ONORE E ONORABILITÀ

di Beppe Attene

Siamo a circa 33 anni fa, mentre sull’Italia si abbatte quella tempesta antidemocratica che porterà alle susseguenti “Nuove Repubbliche”.

Io, povero socialista, durante un periodico viaggio a Cagliari imparo in patria quel che nella palude romana non sarei mai riuscito nemmeno a intuire.

“Non vi stanno portando via l’onore, ma soprattutto l’onorabilità. E questo è molto più grave”.

Ci voleva l’intelligenza femminile sarda per capirlo ed esprimerlo così chiaramente.

In effetti, l’onore si può perdere e recuperare.

La più volte raccontata storia “Le quattro piume” dimostra che ogni giudizio disonorevole può essere corretto e ribaltato con atti corrispondenti e contrari.

Ma l’onorabilità, quella no. Una volta perduta non la si recupera più.

Abbiamo vissuto (e talvolta continuiamo) un periodo in cui la parola “socialista” veniva pronunciata come se fosse vergognoso anche usarla.

Se avessi aiutato una anziana signora ad attraversare la strada, sul marciapiede si sarebbe diffusa subito un’analisi dei miei lubrichi ed oscuri intendimenti.

E se fossi andato all’AVIS a fare una donazione di sangue si sarebbe pensato che fossi portatore di una malattia impestante da diffondere con quella tecnica.

Quel che però la lezione sarda non poteva neanche essa prevedere, era che la scomparsa della necessaria onorabilità sarebbe diventata il perno strumentale della Italia pulita che si sosteneva, allora, di volere finalmente costruire.

Una ben triste rivoluzione che ben presto avrebbe mostrato i suoi frutti.

Intanto una breve e necessaria premessa.

I pugili, ma anche molti altri sportivi, sanno perfettamente che ridicolizzare (o sputtanare) l’avversario non giova minimamente a chi lo fa.

Se poi vinci, la tua vittoria varrà molto meno mentre se perdi la tua sconfitta sarà molto più grave e vistosa.

I politici (e in generale tutta la classe dirigente) della Prima Repubblica lo sapevano bene.

Non si rivelavano, e non si commentavano, i comportamenti personali di nessuno e non ci si rivolgeva agli avversari se non per il tramite della posizione istituzionale che in quel momento essi ricoprivano.

In quella maniera, tra l’altro, si difendeva quel ruolo per il momento lo si sarebbe magari conquistato.

Ma come spiegare questo elementare concetto a chi ora conquistava il potere ironizzando pesantemente sulla altezza dell’avversario (ora trasformato in nemico) e magari contemporaneamente condannava il body shaming?

Come spiegarlo a chi, in odio alla dialettica democratica, proclamava l’incongruo concetto di “comunità” e dimenticava che ogni eletto in Parlamento rappresenta tutto il Popolo Italiano?

Lo scopo, del resto, era costruire una Nazione in cui l’onorabilità dei singoli sarebbe stato un patetico ricordo se non addirittura un disvalore.

Come giustificare, altrimenti, che un componente del Governo non ritenga di doversi dimettere se risulta imputato di un reato completamente esterno rispetto alla sua funzione politico – istituzionale?

O che, più semplicemente ancora, chiunque possa sostenere tranquillamente fare l’esatto contrario di quel che ha detto e fatto sino ad ieri?

Non serve scandalizzarsi o indignarsi. La cosa è più complessa e significativa di quel che appaia, e disgusti, a prima vista.

Alla difesa, talvolta faticosa, della dignità istituzionale (che aveva comunque caratterizzato la Repubblica Italiana) ha fatto seguito il formarsi di un linguaggio diffuso in cui tutti sanno e utilizzano tutto di tutti, momento per momento e in base alla propria tattica e al proprio interesse.

Il silenzio imbarazzato e colpevole circondò alla Camera il discorso di Bettino Craxi del 3 luglio del 1992 sul finanziamento pubblico dei Partiti.

Ma lo scorrere del tempo presto dimostrò che quegli sguardi abbassati sancivano in realtà una nuova alleanza fra coloro che sceglievano di ignorare, pur da diverse posizioni, il ruolo e il dovere derivanti dall’onore.

Nasceva una nuova Italia, assai diversa da quello che ci aspettavamo.

E, per di più, si modificavano in tal senso i meccanismi di formazione e di reclutamento della classe dirigente.

Mentre il precedente sistema, pur con tutti i suoi limiti, premiava nelle formazioni politiche la competenza e la capacità utili per combattere le proprie battagliee affermare i propri contenuti, nel nuovo contesto diventava rapidamente essenziale la capacità di muoversi nel sottobosco della comunicazione.

La “modalità Corona” risultava di colpo dominante. Il nuovo modello si avvantaggiava ovviamente delle possibilità di comunicazione offerte dalla tecnologia applicata alla dimensione collettiva.

La realtà perdeva di colpo ogni dimensione storica o sociale per limitarsi al “hic et nunc” su cui poter polemizzare e di cui poter incolpare un avversario.

Nessuno poteva più aver fatto errori o avere assunto valutazioni sbagliate. Nessuno aveva più responsabilità in positivo o in negativo: esisteva soltanto la dialettica (chiamiamola così) immediata in cui insultare e colpevolizzare l’altro da sé.

Ovviamente non è così facile dimenticarsi il percorso che una Nazione e un Popolo compiono nel contesto mondiale. Quel percorso è reale, costellato di opzioni, giuste o sbagliate che siano, di bisogni, di culture, di speranze, di disillusioni.

Ma per esistere e riprodursi nel nuovo contesto il potere politico (a destra come a sinistra) deve imparare a infischiarsene se la metà dei cittadini non fa più parte del corpo elettorale e diserta le urne.

Nessuna forza politica si pone il problema della rappresentanza di coloro che oggi non si sentono più rappresentati e chiaramente lo esprimono.

Ciò vorrebbe dire tornare a quella vecchia concezione dello Stato e dell’impegno della politica verso i cittadini.

Non si potrebbe più saltellare da un governo all’altro e urlare oggi il contrario di quel che si è urlato ieri.

E perché poi sognare di tornare alle sezioni, alle rappresentanze territoriali e a quelle economiche e di categoria? Perché complicarsi la vita per stare in  contatto quando ormai tutti abbiamo il telefonino sempre in mano?

È molto più semplice affermare con convinzione di essere una comunity, senza regole di ingaggio e di democrazia interna.

Certo, si somiglia molto a una chat con regole interne inferiori a quelle di una assemblea di condominio.

È molto difficile oggi provare a chiedersi come si uscirà da tutto questo e quanto questa situazione sia alla base anche dello scollamento etico che oggi sentiamo circondarci.

Ma di questi aspetti, forse e magari un’altra volta.