8000 MISSILI, DUE POPOLI E UNO STATO

Sabato 7 ottobre, in modo del tutto inaspettato, l’organizzazione terroristica palestinese di Hamas ha avviato quella che sembrerebbe la più grande controffensiva dai tempi della seconda intifada, definita da alcuni analisti come inedita. Si stima che circa 8 mila missili ad oggi siano stati lanciati dalla striscia di Gaza verso le zone limitrofe in territorio israeliano, mettendo a dura prova il sistema missilistico di difesa Iron Dome. Si stimano nel momento in cui scrivo 13 ottobre, circa 1800 morti di cui 1000 israeliani e 800 palestinesi, migliaia i feriti.

I militari di Hamas sono riusciti con l’ausilio di alcuni mezzi pensanti a distruggere le barriere che circondano l’enclave palestinese, avviando un’operazione di invasione. Al momento sembra che sia fallita e che lo stato di Israele sia riuscito a riconquistare l’80% del territorio preso dalle milizie. Come contromisura, il governo di Netanyahu ha deciso di mettere sotto assedio Gaza interrompendo la fornitura di energia elettrica e di acqua. Da ricordare come la città abbia una elevata densità abitativa, tra le più alte al mondo, tant’è che viene considerata una vera e propria prigione a cielo aperto, con oltre 2 milioni di residenti.

Non si è fatta attendere la dura e ferma condanna della comunità internazionale e in particolar modo occidentale, i finanziamenti nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese sono stati momentaneamente interrotti. Da segnalare invece che gli aiuti umanitari nei confronti della popolazione palestinese rimarranno invariati.

Dal lato opposto invece, il mondo arabo avviato verso una fase di normalizzazione dei rapporti con Israele, esprime un forte supporto ai guerriglieri palestinesi. Non si è fatto attendere l’elogio da parte dell’ayatollah iraniano Khamenei, mentre l’Egitto di Al-Sisi pur condannando la risposta di Israele, si propone come forza mediatrice.

È accertato che i missili e alcune strumentazioni militari siano state auto fabbricate da Hamas grazie ad alcuni rifornimenti provenienti dalla Turchia. Rimane il dubbio di come il Mossad e le forze di sicurezza Israeliane siano riuscite a non accorgersi di questa attività all’interno della striscia, accertandone un parziale fallimento di operatività.

Venendo al contesto generale, non possiamo non ricordare questa tipica caratteristica del conflitto tra Palestina e Israele, cioè la sua discontinuità bellica, una strategia della tensione che periodicamente, a seguito o meno di eventi particolari, riesplode riaccendendo in modo rapido e conciso le tragedie umane che si porta con sé. Proprio per questa sua caratteristica, individuare il “colpevole” ogni volta risulta quanto meno una perdita di tempo, possiamo trovare il responsabile del preciso attacco, in questo caso Hamas, ma andando a ritroso nel tempo è sempre più evidente quanto la storia veda in modo inequivocabile un vero aggredito (la Palestina) e un vero aggressore (i sionisti di Israele), occupante e occupato.

La situazione attuale, analogamente a quella Ucraina, è figlia del menefreghismo occidentale, del nostro voltarsi dall’altra parte di fronte al regime di apartheid perpetrato da oltre 70 anni dallo stato di Israele nei confronti dei palestinesi (fonte Amnesty international). In questo senso, l’organizzazione militare e politica di Hamas, definita in modo arbitrario come terrorista, è allo stato attuale il partito più importante della striscia di Gaza. E questo non è altro che la conseguenza di una ferita mai rimarginata tra i due contendenti. La stessa che ha reso l’ANP una forza secondaria nella faccenda.

Motivo per cui, fare un distinguo tra Hamas e il popolo palestinese equivale a fare un distinguo tra il battaglione Azov (a sua volta organizzazione politica e militare) e il popolo ucraino. Con un certo grado di sicurezza, si potrebbe dire che una maggioranza della popolazione non condivide le idee che queste organizzazioni portano in seno. Tuttavia, sempre se chiedeste alla maggioranza delle popolazioni aggredite, vi risponderebbero che il contributo di questi apparati è essenziale per la resistenza militare. Per questo motivo Hamas è diventata così popolare nel tempo.

