TUSCIA RADIOTTIVA?

LA TUSCIA RIPARTA DAL DEPOSITO NAZIONALE

Nella provincia di Viterbo ricadono 22 delle 67 aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Non si tratta semplicemente di un progetto fine a stesso, bensì di importanza nazionale e strategica, dalla realizzazione di questo deposito dipende la ripartenza del settore nucleare italiano con annesse centrali, un treno che non possiamo permetterci di perdere se vogliamo affrontare la transizione energetica ed ecologica in modo efficiente, veloce e senza tralasciare la crescita economica.

Il Ministro Pichetto Fratin in sede Mase (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), ha avviato l’iter per l’autocandidatura dei comuni in cui ricadono le aree potenzialmente idonee. Questo significa che per accelerare i tempi di realizzazione, si procederà per una via quanto più orizzontale possibile, e solo alla fine in caso di mancata individuazione per l’assenza di autocandidature, si procederà con un decreto del presidente della Repubblica per imporre dall’alto in quale area costruire il deposito.

Per non scontentare nessuno, quindi, sarebbe bene che i comuni nel modo più unanime possibile si offrissero per ospitare questa struttura strategica. Anche perché volenti o nolenti, il tempo stringe e l’Italia è l’unica nazione a livello europeo a non essersi ancora dotata di una infrastruttura del genere. Il Deposito nazionale, infatti, non servirà a contenere soltanto quelle pochissime scorie testimoni della gloriosa seppur breve stagione nucleare italiana, ma soprattutto i rifiuti provenienti dagli ospedali e dalla ricerca nucleare di cui l’Italia è una eccellenza a livello europeo.

Per chi non lo sapesse infatti, gli ospedali italiani producono ogni anno tonnellate di materiale radioattivo, proveniente in larga parte dalla medicina nucleare, quel settore di ambito terapeutico in cui ricade per esempio il trattamento di pazienti oncologici con la radio terapia, strumenti diagnostici quali la TAC e PET e la creazione di sorgenti radio in ambito di ricerca.

Attualmente questi rifiuti vengono conservati nelle strutture ospedaliere in modo a dir poco precario, e quando l’ospedale non è in grado di garantire uno spazio di contenimento efficiente, vengono trasportate in dei capannoni carenti delle più basilari norme di prevenzione. È notizia di alcuni anni fa, quando a Trino Vercellese, in uno di questi depositi temporanei vicino all’ex centrale nucleare, il fiume Po esondando, allagò il suddetto deposito, rischiando di causare un disastro ambientale. Questo perché banalmente la zona scelta vicino a Trino è inadatta a ospitare questo genere di strutture di contenimento.

Diverso è il discorso per la Tuscia dove la presenza di ampie zone sopra elevate e l’assenza di zone fluviali importanti, risulta tra le migliori per ospitare questa struttura.

Negli scorsi mesi, a fronte del dibattito pubblico tenutosi sui canali della Sogin, l’azienda di stato imputata alla costruzione del deposito. I portavoce dei vari comitati territoriali per il No guarda caso, hanno presentato una trafila di documenti, pagine su pagine in cui si ribadiva la presenza di siti archeologici (?), colture di pregio (?) e falde acquifere (?). medesime le osservazioni dei detrattori delle restanti 45 zone. Insomma, perfino nel paesello più sperduto della Basilicata o della Sardegna c’è qualche punta di eccellenza gastronomica da difendere con le unghie e con i denti a scapito di una strategia energetica nazionale.

La fiera dell’egoismo territoriale, una visione antitetica alle questioni geopolitiche e ambientali, alle sfide del futuro e anche, permettetemi, al senso dei dati scientifici, che in modo inequivocabile certificano la totale sicurezza di questo genere di siti, ampiamente presenti in Europa.

Non è un caso, infatti, che le centinaia di detrattori partecipanti al dibattito, non siano riusciti a presentare uno straccio di dato o prova sulla insicurezza intrinseca di questo genere di siti. Non ci sono riusciti perché NON SONO PERICOLOSI. Basti pensare al deposito nazionale francese dell’Aube (che ospita sotto laudo compenso dei contribuenti italiani, una parte delle nostre scorie), ebbene questo deposito si trova nella storica regione dello Champagne, dove si produce l’omonimo spumante, non esattamente un prodotto agricolo di quarto ordine.

