
Correva l’anno 2007
Nolita lancia “No Anoressia” una campagna pubblicitaria potente e geniale realizzata dal grandissimo Oliviero Toscani che ancora oggi fa discutere
Sui muri delle maggiori città italiane compare l’immagine simbolo delLa foto di Toscani , un corpo nudo che sembra uscito da un campo di sterminio.
La protagonista dei mega manifesti è (era) Isabelle Caro, la modella francese diventata famosa al grande pubblico proprio per questa campagna e passata alla storia per la tragedia che la ha colpita e portata alla morte. La Caro offre il proprio dolore all’obiettivo di Oliviero Toscani, che ne cattura la sofferenza in una immagine potentiussima per una campagna intitolata drasticamente “No-Anorexia”. Quella foto divenne il simbolo di una lotta che Isabelle Caro combatté fino all’ultimo respiro.
Isabelle Caro non divenne anoressica perché voleva fare la modella. Inizia a rifiutare il cibo molto prima, a 13 anni. Nella sua biografia parla di un rapporto complesso con la madre, iperprotettiva e soffocante e racconta di una infanzia difficile e triste..
Isabelle insegue comunque il sogno della recitazione e della moda nonostante la sua malattia, spinta da un desiderio di visibilità: voleva che il mondo vedesse cosa facesse realmente l’anoressia ad un corpo, a dispetto del mito molto in voga vent’anni fa della “magrezza chic” propinato dalle riviste patinate.
Quando Isabelle conosce Toscani, pesa circa 31 chili per un metro e sessantacinque di altezza.
“No-Anorexia” è un vero e proprio shock per il mondo della moda, e non solo. Il sodalizio con Toscani porta Isabelle Caro ad essere la ragazza immagine della campagna per il marchio di abbigliamento Nolita, lanciata esattamente durante la settimana della moda di Milano nel 2007. No-Anorexia fu un terremoto mediatico. Toscani maestro della fotografia che scuote le coscienze, ritrae Isabelle senza trucco, nuda, di schiena e di profilo: una immagine spietata che esaltano le ossa sporgenti del bacino della Caro sporgenti, la sua colonna vertebrale simile a una radiografia e la pelle come pergamena. Senza luci “morbide”.
“Mi sono nascosta per troppo tempo” disse Isabelle “Ora voglio mostrare ciò che questa malattia è veramente: un parassita che ti divora viva”.
ISABELLE E OLIVIERO
Oliviero Toscani intese invece costruire una immagine che “denunciasse” come l’industria della moda fosse responsabile della promozione di canoni estetici estremi e malati, e intese farlo utilizzando paradossalmente lo stesso linguaggio pubblicitario che fa la fortuna dei brand e delle maison della alta moda.
Dopo la campagna, Isabelle divenne un volto globale e scrisse un’autobiografia di grande successo dal titolo emblematico “La ragazzina che non voleva crescere”. Partecipò a numerosi programmi TV per sensibilizzare l’opinione pubblica. La sua salute però era ormai compromessa in modo irreversibile: il 17 novembre 2010, all’età di soli 28 anni, Isabelle Caro morì in un ospedale di Parigi dopo essere stata ricoverata per una grave forma di immunodeficienza legata allo stato di denutrizione. La sua morte fu seguita da un ulteriore dramma: pochi mesi dopo, la madre Marie, travolta dal senso di colpa si tolse la vita.
La campagna Nolita rimane ancora oggi un caso di studio nella comunicazione sociale. Oliviero Toscani è stato capace con le sue opere di rappresentare il mondo e di costruire provocazioni straordinarie e geniali sempre accompagnate da opinioni molto discordanti fra loro. No anoressia non fa eccezione, per molti è un atto di coraggio, per altri una cinica operazione commerciale.
Molte associazioni per la cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) criticarono aspramente l’iniziativa. Il timore era l’effetto emulazione: per una ragazza malata, vedere quel corpo non rappresentava necessariamente un monito, ma poteva trasformarsi in un traguardo estremo da raggiungere. L’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria arrivò a vietare il manifesto, definendolo “non rispettoso della dignità della persona”.
