ALBERTO MARIO

All’indomani della partenza da Genova (25 giugno 1857) di Carlo Pisacane per lo sfortunato sbarco a Sapri la polizia arrestò nella città ligure tutti coloro che, sotto la guida di Giuseppe Mazzini, si accingevano a dare vita ad una insurrezione che avrebbe dovuto assicurare, con il controllo della città, una solida base alla spedizione di Pisacane. Tra gli arrestati vi era anche Alberto Mario, un fervente mazziniano la cui casa genovese era stata scelta da Mazzini come quartier generale dell’insurrezione.

Mario fu condotto, come tutti gli altri arrestati, al carcere di Sant’Andrea dove il 3 luglio fu rinchiusa anche una donna inglese, Jessie White, anche lei fervente mazziniana, che Mario aveva conosciuto qualche giorno prima: fu un incontro che mutò profondamente la sua esistenza.

Nato a Lendinara il 4 giugno 1825 in una famiglia nobile originaria di Ferrara, Mario, dopo gli studi compiuti con i padri Cavanis dell’Ordine degli Scolopi, si recò a Padova dove si iscrisse ai corsi universitari prima di matematica e poi di legge. Partecipò alla dimostrazione antiaustriaca dell’8 febbraio 1848: per sottrarsi alla polizia austriaca che, a conoscenza delle sue idee liberali, lo sorvegliava da vicino, fuggì a

Bologna per continuare gli studi, che presto abbandonò per arruolarsi volontario nella legione emiliana guidata da Livio Zambeccari accorsa a fianco delle truppe piemontesi dopo la dichiarazione di guerra all’Austria. Combattè a Bassano del Grappa, Treviso e Vicenza. Successivamente si recò a Milano dove conobbe Garibaldi e Mazzini, ma soprattutto Cattaneo, che lo affascinò con le sue idee sull’unità d’Italia da conseguire attraverso non uno Stato centralizzato ma con una federazione di poteri locali.

Da quel momento iniziò il suo distacco ideologico da Mazzini, con il quale mantenne però ottimi rapporti. Dopo l’armistizio fu a Torino, Genova, dove conobbe Goffredo Mameli, e Firenze. Nel 1849 fu tra i volontari che combatterono con i patrioti che difendevano la Repubblica romana. Dopo l’occupazione di Roma da parte dei francesi andò a Genova dove incontrò Mazzini e si lasciò convincere da lui della opportunità di suscitare moti rivoluzionari contemporaneamente in varie parti della penisola e di cui la spedizione guidata da Carlo Pisacane nell’Italia meridionale avrebbe dovuto costituire il punto focale. Aderì al progetto solo per rispetto nei confronti di Mazzini, pur avendo molti dubbi sulla riuscita dell’impresa e sull’insurrezione di Genova che avrebbe dovuto accompagnarla.

Fu un buon profeta: la detenzione nel carcere di Genova dopo la partenza di Pisacane e la repressione dei moti cittadini durò poco (solo due mesi), al termine dei quali attese per altri due mesi il rilascio anche della White e con lei si recò in Inghilterra, dove il 19 dicembre si sposarono.

In Inghilterra prese a scrivere articoli per i giornali inglesi che la moglie traduceva, cercando sostegno alla causa dell’unità italiana. L’anno successivo, su invito di Mazzini, incontrato di nuovo a Londra, partì per gli Stati Uniti (25 novembre 1858) con Jessie per diffondere il pensiero mazziniano e raccogliere fondi per il movimento. Nel luglio successivo i due coniugi tornarono in Italia: il padre di Mario era gravemente malato (morì infatti nel dicembre successivo) ed il figlio voleva rivederlo. Il 25 luglio 1859 giunsero a Milano: a Pontelagoscuro furono però entrambi arrestati e condotti prima a Ferrara e poi a Bologna dove furono liberati a condizione che lasciassero la Romagna. Si recarono allora a Lugano e vi restarono fino al maggio dell’anno successivo. Ripresero i contatti con Cattaneo, facilitati dal fatto che il nobile milanese aveva una moglie inglese: Mario prese sempre più le distanze da Mazzini, pur dirigendo il periodico mazziniano “Pensiero e azione”, mentre la moglie restò fedele alla causa mazziniana.

Mario, guardando con realismo alla situazione che si era determinata e all’alleanza del Regno del Piemonte con la Francia di Napoleone lii, nella prospettiva di una ripresa delle ostilità contro l’Austria, invitò i repubblicani, mazziniani compresi, a “correre alle armi, francamente e lealmente, duce Vittorio Emanuele”: la prospettiva in cui guardava alla unificazione nazionale era divenuta molto simile a quella di Garibaldi per un verso (l’uso delle armi) e di Cattaneo dall’altra (il federalismo).

