SE LA CASA NON È PIÙ UN DIRITTO

di Redazione

La casa in Italia non è mai stata solo un tetto: è storia, politica, identità. Da simbolo di rinascita nazionale negli anni Cinquanta, oggi appare spesso come un sogno irraggiungibile, dove l’unica alternativa reale è… affittare a peso d’oro stanze in condivisione.

Ma torniamo al 1949: ci troviamo in un Paese uscito distrutto dalla guerra. Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, lancia il Piano INA-Casa. L’obiettivo ufficiale era duplice: dare lavoro a migliaia di disoccupati e costruire case popolari per chi non poteva permettersele.
Il risultato? In poco più di quindici anni furono costruiti oltre 350.000 alloggi, distribuiti tra città e province, spesso accompagnati da servizi di quartiere (scuole, piazze, botteghe). Non solo edilizia, ma urbanistica sociale: luoghi progettati per creare comunità, non dormitori.

Il “Piano Fanfani” rappresentò un modello di welfare abitativo mai più replicato su larga scala. Era un’idea forte: la casa come diritto e come motore di sviluppo economico, attraverso l’edilizia diffusa. Ancora oggi molti quartieri INA-Casa (da Torino a Roma, passando per Milano e Napoli) resistono come testimoni di una stagione in cui lo Stato sapeva coniugare lavoro e dignità abitativa.

Sessant’anni dopo, lo scenario è completamente diverso. Con il “Piano Casa” di Matteo Renzi (poi proseguito da Paolo Gentiloni), il focus si sposta dalla costruzione pubblica al sostegno della proprietà privata. Non più lo Stato costruttore, ma lo Stato garante.

Il cuore della misura era il Fondo di garanzia per i mutui prima casa, gestito da Consap: lo Stato copriva fino al 50% della quota capitale del mutuo, rendendo più semplice per giovani coppie, under 35 e famiglie con redditi bassi accedere a un prestito bancario.

Un’iniziativa che ha favorito l’acquisto, ma con un limite strutturale: non affrontava l’emergenza abitativa di chi non poteva permettersi un mutuo, perché senza reddito stabile o con lavori precari. Inoltre, concentrandosi sulla proprietà, ha trascurato il bisogno crescente di case in affitto a canone sostenibile.
In altre parole: chi poteva comprare, ha comprato con più facilità. Chi non poteva, è rimasto tagliato fuori. Una linea di politica abitativa che ha consolidato l’Italia come Paese “di proprietari”, ma ha lasciato scoperto il terreno della residenzialità sociale.

Sorge spontanea la domanda: che fine ha fatto l’edilizia popolare? Soffermiamoci sul caso di ALER, tenendo conto che situazioni simili valgono anche per i diversi ATC presenti sul resto del territorio e in particolare nelle grandi città, come Torino, dove sono disponibili solo 1.600 alloggi popolari all’anno a fronte di oltre 16.000 domande.
ALER Lombardia (distribuita in cinque ambiti territoriali, tra cui Milano, Brescia-Cremona-Mantova, Varese-Como-Monza e Pavia-Lodi) gestisce un patrimonio residenziale pubblico di circa 106.000 alloggi complessivi, considerando anche quelli dei comuni. A livello specifico, solo ALER Milano amministra 70.947 unità immobiliari.

Nonostante questo patrimonio, nel 2024 risultavano vuoti 38.198 alloggi di edilizia residenziale pubblica, di cui 23.164 gestiti da ALER e 15.034 dai comuni, con un aumento di 5.662 unità rispetto all’anno precedente.

Se da un lato ALER e le altre Agenzie Territoriali per la Casa gestiscono a fatica decine di migliaia di alloggi pubblici, l’offerta privata effettivamente disponibile è insufficiente e frammentata. I risultati? Nelle grandi città, cresce il fenomeno dell’affitto per stanze, con canoni che spesso superano quelli di piccoli appartamenti interi: 700-730€/mese a Milano, 450€ a Torino (con punte superiori nelle zone centrali) – cifre insostenibili per studenti e giovani lavoratori.

La conseguenza è che, per molti, la “stanza” non è un’opzione, ma un obbligo. Un’abitazione subordinata, provvisoria, non progettata per costruire una vita, ma per contenerla. Un trend che peraltro allinea l’Italia al resto d’Europa, dove sempre più le case non sono di chi le abita, ma di grandi speculatori, i cosiddetti landlords, e dove la normalità non è possedere la casa in cui si abita, ma affittarla. C’è tuttavia una grossa differenza rispetto al resto d’Europa. La tendenza al caro affitti, figlia di diversi fattori, è coincisa con una crescita economica più o meno spinta negli ultimi anni all’interno dei diversi Stati Membri, l’Italia resta l’unica invece in cui gli stipendi sono al palo da ormai 30 anni.


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