di Beppe Attene
Così, negli anni della Contestazione e delle prime grandi vertenze operaie, si salutava e augurava il buon 25 Aprile. Esso doveva essere, appunto, “rosso e proletario”.
Non sembri una malinconica rimembranza di un vecchio, ma piuttosto una chiave per aprire alcuni ragionamenti sull’ieri e sull’oggi.
È di tutta evidenza che sembra strano aggettivare in quella maniera un passaggio bellico che precedeva di alcuni giorni la resa dell’Esercito Tedesco e il crollo definitivo della cosiddetta Repubblica Sociale attraverso la Liberazione di Milano.
Su quei giorni e su quelli successivi molte pagine sono state scritte perché molte furono le esperienze di parte italiana in quel periodo tempestoso: dal sogno della “ridotta della Valtellina” alla “macelleria messicana” di piazzale Loreto passando per episodi di giustizia sommaria da una parte e dall’altra.
Più che spiegabile, dunque, che quel passaggio militare sia rimasto simbolicamente presente nella memoria e nella ritualità del Popolo Italiano e delle sue Istituzioni.
Ben diversa cosa è la attribuzione (o la speranza di attribuzione) di due sostantivi aggettivanti come quelli della formula degli anni ’60, e tuttora in qualche modo ancora in vita.
In primo luogo si tratta della attribuzione di una valenza di natura politica a quella giornata come per rivendicare una appartenenza specifica ad una parte specifica, rappresentata dal colore di una bandiera.
Una modalità abile e brillante per cancellare non soltanto la complessità e pluralità dell’antifascismo anche armato ma, forse soprattutto, per tentare di elidere l’apporto largamente decisivo dei non “rossi” a quella definitiva sconfitta dei tedeschi e degli italiani che si resero loro alleati.
In un immenso calderone astorico finivano così, tra gli altri, il II Corpo d’Armata Polacco e la Brigata Ebraica.
Gli uni accusati allora di fascismo e vivacemente contestati nelle piazze e sui giornali. Impossibilitati dal Regime Sovietico a tornare nella loro Patria, si saranno certo chiesti spesso perché avessero contribuito con migliaia di morti a liberare una Nazione senza nemmeno ottenere il diritto a tornare nelle loro case.
Quanto alla Brigata Ebraica, tuttora contestata nel suo diritto a partecipare alla Festa della Liberazione, si tratta del capolavoro di rimozione da parte di una collettività che tuttora dovrebbe chiedersi come ha fatto ad accettare tranquillamente delle immonde leggi razziali.
E che, tutto sommato, quell’ingrato e doveroso compito lo evita accuratamente.
Ancora più complicata avrebbe dovuto essere l’attribuzione di un versante “di classe” a quella fase di guerra guerreggiata che comprendeva al suo interno anche la drammatica guerra civile.
Nella elaborazione marxiana il proletario è l’essere umano che non dispone, per vivere, di niente altro se non la sua forza – lavoro.
Di conseguenza è costretto a venderla all’odiato padrone che non la remunera interamente.
Contadini ed artigiani, fra gli altri, non fanno dunque parte del proletariato avendo qualcosa di proprio da vendere autonomamente.
Peccato che, naturalmente, la lotta, anche armata, contro i tedeschi e i fascisti schierati al loro fianco non abbia conosciuto alcun limite né di ceto né di genere.
L’edificazione del concept “25 aprile Rosso e Proletario” corrispondeva, all’epoca, a due diversi fattori.
Il primo era stato l’azione sistematica e scientifica compiuta dagli intellettuali vicini al PCI di scrivere una storia del mussolinismo e del suo complesso rapporto con l’URSS che coprisse d’asfalto un percorso pieno di silenzi e di connivenze.
L’operazione riuscì in buona parte e consegnò alla opinione pubblica l’idea di una centralità comunista nella lotta al regime, sino al suo abbattimento.
Il secondo fattore era la convinzione che la classe operaia occupata si apprestasse a svolgere finalmente quel ruolo rivoluzionario che l’ideologia le attribuiva come proprio e inevitabile.
En passant, questa convinzione alimentò le differenti forme di terrorismo “di sinistra” di quegli anni.
Si proponevano di mostrare alla classe operaia che ora era possibile farcela.
E quale esempio migliore della Liberazione che perdeva così il suo riferimento alla Nazione per accennare direttamente alla conquista del Potere da parte di una classe sociale e delle sue organizzazioni politiche?
Del resto, l’Italia era ormai uscita dal boom economico degli anni ’50 che era stato sostenuto e facilitato dalle necessità della ricostruzione post bellica.
Esse erano state affrontate grazie al sostegno del Piano Marshall che aveva definitivamente collocato l’Italia nel campo occidentale, consacrato dalla adesione convinta ed efficace alla Nato.
Nel 1963 il primo grande rinnovo contrattuale cui ne seguirono altri, e sempre più intensi e combattuti.
La sensazione che il proletariato di fabbrica stesse vigorosamente entrando nella Storia si coniugò con il Maggio francese, con la contestazione americana e con l’esplosione del nostro Movimento Studentesco inneggiante alla Lunga Marcia di Mao.
Tutti ben sappiamo come andò a finire, anche perché nel frattempo si era dissolta anche l’adesione del PCI a quei valori e a quelle appartenenze cui ci si illudeva di richiamarlo.
Quello che però si disegnò purtroppo allora fu la tendenza (e se vogliamo la autorizzazione) ad annullare il valore collettivo e sovraindividuale dei passaggi di elaborazione e di coscienza nella storia delle Nazioni e dei Popoli.
Iniziò a prevalere una concezione strumentale dei fatti che portò le parti in gioco ad attribuirsene il merito o a combatterne una parte almeno dei contenuti.
Chi ancora oggi si appropria del 25 Aprile per delimitarne i confini e sottrarlo a una qualunque porzione del Popolo Italiano alimenta, talvolta in peggio, la deviazione iniziata una sessantina di anni fa e ci indebolisce tutti nella prospettiva di una crescita civile.
Come ho già ricordato altre volte, il 7 dicembre del 1970 il Cancelliere tedesco Willy Brandt cadde, letteralmente, in ginocchio all’ingresso del Ghetto di Varsavia che i suoi compatrioti avevano devastato pochi anni prima deportandone e massacrandone gli abitanti.
Ma con quel gesto Brandt (che certamente nazista non era mai stato) restituiva all’intero popolo tedesco il diritto al superamento dell’orrore pur compiuto in suo nome.













Commenti
Una risposta a “ROSSO E PROLETARIO”
Illuminante integralmente!!!!!