Fu dunque del tutto naturale la sua adesione alla spedizione dei Mille: partì con la moglie per Genova dove si imbarcò il 1O giugno 1860 sul piroscafo Washington, con gli uomini comandati da Giacomo Medici per raggiungere Garibaldi in Sicilia. Il piroscafo fu abbordato da una nave da guerra piemontese, alla ricerca di Mazzini, che non era sulla nave: Medici si rifiutò di fare arrestare Mario, che potè così proseguire il vIaggI0.

Dopo una sosta a Cagliari, dove furono imbarcati altri uomini ed armi, la nave giunse a Castellammare del Golfo, non lontano da Palermo. Il gruppo con Mario e la moglie si congiunse a Garibaldi, che però, ritenendoli entrambi troppo legati a Mazzini, affidò loro compiti secondari: Jessie fu incaricata del soccorso ai feriti mentre a Mario fu affidato una sorta di collegio militare per i ragazzi poveri di Palermo.
Entrambi i coniugi seguirono Garibaldi in tutta l’impresa, Jessie sempre addetta al coordinamento del soccorso dei feriti e Alberto passato presto ad incarichi operativi: fu infatti nell’avanguardia delle truppe garibaldine che sbarcò a Reggio Calabria.

Giunti i garibaldini a Napoli, a Mario fu affidata prima la missione di conquistare alla causa di Garibaldi gli abitanti dell’isola di Ischia e poi di sconfiggere una banda che, in nome della causa borbonica, teneva sotto il suo controllo la città di Isernia.

Conclusa l’impresa dei Mille e proclamato (17 marzo 1861) il regno d’Italia, i coniugi Mario si recarono ancora una volta a Lugano. I rapporti di Mario con Mazzini andarono peggiorando, specie dopo la pubblicazione sul “Dovere”, settimanale repubblicano di Genova (maggio 1863) di un articolo di Mario in cui la dottrina del dovere sostenuta da Mazzini veniva definita una dottrina di schiavitù.

Ormai Mario si era nettamente spostato sulle tesi di Cattaneo, lontano dalle simpatie per il socialismo che andavano guadagnando terreno nella Sinistra, delusa dai risultati dell’unificazione per i ceti meno abbienti. Eletto deputato di Modica (1863), rifiutò il mandato parlamentare per non ratificare in tal modo i risultati del processo di unificazione nazionale, con la costituzione di uno Stato accentrato che negava di fatto le autonomie locali ed aveva lasciato irrisolto il problema di Roma, facente ancora parte dello Stato pontificio con il Papa – re.

Nel 1866 Mario fu di nuovo a fianco di Garibaldi nella 111a guerra d’indipendenza, al comando di una piccola flottiglia sul lago di Garda. Finita la guerra, con la moglie Jessie accompagnò Garibaldi al congresso della Lega per la pace a Ginevra dove i due coniugi incontrarono Bakunin, l’anarchico russo le cui idee erano mille miglia lontane da quelle dei Mario e che destò la loro curiosità intellettuale. Finita la guerra, fissò la sua residenza a Bellosguardo, vicino Firenze, e diventò una figura eminente della Sinistra storica per la sua posizione al di sopra delle correnti in contrasto tra loro che la componevano.

Collaborò con Adriano Lemmi, il futuro gran maestro della Massoneria italiana, di cui divenne amico, alla spedizione garibaldina del 1867per porre fine allo Stato pontificio ed unire anche Roma all’Italia, ma la sua colonna, giunta a Montesacro, dovette ripiegare sotto il fuoco degli zuavi pontifici aiutati dai francesi: fu un’esperienza che accentuò il duro anticlericalismo di Mario.

Tornò a Lendinara, suo paese natale, dopo che nel 1866 era finito il dominio austriaco nel Veneto, seriamente minato nel fisico da un tumore per il quale subì nel corso degli anni ben dodici interventi chirurgici, si dedicò interamente ai suoi studi preferiti di filosofia politica e alla pubblicazione delle sue memorie (La camicia rossa, 1870; in lingua inglese; I mille, 1876; Garibaldi, 1879) e di articoli sui giornali di ispirazione repubblicana.

Diresse (1872 – 74) “La provincia di Mantova” e la Rivista repubblicana (1878 – 79) ed infine “La lega per la democrazia”, giornale portavoce della omonima associazione fondata da Garibaldi ed al quale collaborarono le figure più eminenti tra i mazziniani e i garibaldini. Fu la sua ultima battaglia a favore di un “patto” che riunisse tutte le forze della Sinistra storica: morì a Lendinara il 3 giugno 1883, oppresso da problemi finanziari; sarà sua moglie, che morirà ventitre anni più tardi, a divulgarne le opere e il pensiero.

È sepolto accanto alla moglie nel cimitero di Lendinara.

Bibliografia
Enciclopedia italiana, alla voce.
Dizionario biografico degli italiani, alla voce. Storia del Parlamento italiano, voi. I.
Aldo Spallicci, Alberto Mario, Milano, 1955.


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