MA LA CINEMATOGRAFIA È STATA DAVVERO L’ARMA PIÙ FORTE?

Nelle dicerie che costellano la storia più che centenaria del cinema italiano e, per buoni 80 anni. della capitale simbolica di questo potere immaginario, milionario e squattrinato, che è stata Cinecittà, c’è materia per una vasta aneddotica.

Aneddotica che da sola reggerebbe più di un saggio storico, anche un romanzo a puntate.

Mario Pacelli, che è studioso, professore, esperto di istituzioni e di diritto, ogni tanto è tentato a mettere il naso in questa epica controstoria del cinema italiano fatta dall’infinita sequenza delle cose più o meno dicibili a cui può arrivare lo stravagante popolo del cinema.

Stravagante, ma al tempo stesso anche drammatico e sdrammatizzato, come sa esserlo, per fare sintesi delle sue contraddizioni, il popolo romano.

E siccome Mario Pacelli è “romano assai”, il profumo di questa storia parallela ogni tanto lo spruzza nelle sue pagine. Da cui esce per esempio la voce roca e fiorentina di Francesca Bertini che, finito il cinema muto, viene rigorosamente doppiata. O da cui esce Alberto Sordi che per far incazzare Federico Fellini lo chiama nella notte dell’Oscar per dirgli che non hanno premiato lui ma tale Tanio Boccia, un ballerino diventato regista sparagnino, che non sprecava un metro di pellicola e viveva sui costi inferiori alla media per quadrare una produzione.

Ce ne sono altri cento di frammentini così nel saggio storicoCinecittà – La pupilla del Duce” di Mario Pacelli, prefazione di Giancarlo Governi, Graphofeel Edizioni. Ma né l’uno né l’altro hanno messo insieme un libro aneddotico, bensì un appassionato testo interpretativo.

Che racconta una monumentale storia italiana del ‘900, quella di un’industria che non è mai stata veramente tale, di una professione che quasi nessuno ha studiato per farla, di soldi raramente immaginati come investimenti ma abitualmente divisi tra costi coperti pari a fallimenti e ricchezze carsiche accumulate da alcuni produttori, nella quasi certezza di diventare prima o poi rovine personali (dalle vicende della Cines di Pittaluga a Vittorio Cecchi Gori).

Se Mario Pacelli avesse allargato lo spazio aneddotico rispetto alle tante considerazioni che ci consentono di capire i cicli storici di Cinecittà (ed enti connessi) ci sarebbe stata anche la diceria sulla sua fondazione (il 28 aprile 1937) per ampliare il triangolo della rivoluzione audiovisiva italiana che in pochi anni il fascismo pensò, progetto, realizzò e mise al servizio della sua propaganda ma anche del modo italiano di tentare di sognare in grande. Avendo già un’azienda di prodotto (l’Istituto Luce), creando presto le condizioni per un’azienda di formazione (il Centro Sperimentale) e avendo bisogno dell’anello di congiunzione cioè la componente industriale del ciclo produttivo (appunto Cinecittà). Pochi anni dal dire al fare. Un triangolo al tempo potente e competitivo. Un “trailer” più forte della battuta sui treni che arrivavano in orario. “Un progetto globale che investisse tutto il mondo del cinema per assicurare – come facevano tedeschi e sovietici – un vasto sostegno al regime, qualunque fosse il soggetto dei film, da quelli storici ai telefoni bianchi”, scrive Mario Pacelli.

La fondazione di un impero di celluloide

La diceria a cui alludo – che conoscevo per la mia piccola parte avuta in quella storia secolare, ma soprattutto per avere conosciuto familiari di figure storicamente implicate – riguarda appunto la fondazione di Cinecittà. La cui cartolina è diventata la copertina dei libri storici sulla propaganda fascista e campeggia in qualunque enciclopedia. Nel grande pubblico, riunito sulla Tuscolana per stupire la Nazione e il Mondo, si snoda la scritta che traina l’evento: “La cinematografia è l’arma più forte”. Sovrastata dall’immagine di Mussolini chino sulla macchina da presa (frammento che in questo libro fa da cover). Mussolini in persona, quel giorno, vuole avere dal segretario conferma del successo con cui ha vissuto l’evento. E il suo segretario è costretto a dirgli: “Non successo, Eccellenza, grande successo. Peccato che abbiamo poi scoperto che quella frase l’aveva inventata Lenin”.