Allo stesso modo, dall’altra parte della barricata, il partito estremista sionista di Likud è diventato popolare tra gli israeliani per far fronte all’estremizzazione arabo palestinese. Un circolo vizioso difficile da fermare.

L’estremizzazione delle parti, in un processo di escalation continuo, ha portato i mezzi della diplomazia lontano dal campo di battaglia, lasciando un ampio spazio alla forza e alla violenza. Il governo israeliano, capitanato da Bibi Netanyahu in particolare, ha deciso di perseverare in quello che sembra uno schema darwinistico, che vedrà la sua parte come unica a prevaricare su quelli che ormai sono dei dannati senza terra.

La soluzione a due stati rimarrebbe la soluzione più razionale al conflitto, anche se allo stato dell’arte risulta quanto mai utopica e vetusta. La nuova soluzione da perseguire per il futuro della regione è quella dei “due popoli in uno stato”, la creazione di uno stato palestinese istituzionalmente laico, dove le diverse identità religiose e politiche possano coesistere. Mi veniva in mente a tal proposito l’Albania, uno stato democratico dalle mille sfaccettature etnico religiose. Ma potremmo andare oltre, guardando semplicemente alla nostra Europa, dove l’ormai storico processo di secolarizzazione ha permesso la coesistenza di molteplici culture.

Il contesto e la tifoseria non giocano a vantaggio di una narrazione obbiettiva, estremo chiama altrettanto estremo. Bisogna essere chiari, Hamas e il governo di Israele rappresentano i due principali ostacoli al processo di pace. Anche se la prima risulta l’unica speranza di conservazione dello stato palestinese, non possiamo dimenticarci delle sue responsabilità in questa ripresa a caldo del conflitto, del vile attacco che ha operato nei confronti di civili inermi, penso al recente episodio di incursione in un rave party, operata dai miliziani non lontano da Gaza.

Oltre a questo (seppur con le dovute differenze), non possiamo dimenticare che Hamas in modo similare alle milizie dello stato islamico, obbedisce alle leggi della Sharia e a quella malsana interpretazione del corano, che mal si sposa con una possibile intermediazione con l’occidente, e pensiamo alla sua bassa considerazione del ruolo della donna nella società, e il perseguimento della Jihad.

Dall’altro lato, è altrettanto vero che Israele sta attuando una politica di vendetta, di assedio della Striscia di Gaza, non risparmiando a sua volta civili. Qualcuno giustifica Israele, facendo notare che prima di bombardare le strutture, avvisa con dei colpi sui tetti. Notizie dell’ultim’ora ci dicono che abbia smesso con questa tattica in quanto controproduttiva, e bombardi le strutture così come sono, civili o meno al suo interno.

L’occidente in virtù della sua forza diplomatica, dovrebbe sforzarsi di fare il passo più lungo della gamba e gettare il peso aldilà dell’ostacolo. Se non ci impunteremo con la mediazione e il coinvolgimento delle parti, il conflitto continuerà ai soli danni dei civili palestinesi sempre più deprivati della loro stabilità strategica.

Dovremmo stare attenti a non ricadere negli stessi errori commessi nel conflitto ucraino, la mancanza di equidistanza dimostrata negli ultimi giorni dalle dichiarazioni di Ursula von der Leyen e Borrell, rischiano di aggravare la situazione, gettando ulteriore benzina sul fuoco. E non solo in riferimento con gli stati islamici del medio oriente, ma in modo preoccupante anche con la comunità musulmana che abita nel vecchio continente. È notizia di oggi, infatti, che a Roma e in particolar modo nella zona antistante al Vaticano, è stata diramata l’allerta terrorismo con il dispiegamento delle forze di polizia e militari. Una simile situazione non si percepiva dai tempi dell’11 settembre.


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