PROPAGANDA NON è UNA PAROLACCIA

La propaganda è cruciale per la difesa dell’Occidente quanto i suoi eserciti. Pietro Dettori, l’ex stratega del M5S, ci spiega perché in occasione dell’uscita del suo libro.

di Lorenzo Farrugio

Mi vedo con Pietro Dettori, ex stratega del M5S, qualche giorno dopo la sconfitta di Meloni al referendum sulla giustizia. A due passi da Palazzo Chigi, il bar che ci ospita brulica di panche di velluto e commenti sulla fase due del governo. Ma Dettori, che pure ha guidato la comunicazione del principale comitato per il sì, guarda già avanti: da mesi sta pensando a come l’Occidente possa contrastare le campagne di influenza su cui Russia e Cina investono da almeno un decennio per minare dall’interno l’opinione pubblica e i processi democratici di UE e USA. Il 10 aprile è uscito il suo libro in materia “Riconquistare menti e cuori. L’Occidente sul campo di battaglia digitale”, edito da Rubbettino, di cui ci racconta il contenuto in anteprima.

Dettori è l’emblema di chi è sconosciuto al grande pubblico ma ha avuto un forte impatto sulla storia del suo Paese: dal 2012 al 2022 è stato una figura chiave della comunicazione del M5S. La sua riflessione parte dalle intuizioni di Gianroberto Casaleggio che prima di morire lasciò un “piano Seldon” al M5S e nel 2004 si fece spiegare da Howard Dean (guru della 1° campagna di Obama) la forza della Rete per raccogliere soldi e mobilitare persone.

Quello che Dettori dice fin dall’apertura del suo libro è che la propaganda non è una parolaccia. La propaganda non va adoperata come strumento di manipolazione delle masse ma come leva per convogliare le energie di una società verso obiettivi che soddisfino i bisogni diffusi della popolazione. Dettori dice in modo netto che siamo in una “guerra a pezzi” con Russia e Cina, in cui la guerra delle narrazioni non ha un ruolo secondario.

La propaganda è cruciale per la difesa dell’Occidente quanto i suoi eserciti. Se in guerra un popolo si sente sconfitto in partenza, se ha sfiducia in se stesso e nelle sue istituzioni, ha già consegnato la vittoria al nemico: “Non si può vincere una guerra se non si crede di poterla vincere”.

La guerra delle narrazioni non ha come traguardo la verifica di realtà (la lotta alle fake news) ma la definizione di senso: definire cosa è normale per la massa delle persone. Nella cognitive warfare le autocrazie puntano a spostare la finestra di Overton fino a far sembrare “accettabile l’illiberale e impraticabile il liberale”.

Nello scarto tra lentezza delle istituzioni democratiche e bisogni dei cittadini si innesta il successo della propaganda russa e cinese. In Italia come nelle altre democrazie mature, il cittadino sente di non contare niente, di non avere impatto sulle scelte politiche del Paese. Qui Dettori quasi fa eco a Leonardo Morlino che sosteneva che dopo la caduta del Muro di Berlino le socialdemocrazie non fossero riuscite a produrre narrazioni adeguate a un’epoca segnata da rendimenti decrescenti della democrazia rispetto alle travolgenti conquiste materiali del XX secolo.

Dettori mi chiede: «La democrazia degli anni ‘50 era più “reale” di quella odierna?». “No” – risponde – anche se ravvisa lo scollamento delle classi dirigenti, l’atomizzazione della società e il peso crescente dei vincoli esterni. A suo avviso sono le pretese dei cittadini a essere cresciute in virtù del cambio di mentalità portato da internet, che li ha abituati a coinvolgimento e orizzontalità della sfera pubblica. Serve un “rituale” – delle forme istituzionali di democrazia partecipativa – che restituisca al singolo cittadino la consapevolezza di avere un impatto.

Le autocrazie combattono la battaglia delle idee su tre piani: simbolico (appropriarsi di ciò che rimanda a ordine, grandezza e protezione); emozionale (“attivare paure e risentimenti, distribuire colpe”); organizzativo.

Dettori non sorvola sui rischi della propaganda e sul confine labile tra manipolazione e sollevamento del morale collettivo. La sua stella polare è un precedente: durante le due guerre mondiali registi, conduttori radiofonici e scrittori celebri (e.g. T.S. Eliot, George Bernanrd Shaw, Orson Welles) furono reclutati per dare una mano nel tenere alto il morale coi loro racconti “prudenti” della vita al fronte. A questo punto Dettori mi traccia un parallelismo: il cinema nel ‘900 era uno strumento capace di sospendere il giudizio critico degli spettatori attraverso narrazioni drammatiche e seminare sogni e valori. Chi oggi pensa di equilibrare il discorso pubblico dei social con gli editoriali e la tv fa lo stesso errore di chi all’epoca pensava di sovrastare il cinema coi saggi.

Ma i social non ci inebetiscono? Non trovano terreno fertile soprattutto tra chi si istruisce e informa meno? Da sempre i media dominanti hanno cercato di screditare quelli emergenti per cercare di rallentare la loro affermazione. Anche i romanzi nell’800 venivano accusati di distogliere i giovani dalla realtà. Ma contro ogni aspettativa, secondo il rapporto Censis del 2024, in Italia gli utenti di TikTok hanno grado di istruzione, tasso di partecipazione civica e reddito più elevati di chi non lo utilizza.

Dettori sviscera gli elementi imprescindibili per una propaganda vincente: verità; narrazione coinvolgente; valori e temi che risuonino con la quotidianità delle persone (negli USA la frontiera, come muro col Messico e colonizzazione di Marte, l’innovazione tecnologica come superpotere collettivo (vd. Il manifesto del tecno-ottimista di M. Andreessen), la lotta all’establishment che blocca, l’America come modello vincente); coltivazione di un ecosistema di content creator, fandom, gruppi e pagine, che reinterpretino il messaggio e attivino altri utenti.

In questo ambito l’attuale amministrazione USA si serve di tre cerchi concentrici: il Dipartimento di Stato; il Global Engagement Center, che collabora con le Big Tech per contrastare le operazioni di influenza straniere; gli influencer e i media locali sparsi per il mondo. 

Per l’UE, incapace finora di indicare un orizzonte narrativo chiaro e non intermittente, Dettori traccia scenari foschi: il più favorevole prevede la nascita di un’apposita agenzia europea (agile e in raccordo coi Paesi membri), di social network continentali e di influencer europeisti, attraverso fondi dedicati. In alternativa ciascuno Stato potrebbe dotarsi di un proprio apparato comunicativo filoccidentale, col rischio però di distorsione del dibattito in chiave nazionale e utilizzo da parte dei governi non per obiettivi geopolitici ma per rafforzare il proprio consenso.

Io e Dettori veniamo interrotti da un trillo. Il nostro tempo è scaduto. Prima di congedarci, al tavolo a fianco al nostro un senatore dice che gli italiani sono un popolo senza futuro, perché – aggiunge citando Montanelli – “un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa nulla e non si preoccupa di sapere nulla, non può avere un domani”. Sarà vero?