni dalla nascita di Alfred Jarry, poeta e drammaturgo francese, enunciatore della ’Patafisica, 20 anni dalla morte di Enrico Baj, artista, milanese, curatore, insieme con Brunella Eruli e Vincenzo Accame, della prima e unica mostra sulla ’Patafisica, Jarry e la patafisica, che si tenne a Milano a Palazzo Reale esattamente 40 anni or sono. Sono tre anniversari che hanno indotto Marco Garofalo e Duccio Scheggi a organizzare un convegno che si svolge a Milano (Stecca 3) dall’8 al 10 settembre dal titolo singolare: Alingue e Apostrofi,un titolo che merita qualche spiegazione.

Alingue fa riferimento alle parole prive di diretta funzione semantica (si pensi al Codex Seraphinianus); gli apostrofi, quelli che precedono la parola ’Patafisica, non sono un refuso…, ma stanno a distinguere la sfera esatta della ’Patafisica cosciente e volontaria da quella data da manifestazioni inconsce e casuali.

«Da Milano a Milano», scrivono giustamente Garofalo e Scheggi, poiché l’occasione celebra anche l’anniversario di quella mostra durante la quale Enrico Baj, insieme a Lucio Fontana, Virgilio Dagnino, Raymond Queneau, Arturo Schwarz, Man Ray e altri, fondò l’InstitutumPatafisicumMediolanense. Seguirono, poi, vari altri Istituti, tra i quali l’InstitutumPatafisicumParthenopeium, aperto da Mario Persico. Dopo quaranta anni è tempo di fare un bilancio e compiere un simbolico salto indietro: ripercorrere il viaggio della ’Patafisica italiana da Milano a Milano.

Ma cos’è la ’Patafisica? Alfred Jarry, l’autore di Ubu roi, la definì come “scienza delle soluzioni immaginarie”e fa dire al suo celebre personaggio, Padre Ubu: «La patafisica è una scienza che abbiamo inventata, perché se ne sentiva generalmente il bisogno». Nel romanzo neo-scientifico di Jarry, Gesta e opinioni del Dottor Faustroll, vengono esposti i princìpi e le finalità della ’Patafisica, detta anche scienza del particolare, perché si occupa delle leggi che reggono le eccezioni con le quali l’autore dimostra come sia sciocco decifrare un fenomeno in modo univoco quando ne esistono infinite interpretazioni. Dice il Dottor Faustroll: «La ’Patafisica studierà le leggi che reggono le eccezioni e spiegherà l’universo supplementare a questo; descriverà un universo che si può vedere e che forse si deve vedere al posto del tradizionale». In questo senso l’universo patafisico è da intendersi come superamento di quello metafisico: non esiste un modo univoco di decifrare un fenomeno, bensì infinite interpretazioni dette epifenomeni. Del resto anche Albert Einstein ha scritto: «Quello che è più incomprensibile è che ci sia ancora qualche cosa di comprensibile». Questa affermazione è la prova scientifica della rivolta della realtà a sé stessa proprio attraverso i metodi dell’indagine scientifica. Il collegio francese sottolinea: «Non ci si inganni: non si tratta, come credono quegli svampiti che prendono Jarry per un satirico, di denunciare le attività umane e la realtà cosmica; non si tratta di ostentare un pessimismo beffardo e un nichilismo al vetriolo. Al contrario, si tratta di scoprire l’armonia perfetta».

Pervasa da un desiderio di reinventare, deformare e distruggere tradizioni e luoghi comuni con una meditata ironia (i baffi apposti da Duchamp alla Gioconda ne sono un esempio), la ’Patafisica crea dissonanze e inversioni di rotta inattese.

Oltre agli istituti patafisici esistono vari altri gruppi formali e informali di artisti e intellettuali dediti alla produzione di opere considerate fuori dagli schemi e dalla linearità dell’arte ufficiale che saranno presenti alla rassegna.

Questo atteggiamento, infatti, dopo Jarry, ha continuato a vivere nello spirito del Collège instradandosi in diverse sottocommissioni, come gli Opifici di letteratura potenziale (l’Oulipo francese e l’Oplepo italiano), dando luogo al fiorire di una produzione letteraria e artistica intesa come tecnica combinatoria o come scrittura regolata da norme restrittive: le quali minano apparentemente il concetto di “ispirazione” attraverso operazioni pressoché artigianali, ma che in realtà mettono alla prova la creatività.