Mantenendo la sua penna leggera, intarsiando la sua storia di tantissimi nomi, declinando alla fine tutta la filmografia secolare prodotta, girata, comunque finita ad attraversare se non gli studi almeno il formidabile Cinefonico (“dove entra il copione ed esce la pellicola montata”), Mario Pacelli scrive senza dirlo esplicitamente sei libri intrecciati di storia del cinema italiano.

Quello della politica e quello della storia dello spettacolo, intanto, che ne racconta le potenzialità intuite, ne costruisce il software e l’hardware, disegna il modo di alimentarlo come il prezzo da pagare per il suo rendimento sociale e di immagine, lo porta al traino dell’innovazione tecnologica delle comunicazioni, nulla può contro la guerra che lo mette nel mirino dei bombardieri americani che ne annientano una parte rilevante, ma poi – a Repubblica costituita – la nuova politica ne segue la rinascita, ne accompagna una vicenda che mescola Stato e comparse, leggi e chiacchieroni, grandi artisti e sfaccendati, meravigliosi artisti e attrezzisti dialettali, produttori ricchi e falliti, attori Oscar e generici dimenticati. Dunque, una filosofia pubblico-privato che un bel giorno porterà al capitolo delle privatizzazioni, concludendo un’epoca e aprendone un’altra che arriva quando ormai il cinema o è Guerre Stellari o finisce al traino della tv.

In ogni caso chi ama la storia fatta di eventi ma anche di biografie, qui è servito per i cenni che riguardano tre figure chiave: l’ingegner Carlo Roncoroni, costruttore edile di Gallarate poi implicato con il cinema, che costruisce Cinecittà (che prende una brutta pagella); Luigi Freddi, potente direttore generale dello Spettacolo (che prende, tra le pieghe, piuttosto una buona pagella); Giulio Andreotti, che nel dopoguerra trova soluzioni per levare di mezzo le macerie e mettere in piedi le condizioni del credito cinematografico (che sarà il bastione della DC in un settore in cui il sistema degli autori finirà per pendere soprattutto sul versante comunista).

Poi ci sono altri due libri di storia: la storia della costruzione italiana delle narrative e la storia dell’interpretazione italiana dei sentimenti collettivi. Tematiche non riducibili a due righe, per le quali Mario Pacelli fornisce le tracce di quell’incrocio di dimensioni che Giancarlo Governi indica nella prefazione con una pennellata: “il punto di incrocio tra due mondi, quello dorato e quello reale”. Una prefazione che contiene anche la chicca storica – almeno per me che non la conoscevo – della vicenda raccontata da Hal Roach, tra l’altro produttore dei film di Stanlio e Ollio, che aggancia Vittorio Mussolini (figlio del Duce e accanto a lui in tutte le vicende riguardanti il cinema fino ad essere il creatore della rivista “Cinema”, culla di tutto il neorealismo italiano). Mussolini approva la proposta di far entrare dall’inizio MGM nella membership anche finanziaria della costituenda Cinecittà, con un potente piano produttivo approntato. Ma il progetto viene politicamente bocciato a Washington a causa dei patti del fascismo con Hitler e delle avviate norme e politiche antiebraiche, sulle quali – pur richiesto di essere chiaro al riguardo – Mussolini aveva sorvolato come non influenti per la scelta del partner.

E poi ci sono altri due libri di storia che si abbracciano: la storia dell’immagine di Roma e il ruolo del cinema nella storia dell’immagine dell’Italia. Anche qui lo snodo del trattamento fissa il paradigma essenziale del punto di incrocio: “Splendore e miseria della fabbrica dei sogni”.

Ora, più volte il mondo del cinema del dopoguerra ha fatto convegni sull’identità stessa del cinema: arte o industria? Se Cinecittà fosse sorta al posto delle fabbriche dell’Ortica alla periferia di Milano, la storia del cinema italiano sarebbe stata più industriale e meno artigianale? E ancora: se Cinecittà fosse rimasta nell’alveo della torinesità dove il cinema italiano dei primordi aveva cominciato (dal vento francese) a immaginare i cambiamenti del secolo? Torino aveva visto nascere anche la moda, l’editoria, poi la televisione, perdendo poi quasi tutto per strada, salvo l’automobile che ne ha fatto una città diversa da quella dei suoi padri creativi. Ebbene, qui il cinema avrebbe avuto quella solidità culturale che a Roma può anche arrivare a vette elevate, ma può lasciare il campo opportunisticamente anche a sprofondi improvvisi?

