L’UNICA COSA CONTRO NATURA È L’ANANAS SULLA PIZZA

di Diego Castagno

Che al Pride ci sia tante gente, di tutti i tipi e le età non fa notizia, ma credo che 150.000, centocinquantamila, persone in corteo in un afoso sabato di giugno sotto la Mole invece faccia notizia, eccome!

Per capirci, in occasione del primo maggio e del 25 aprile, a Torino la media è stata di 10 mila persone. I numeri del Pride invece sono quelli dei concerti delle star nazionali ed internazionali. E comunque la si voglia pensare, al corteo c’era energia e creatività.

Il Pride torinese è una sorta di prova generale per l’Europride 2027, la manifestazione che si terrà in giugno il prossimo anno sotto la Mole e che per una settimana riempirà la città di eventi e iniziative a tema.

Tra l’altro, per chi ha visto nascere il Pride in tempi non sospetti (quando sia era in quattro gatti con l’Arcigay, il Maurice e i Radicali), vedere oggi il corteo fa un certo effetto, e il fatto che non ci sia più solo l’avanguardia o l’intelligenthia, ma anche famiglie, nonni, nipoti e umanità varia, insomma tutti assieme, è un’altra grande notizia. O da un altro punto di vista, un grande successo culturale per una rivoluzione che fino ad ora sta funzionando.

Il Pride va di moda perché è davvero un evento contemporaneo, che interpreta e dà voce alla diversità. A tutte le diversità. Veniamo da un periodo storico in cui al noi si è sostituito l’io, la persona; poi, nell’ordine, l’individuo e il singolo. Ora siamo in una fase in cui serve cercare nuovi strumenti per tenere assieme le persone nella loro diversità, nuovi patti sociali e nuovi paradigmi.

La comunità dei diversi però non è quella che si ottiene assimilando, leggi il nostro mitico generalissimo eurodeputato, o neutralizzando le diversità. Ma quella che crea comunità e destini comuni. Un po’ come diceva Edgar Morin, venuto a mancare da poco, uno dei grandi critici dell’assimilazionismo della Francia post coloniale, un modello seppellito da rivolte e anni di fallimenti imbarazzanti nelle banlieue francesi e non solo. Ed un po’ come dice la Rosy Braidotti, quando parla della fluidità e dell’identità che non esiste se non in relazione all’altro, o se potenzialmente è capace di diventare d’altro. La complessità non si assimila, e non esistono i modelli. Con buona pace del generalissimo europarlamentare.

Tornando ai 150mila, mi ha colpito, più che altro per i miei ricordi giovanili, vedere gli scout cattolici al corteo, pensando a come era quel mondo fino a 30 anni fa. Un cambiamento velocissimo e davvero sorprendente di cultura, visione e prassi. La vera sfida culturale ora è socializzare, tenere assieme e costruire appunto un destino comune, come diceva Morin. In una società che non è più liquida, ma complessa e sempre più fluida.

PS: Spezzo una lancia anche per l’ananas sulla pizza, che a me non piace, ma evviva la diversità!