L’Oplepo(Opificio di Letteratura Potenziale), per esempio, opera nel campo della sperimentazione linguistica giocosa applicata alla prosa e alla poesia. Fondato a Caprinel 1990, l’Oplepo ha gli stessi intenti dell’omologo e più anziano gruppo francese Oulipo(l’Ouvroir de Littérature Potentielle, del quale ha fatto parte Italo Calvino, che quest’anno avrebbe compiuto 100 anni, e anche di ciò si dirà a Milano) e ha mantenuto costanti attività di pubblicazione delle proprie produzioni letterarie e di partecipazione a letture e manifestazioni letterarie anche in àmbito accademico. Anche l’Oplepo avrà uno spazio dedicato nel convegno.

Ci saranno in mostra anche scrittori che non usano le parole per creare le loro opere; sono gli “Asemici”che demoliscono ogni vaga ipotesi di struttura semantica sfruttando la libertà, quella vera, illimitata e personale, che permette di fare acrobazie, improvvisazioni e cambiare, per esempio, il concetto di scrittura, eliminandone ogni senso e privandola di qualsivoglia significato.

In questo anno nel quale si incrociano così tanti anniversari, gli organizzatori vogliono celebrare la creatività dei numerosi artisti e intellettuali italiani e stranieri attraverso loro scritti, illustrazioni, sculture, musica, pubblicazioni, performance.

E si dirà, infine, di altri patafisici “assenti” come Brunella Eruli, Edoardo Sanguineti, Mario Persico, Umberto Eco.

Umberto Eco era anche «Satrapo», titolo assegnato dal Collège de Pataphisique a letterati e artisti, soprattutto francesi, come Duchamp, Clair, Prévert, Queneau, Man Ray, Baudrillard, Arrabal, Carelman; e, in Italia, Sanguineti, Dario Fo, Enrico Baj, Mario Persico, Ugo Nespolo.

La ’Patafisica era un altro dei molteplici interessi dello scrittore, che si può dire la perseguisse prima ancor di farne parte, già all’epoca delle sue collaborazioni alle riviste “Il cavallo di Troia” e “il Caffè”.

Nella Patafisica circola il gusto della dimostrazione sottile, quella di tagliare il capello in quattro ed Eco non perse l’occasione per istituire la disciplina della «tetrapiloctomia» che è parte della «cacopedia», «summa negativa del sapere, ovvero, come una summa del sapere negativo». Essa, in quanto «eccezione», si inscrive di diritto all’interno della ’Patafisica che è la Scienza di tutte le scienze. Concepita scherzosamente, Eco definì la «cacopedia» come «la pratica di quelle soluzioni che, se uno non si affretta a immaginarle per malvagità e malizia, saranno ben presto immaginate da qualcuno, sul serio e senza malizia; il nome viene da kakós che vuol dire brutto e cattivo: è un esempio di cattiva educazione». Di eccezionale valore cacopedico era il «Progetto per una facoltà di irrilevanza comparata», con vari dipartimenti tra i quali, quello di «ossimorica» con tante materie di córso: enologia musulmana, lingue franco-germaniche, idrografia selenitica, istituzioni di aristocratica di massa, oceanografia tibetana, storia delle tradizioni innovative…

Nel presentare nel 1982 a Milano il volume di Enrico Baj ’Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie, Eco citò le ultime parole di Jarry che, in punto di morte, chiese uno stuzzicadenti. In un’intervista al “Le Figaro magazine” del 14 marzo 2014, egli dichiarò: «Il mio unico problema è di trovare un’ultima volontà all’altezza di quella del mio maestro Alfred Jarry, che chiese uno stuzzicadenti». Se di Jarry si considerava un discepolo, di Jacques Carelman era felice d’essere collega patafisico. Io lo vidi gioire in modo contagioso quando, nel novembre 2000, di ritorno da un convegno «Oulipo-Eco-Oplepo», accompagnai lui e sua moglie Renate allo “Spazio Oberdan” di Milano per la mostra degli «oggetti introvabili» di quell’artista: Eco sprizzava meraviglia e allegria da tutti i pori dicendosi felice d’essere anch’egli un patafisico.


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