L’immagine di Isabelle Caro è impressionante, forse per tempi era troppo avanti, ma ha avuto un impatto davvero eccezionale nell’opinione pubblica di 20 anni fa, in cui le immagine non “belle”, ma “vere” erano l’eccezione.
“LA VERITA NON HA BISOGNO DI PHOTOSHOP”
Oliviero Toscani il genio e provocatore per eccellenza della comunicazione globale, con la campagna “No-Anorexia”supera se stesso e va oltre la semplice provocazione per approdare alla testimonianza civile. Le sue dichiarazioni dell’epoca furono taglienti come le sue immagini, contro il sistema che lo ospitava, cosa che scatenò polemiche feroci.
“Il problema dell’anoressia è creato dalla moda stessa,” dichiarò Toscani durante le numerose interviste per difendere gli scatti. Per lui, fotografare Isabelle Caro non era un atto di sciacallaggio, ma un’operazione di specchio: voleva costringere gli stilisti, i direttori di riviste e il pubblico a guardare il risultato finale della “taglia zero”. Toscani definì Isabelle come una “combattente”, rifiutando l’idea che l’immagine fosse cruda per puro gusto dello scandalo. Sosteneva che la realtà fosse molto più oscena della sua fotografia e che il silenzio dell’industria del fashion fosse la vera immoralità.
A chi lo accusava di cinismo per aver usato un marchio di abbigliamento per veicolare un messaggio così tragico, rispondeva che solo attraverso i canali del consumo si poteva arrivare alle masse. “La pubblicità è il mezzo di comunicazione più potente che abbiamo; perché usarlo solo per vendere saponette e non per sollevare questioni di vita o di morte?”. Toscani rivendicò fino alla fine la scelta di non aver ritoccato le foto: “Quella pelle, quelle ossa, quel volto segnato… sono la verità. E la verità non ha bisogno di Photoshop”. La sua fu una sfida aperta a un mondo che da sempre rimuove la realtà che disturba.
La Ragazzina che non voleva crescere…
“La petite fille qui ne voulait pas grandir” (La Ragazzina che non voleva crescere) è il libro autobiografico della Isabelle Caro. 150 pagine in cui l’autrice scava nelle fondamenta del suo male, rivelando che l’anoressia non è stata una scelta estetica, ma una strategia di sopravvivenza psicologica.
Isabelle racconta i motivi per cui smette di mangiare, la quotidianità del suo corpo che si consuma, i denti che cadono, i capelli che si diradano, la stanchezza cronica che trasforma ogni passo in uno sforzo sempre più insostenibile. Nel libro della Caro c’è il paradosso di una donna che diventa un’icona pubblica di vita sospesa e che cerca disperatamente di ritrovare la sua vita tra le pagine.
“La ragazzina che non voleva crescere” è anche un testamento etico nel quale Isabelle mette in guardia le lettrici contro il fascino ambiguo del controllo sul proprio corpo, smascherando l’anoressia come una prigione dorata che promette onnipotenza e restituisce solo solitudine. È un testo molto utile per capire che dietro questa malattia c’è un trauma familiare e un vuoto d’amore che nessun cibo può colmare.
Isabelle Caro muore dopo pochi mesi, e la sua storia ha rappresentato il vero spartiacque che ha costretto l’industria della moda a guardarsi allo specchio. Negli anni tra il 2006 e il 2010 io mondo della moda è scosso da altri decessi e denunce. Tra il 2006 e il 2007 muoiono le sorelle Ramos e Ana Carolina Reston, poco prima che scoppiasse il caso Caro.
LA TAGLIA ZERO
Il mondo della moda viene messo sotto accusa e per la prima volta si mette al bando l’uso delle modelle sottopeso, le cosiddette “Taglia 0”. Nel 2007 muore di infarto Luisel Ramos, durante la settimana della moda di Montevideo modella uruguaiana di 22 anni, subito dopo aver sfilato, perché, si disse, non mangiava da giorni. La sorella, Eliana Ramos, muore nel 2007, meno di un anno dopo. Anche Elena era una modella. Fu trovata morta a 18 anni nella sua casa, stroncata un attacco cardiaco legato a una grave malnutrizione. Questo dramma scioccò l’opinione pubblica prima sudamericana e poi internazionale.