E potrei dirvi di più, i livelli di radioattività nelle immediate vicinanze di questi siti sono in linea con il fondo naturale di radioattività. Significa che, se scegliete di visitare il deposito dell’Aube oppure la città di Roma, assumerete una dose maggiore di radiazione visitando la seconda. Roma, infatti, è una delle città più radioattive in Europa, Ma non perché sia stata contaminata da qualche centrale (banalmente non ci sono), ma perché la città è stata costruita con materiale di origine vulcanica (pensate ai san pietrini o al tufo). Un discorso analogo vale per la piccola città di Orvieto, sapevate che questa cittadina è stata classificata dall’UNSCEAR (Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti) tra le zone con la radioattività ambientale più alta al mondo?

Pensate che vivere un anno ad Orvieto secondo l’Unscear, vi farà assumere lo stesso livello di radioattività presente a Chernobyl cioè 6.5 mSv/anno (legge millisievert) che corrisponde a circa 0.74 μSv/ora, (micro sievert). A Orvieto il dato esatto misurato con l’ausilio di contatori Geiger è di 0.70 μSv/ora, uno scarto di 0,04 statisticamente possiamo dire che, a livello di radioattività ambientale, non c’è differenza fra il trovarsi ad Orvieto o a Chernobyl. Per ottenere il dato di 6,5 mSv/anno vi basta moltiplicare il dato (0,74 μSv/ora) per tutte le ore presenti in un anno.

Come sempre è la dose che fa il veleno, e nonostante la forte radioattività di Orvieto (derivante dalla roccia vulcanica su cui è costruita) non è provato un aumento di mortalità rispetto ad altre zone. anzi, per assurdo, mi verrebbe quasi da dire, in modo provocatorio, che più la zona è radioattiva più si vive a lungo. Pensate al Giappone, nonostante l’incidente di Fukushima, o ancora prima le bombe di Hiroshima e Nagasaki, rimane il paese con la maggiore longevità nel mondo. E queste non sono opinioni, sono FATTI e i fatti se ne fottono bellamente delle nostre percezioni metafisiche. Chiaramente Correlazione non è causazione, quindi la longevità dei giapponesi non dipende dalla radioattività. Ma il livello di disonestà intellettuale dei detrattori anti nuclearisti è talmente elevato che in qualche modo dovremmo pur stare al loro giogo.

I signori dei comitati locali della Tuscia o di qualsiasi zona in cui ricada un’area potenzialmente idonea, possono portare tutti i menù degustazione che vogliono, rimangono nel torto a prescindere. E a fatti comprovati dalla comunità scientifica, rispondono portando l’elenco dei formaggi o dei vini che si producono in zona, va bene. Vi basti sapere che molto probabilmente i vini, l’olio e qualsiasi altro prodotto agricolo prodotto in zona è sicuramente più radioattivo della media europea, a causa lo ripeto, della conformazione chimica e fisica del suolo, quindi cambierebbe poco o nulla. Anche perché il deposito non è un emettitore di radiazioni ionizzanti, è progettato per fare esattamente l’opposto, ovvero essere neutro e contenerle.

Per la questione delle falde acquifere. A meno che esse non siano superficiali, e in quel caso comporteranno l’esclusione del sito come previsto dalle norme di localizzazione della Sogin. In caso contrario, il deposito non presenterà alcun problema. Per i siti archeologici, se presenti nelle aree della Cnapi, porteranno all’esclusione diretta del sito. Il punto è che controllando le carte, nella quasi totalità dei siti scelti non risultano aree archeologiche né di alta né di bassa rilevanza. è stato effettuato infatti un lavoro di selezione molto duro in precedenza. Ciò significa che buona parte delle aree cnapi già di default, non presentano né siti archeologici ne falde acquifere superficiali, ne sono aree soggette ad allagamento. Infatti, come pocanzi dicevo, i pareri contrari si sono concentrati sul contesto allargato, il territorio nella sua estensione, non nei siti specifici, che sono appunto, quasi incontestabili nella loro scelta.

Chiaramente accettare questa infrastruttura da parte dei sindaci della Tuscia, non significherebbe soltanto dare un importante contraccolpo alla cultura NIMBY e del No a tutto, ma significherebbe ricevere vantaggi economici e strutturali. Insieme al deposito, infatti, verrà costruito anche un parco tecnologico, dove i giovani ricercatori italiani potranno ricevere uno spazio per lavorare e ricercare nell’ambito del settore nucleare. Se non altro un piccolo contributo per rallentare la fuga dei cervelli. Senza contare l’indotto e i posti di lavoro che l’opera porterà con sé.

Insomma è un treno che non dovremmo perdere in nessun caso, ecco perché è importante che questo appello arrivi a quanti più sindaci e amministratori locali possibile. Sperando che non rispondano presentando l’ennesimo menù degustazione.


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