di Giorgio Fiorentini
Il welfare tradizionale è, per definizione, positivo ed è segno di benessere, di sostegno alle persone, di possibile buona qualità della vita; ed è la base universalistica (statica) del sistema socioeconomico. Oggi però dobbiamo cambiare paradigma e sviluppare un welfare dinamico e sostenibile, “un welfare universalistico a protezione variabile”.
Alcuni dati: nel mondo ci sono circa 7 miliardi di abitanti e di essi fruiscono di una forma di welfare sviluppata o mediamente sviluppata circa un miliardo e duecentomila persone.
Africa, Asia, America Latina sono prevalentemente a livello di sussistenza minimale di cibo, abitazione, cure sanitarie. Tre miliardi e mezzo di popolazione vive con 2 $, massimo 3, al giorno.
Meno di 500 milioni di abitanti hanno una copertura di welfare significativa e “doc” (una parte dei 27 paesi europei e una parte dei 330 milioni di americani ricordando che, comunque, hanno deficit di pensionamento ed una sanità solo “a pagamento privato” – altrimenti Medicaid e Medicare).
Purtroppo il welfare di Otto von Bismark e di William Beveridge è superato per la mancanza di risorse necessarie (economico finanziarie, strutturali, di contesto lavorativo, demografico) ed il cancelliere tedesco Friedrich Merz, con coraggio, qualche giorno fa, ha detto una frase dirompente che probabilmente gli farà pagare un po’ di consenso, ma che è la realtà che tutti sanno: “Lo Stato sociale che oggi abbiamo non può più essere finanziato con ciò che produciamo solo in economia.”
Secondo l’OCSE – così si specifica in un articolo di spalla del columnist del Corsera Danilo Taino – le spese per lo stato sociale erano il 10% del PIL nel 1960 nei paesi industrializzati, oggi sono raddoppiate e sono al 30% in Francia ed in Italia ed al 26.7% in Germania (1922).
Per questo le tasse si innalzano in un contesto ad economia che non cresce.
La coperta è corta e se poi le spese per gli armamenti dovessero erodere la spesa sociale sarebbe un disastro.
Stiamo parlando del welfare che deriva dall’inglese e letteralmente significa “stare bene” o “benessere”.
Oggi il welfare è in cambiamento perché al ruolo assistenziale, previdenziale, di protezione e di sicurezza sociale (“primo welfare” cioè Servizio Sanitario Nazionale, Previdenza Sociale, Assistenza Sociale, istruzione pubblica e politiche per la famiglia) si deve aggiungere il dinamismo operativo e la componente imprenditoriale per un ruolo di sviluppo ed espansivo (“secondo welfare “cioè welfare aziendale, territoriale e dei contratti di lavoro, cura degli anziani autonomi o non autosufficienti, ai disabili). Si pensi al welfare aziendale che le imprese considerano elemento incentivante e concorrenziale per l’impresa.
Pensioni, sanità pubblica, sussidi, fiscalità generale e contributi previdenziali, universalismo e categorialità sono i contenuti di un welfare statico e tradizionale (indispensabile) che deve evolversi in un welfare dinamico sulla base della risposta a bisogni specifici di persone e famiglie (welfare” calligrafico”), coinvolgendo la filiera delle imprese-aziende pubbliche e private, profit e non profit.
Conciliando vita e lavoro, con un benessere di salute che permette azioni di sviluppo ed una motivazione competitiva per i dipendenti delle imprese.
Fermo restando che tutti i cittadini hanno diritto ad essere protetti da situazioni di dipendenza o di criticità di lungo periodo (malattia, disoccupazione, maternità) e che attiene ai principi del “welfare state” oggi si è aggiunta l’esigenza di mantenere un livello equilibrato di fruizione di servizi di un “welfare allargato”.
Esso è, in modo generativo e trasformativo utile per lo sviluppo dinamico ed accelerato del sistema socioeconomico.
E le risorse? È necessario un “welfare universalistico a protezione variabile” (WUPV) che per sua natura è integrato e olistico (pubblico e privato).
Il WUPV è l’offerta di servizi (socio assistenziali, socio sanitari, culturali, di entertainment, sportivi e così via) per tutti i cittadini che però devono integrare i costi di questa opzione. Pagare tariffe a copertura di alcuni costi e pagare un prezzo per il welfare discrezionale.
Molte organizzazioni (dicesi imprese sociali profit e non profit) che erogano servizi del “welfare allargato” e di “secondo welfare” hanno una formula di gestione a costi contenuti.
“Con profitti garbati” direbbe l’imprenditore di successo Brunello Cucinelli.
Peraltro la principale causa della crisi del “welfare state” universalistico è scaturita dalle tensioni sulla sostenibilità economica del sistema.
Quindi da un “welfare categoriale” (anziani, bambini, disabili, tossicodipendenti e così via) a un “Welfare Universalistico a Protezione Variabile” (WUPV) che per sua natura è integrato, olistico (“primo e secondo welfare”) ed è il risultato della filiera di imprese sociali (pubbliche, private non profit e profit).
È proponibile e necessario entrare in una logica di WUPV; cioè non esiste più la possibilità di avere un welfare universalistico assoluto, senza compartecipazione finanziaria (famiglie, singoli, imprese ecc.), che possa dare risposta da parte dello Stato e dalle strutture private delegate per tutto il set dei bisogni-domanda del sistema.
Tutti gli stati industrializzati promettono provvedimenti che estendono la rete dei servizi di welfare, istituiscono prelievi fiscali fortemente progressivi, intervengono a sostegno dell’occupazione o del reddito dei disoccupati, sviluppano politiche sociali e di sostegno economico per gli immigrati che si ispirano all’universalismo assoluto come principio di fondo, ma non riescono a gestire la sostenibilità economico finanziaria complessiva. Una via possibile è il “Welfare Universalistico a Protezione Variabile” (WUPV).