Anche in questo caso Pacelli studia la dinamica del reale, non i se. Non si pone queste domande retoriche, ma accompagna l’idea che la grandezza del cinema italiano è stata quella di far convivere stelle e stalle e di rappresentare in modo profondo la metafora dell’identità italiana.

Giancarlo Governi ci aggiunge – con pari realismo – che il destino comunicativo di quella grandezza doveva fare incrociare la storia immaginifica, creativa e in un certo senso pre-capitalistica del cinema con la storia organizzativa, pedagogica e in un certo senso post-capitalistica della televisione. Salvando l’una e l’altra in quanto inimitabile sistema di produzione romano (pur chiudendo la sua prefazione con la battuta sulla “televisione che scimmiotta il cinema ma che cinema non è”).

La parte che l’autore ha chiamato “Verso il buio”.

Non metto il carico della mia anomalia di milanese a Roma per discutere questo difficile matrimonio di cui ho vissuto, appunto con qualche difficoltà, un frammento.

Ma metto il ricordo, ecco, della mia esperienza di direttore generale dell’Istituto Luce, distaccato dalla Rai dal 1982 al 1985, proprio entro le mura di Cinecittà, per ridare vita alla componente produttivo-distributiva del settore. Cioè per portare in fusione l’ormai estinto Italnoleggio, lanciare la prima riorganizzazione dell’immenso archivio e la post-produzione storica, soprattutto per tornare a produrre e distribuire cinema, con 30 realizzazioni in quei tre anni.
Per me un’esperienza piuttosto dura, bellissima, sconsigliatissima a chi non pensa possibile declinare la qualifica di “manager” con le anomalie dell’economia produttiva alla romana (io c’ho l’idea, tu ci metti i soldi, eccetera).

Il contesto del mio vissuto – anche se quegli anni hanno avuto un brevissimo trattamento nel libro – corrisponde molto allo spirito dell’interpretazione complessiva dell’autore.

Autore che racconta la sua di intrusione giovanile in quel mondo, grazie al nonno Macedonio.

Che ne motiva lo sguardo affettuoso, mai caricato né di moralismo né di reprimende burocratiche. Se alla produzione civilmente coraggiosa e artisticamente elevata del neorealismo (da Senso in poi) si deve per qualche anno far posto agli incassi dieci volte i costi di produzione di Giovannona coscia lunga o di Quel gran pezzo dell’Ubalda non si scandalizza. L’età dei “musicarelli” (film fatti da cantanti per trasportare il pubblico di Sanremo nelle sale cinematografiche) c’era già stata, con prima e dopo capolavori di grandi registi e premiati interpreti.

Circa l’epilogo di una storia che nessuno di chi l’ha vissuta vorrebbe chiamare “finita”, saggiamente lo studioso, che misura il rendimento di leggi e istituzioni, alza il legittimo interrogativo e affida la risposta alla creatività genetica in un paese come l’Italia. Un paese che ha il suo lato global da cui dipende un ritorno sempre possibile dell’economia creativa coniugata ad un ragguardevole patrimonio culturale e artistico in un tempo in cui la differenza tecnologica la si compra sul mercato.

Ai posteri l’ardua sentenza.

1 La citazione introduce in ex-ergo i due volumi Cinecittà tra cronaca e storia 1937-1989 a cura di Franco Mariotti, citati nella bella bibliografia del libro di Mario Pacelli, che, come capo del Dipartimento per l’Informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pochi anni dopo aver lasciato l’ufficio nelle mura di Cinecittà, ho ritenuto degnissimi per inaugurare la collana “Il tempo e le immagini” della linea editoriale della Presidenza del Consiglio, realizzati – con coordinamento editoriale di Angela Iannitti Piromallo e grafica curata da Fulvio Ronchi – dal Poligrafico dello Stato.


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