di Annamaria Barbato Ricci
Il giorno per parlare di questioni di giornalismo e di televisione è quello giusto: il 28 novembre i giornalisti italiani hanno incrociato le braccia, scioperando per il rinnovo del contratto di lavoro, ormai inchiodato a termini di dieci anni fa.
Andrea Rustichelli, conduttore e vaticanista del TG3, è da qualche settimana in libreria con un romanzo distopico, “Superluna – Nella cucina di un Telegiornale” (Edizioni All Around), un viaggio ironico nell’organizzazione di uno Speciale dedicato a un evento astronomico pompato per diventare nazional-popolare. I dietro alle quinte affascinano il lettore che ha la possibilità di conoscere la fauna e le dinamiche redazionali di un Tg di un canale del tutto inventato, ma potenzialmente rappresentativo di un certo giornalismo d’oggidì.
- Rustichelli, cosa ha fatto scattare l’ispirazione?
Il libro è un prodotto della mia fantasia e si fonda su due aspetti: il mio interesse per il linguaggio dei media – di cui sono anche io un consumatore – e il mio volermi sdoppiare, riflettendo su quello che i telespettatori percepiscono, alle prese, spesso, con un “disordine informativo”.
Da un lato, infatti, gli utenti sono in balia dell’aggressività dei social e della politica ridotta a marketing del consenso; dall’altro, l’informazione generalista, con i suoi schemi sempre più ripetitivi e seriali, non sembra più in grado di guadagnarsi l’attenzione e la fiducia del pubblico.
Questa situazione, da tempo mi ha indotto a una serie di riflessioni che sono confluite quasi inevitabilmente in un racconto che ho preferito alla forma saggistica.
Il punto rimane quello: sembra infatti in via di estinzione l’idea dell’informazione come bene comune. Oggi la notizia non è più ciò che è di pubblico interesse, ma è diventata soprattutto ciò di cui tutti parlano e che si presta alla polemica, alla rissa politica. C’è, infatti, una differenza abissale tra la notizia come luogo comune e la notizia come interesse condiviso.
- Quando ci si è avviati verso questa deriva?
E’ difficile fare un’analisi sintetica delle radici del fenomeno, ma è importante sottolineare come oggi rischi di essere del tutto disatteso il bellissimo Codice deontologico dei giornalisti, entrato in vigore pochi mesi fa, che, all’articolo 2, cita esplicitamente il diritto dei cittadini all’informazione e l’interesse pubblico delle notizie.
E’ un tema sempre attuale, che esorta i giornalisti a promuovere nell’opinione pubblica il senso critico e il criterio dirimente della verità, che non è più così scontato, in epoca di post-verità.
Tutti stanno a rincorrere narrazioni emotive ed esasperate, perdendo di vista un approccio più ponderato alla realtà. Nel libro racconto proprio un giornalismo che ormai insegue opinionismi e dichiarazioni e che ci sguazza in modo autoreferenziale, infischiandosene dei cittadini.
- Persino su una semplice “Luna Rossa” che non è la barca dell’America’s Cup, bensì un raro fenomeno astronomico?
Ho voluto prendere a pretesto un evento astronomico per mostrare le dinamiche esasperate di un certo giornalismo che riduce tutto a polemica, a sensazionalismo e spettacolo che ipnotizza il pubblico, trasformandolo da comunità di cittadini a massa di follower.
- Insomma, il modello è Rita De Crescenzo?
E chi sarebbe? Ah giusto, dimenticavo le cronache di questi mesi. Preferisco non pensare a Roccaraso. Il fatto che me l’abbia nominata significa che è riuscita a fare breccia in un certo immaginario che dai social trova sponda nei media tradizionali, con la complicità di certa presunta informazione che troppo spesso, in crisi di reputazione e di identità, cerca facili rimedi per acchiappare utenti. Il cerotto, però, rischia di essere peggiore dell’emorragia di pubblico che cerca di fermare.
Nel caso di “Superluna” il mega-direttore del Tg, Bagassoni, sacerdote del mainstream, cerca di piegare l’edizione speciale, teoricamente di stampo scientifico, alle logiche più distorsive dell’infoitainment, degenerante in fenomeni da baraccone.
- Sei reduce dalla manifestazione di ieri a Piazza Santi Apostoli, con tutti gli Enti di Categoria, preludio dello sciopero di oggi. Che aria tira per il giornalismo italiano, in un’epoca in cui la premier fugge dinanzi al diretto confronto delle Conferenze stampa?
C’è molta insoddisfazione, ma anche molta compattezza e voglia di fare. Siamo tutti in attesa che il Parlamento italiano recepisca il regolamento europeo European Media Freedom Act (EMFA), sull’indipendenza e la trasparenza dei sistemi mediatici dei 27 Stati dell’Unione, sin dallo scorso 8 agosto obbligatorio nella sua applicazione e verso cui il nostro Paese è a oggi inadempiente.
Nel mio libro, pur in una situazione di fantasia, io metto in scena il disagio della categoria e le sue “crepe liberatorie”.
Il protagonista incarna, a suo modo, la sofferenza, ma anche la reattività che c ‘è fra i giornalisti, proponendo a suo modo una soluzione, che qui non posso rivelare.
Il messaggio finale è che la luna, nella sua bellezza, come ai tempi di Leopardi, si lascia guardare direttamente senza troppe mediazioni e lenti spettacolarizzanti.
- C’è un filo conduttore fra “Superluna” e il tuo precedente libro biografico “Senza biglietto – Viaggio nella carrozza 048” (Marlin editore), in cui racconti in prima persona i reparti oncologici che hai vissuto?
Sono due libri molto diversi: il primo è narrato in prima persona; il secondo in terza, ma entrambi hanno due elementi accomunanti, ossia la sofferenza del protagonista e l’ironia come forma di catarsi.
La sofferenza del primo libro mi sembra evidente; mentre, nel secondo libro, assume una forma più sottile, prendendo il volto di un’insoddisfazione professionale e di una rivolta contro il sistema di cui pure il protagonista fa parte.