Sempre nel 2006 la modella brasiliana Ana Carolina Reston muore a 21 anni per un’insufficienza renale causata dall’anoressia nervosa. Al momento del decesso pesava circa 40 chili per un’altezza di 1,74 m. La sua dieta, secondo i media, consisteva esclusivamente di mele e pomodori.
Negli anni successivi, diverse modelle hanno iniziato a denunciare non solo la propria malattia, ma le pressioni sistemiche delle agenzie.
Accanto alle tragedie ci sono i casi più famosi di rinascita. Ad esempio la vicenda di Crystal Renn, che dopo aver quasi distrutto il proprio corpo per mantenere una taglia 34, ha denunciato le torture psicologiche subite e si è reinventata come una delle prime e più famose modelle “curvy” plus-size al mondo, scrivendo il libro Hungry.
Oppure Victoire Maçon Dauxerre, ex modella di punta di Chanel e Dior, che nel 2016 pubblica il libro “Mai abbastanza magra” dove racconta di come dovesse mangiare solo tre mele al giorno per rientrare nei parametri richiesti, denunciando un sistema che “venera la morte”.
ALLEGRA VERSACE BECK
Nel nostro paese ci fu la vicenda di Allegra Versace Beck, la nipote prediletta di Gianni Versace, che a 11 anni alla morte dello zio nel 1997, si ritrovò erede del 50% dell’intero impero Versace, un patrimonio e un potere finanziario, che stravolse la vita della ragazzina e ne condizionò la vita negli anni a venire. Allegra è schiva, si tiene lontano dal gossip, e sparisce per un lungo periodo dai riflettori. Nel 2007 i genitori Donatella Versace e Paul Beck in un breve comunicato annunciano che la “figlia Allegra combatte contro l’anoressia, una malattia molto seria, da molti anni”.
L’annuncio arriva nel pieno del dibattito sulla campagna di Oliviero Toscani “No anoressia” che ritrae il corpo di Isabelle Caro, che poco dopo muore.
In una rara intervista a La Repubblica, Allegra Versace spiega che per lei l’anoressia era un modo per scomparire: ”Volevo non essere nessuno, non essere riconosciuta, non essere cacciata”, da un sistema nel quale si era trovata ma che rifiutava, che nonostante la rendesse ricca. Dopo anni di cure e un lungo percorso di recupero Allegra oggi ha una vita normale, lavora nell’ azienda di famiglia e si dedica all’arte e al teatro, le sue vere passioni.
L’eredità di queste tragedie: Le leggi anti-anoressia
A seguito di questi casi in diversi paesi vennero adottate misure legislative ad hoc. In Francia dal 2017 è in vigore una legge che obbliga le modelle a presentare un certificato medico che attesti il loro stato di salute e l’indice di massa corporea, l’IMC. Israele è stato il primo paese a vietare per legge l’uso di modelle sottopeso nelle pubblicità. In Italia è stato firmato un Manifesto di autoregolamentazione tra il Governo e le associazioni della moda per vietare le sfilate alle ragazze con IMC inferiore a 18,5 o di età inferiore ai sedici ani
Il documento fu siglato nel dicembre 2006 e reso operativo nel 2007.
Il giudizio sull’efficacia di questo manifesto non è univoco.
L’accordo ha avuto il merito di costringere l’industria della moda a prendersi una “responsabilità etica”, rompendo un tabù legato alla malattia psichica. Ha aperto la strada a leggi ancora più severe, come quella francese del 2017 che prevede sanzioni penali e multe salatissime per le agenzie che non rispettano i parametri di salute.
Restano i limiti tipici di tutti i protocolli di “autoregolamentazione”: non prevede sanzioni legali vere e proprie per chi lo trasgredisce, per cui molti intellettuali ed artisti, tra questi lo stesso Oliviero Toscani, lo definirono un’operazione di “facciata” o di “cosmesi politica”. Quel Manifesto resta la prima pietra miliare di un lungo percorso verso una moda più umana e molto più inclusiva











