LO STADIO SAN SIRO: DAL MECENATISMO AL BUSINESS

La trasformazione del gioco del calcio dal mecenatismo al business in stile americano è un sogno ricorrente che non si è mai trasformato in Italia ed in Europa in realtà: i “ricchi scemi” stile Moratti e Achille Lauro in Italia o Santiago Bernabeu in Spagna non buttavano i soldi nelle squadre di calcio, come pensava il fondatore del Coni e dello sport italiano nel dopoguerra Giulio Onesti, ma utilizzavano la popolarità acquisita nel calcio ai fini della scalata al potere economico e sociale.

Silvio Berlusconi, principale autore del primo salto nel business del pianeta calcio con i diritti televisivi, alzò di tre ordini di grandezza le cifre dei conti del calcio, mantenendo però in un altro settore, quello della televisione, il conto economico attivo e soprattutto portando anche l’investimento nel calcio a supporto di una scalata politica; il modello spagnolo e tedesco degli “azionariati popolari” di Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco ha trovato nell’edilizia urbana (famosa la trasformazione del centro di allenamento del Real Madrid in terreno edificabile, che segnò il decollo delle aziende del presidente Florentino Perez e l’arrivo dei “Galacticos” a costi che nemmeno Berlusconi poteva permettersi più) e nel mondo della finanza e assicurazioni l’entrata collaterale per giustificare il “panem et circenses” continentale.

l’ulteriore salto di ordine di grandezza negli investimenti del calcio, quello che ha messo fine alla generazione dei presidenti-padroni, è stata determinata dall’ingresso della geopolitica, vale a dire dell’idea degli oligarchi russi come Abramovic e degli sceicchi arabi del petrolio di conquistarsi spazi e favori nel mondo occidentale europeo attraverso l’ingresso nei club storici decaduti o mai decollati come Chelsea, Paris Saint Germain, Manchester City.

Il parallelo intervento di business man e compagnie americane che hanno pensato ad approfittare del grande giro di denaro che si andava determinando, tutto centrato su marchi storici inglesi come il Manchester United o piazze potenzialmente di grande appeal mediatico come Roma, ha creato l’illusione che il calcio fosse diventato business come i tre grandi sport americani gestiti da Nba, Nfl e Mlb, dove il fattore sportivo ed agonistico è uno solo degli elementi in gioco, le franchigie cambiano città e mercato di riferimento come gli americani cambiano casa nel corso della loro vita, spostando il tutto su un mercato globale e guardando alla Cina ed all’Asia come opportunità di crescita.

Questo mix è alla base del modello della Premier League inglese, che genera la maggior parte degli introiti da mercati fuori dall’Inghilterra con i quali ha integrato e parzialmente sostituito il denaro dei russi (ma non quello degli sceicchi del City o Psg, che restano i principali finanziatori mondiali del pianeta calcio), favorito ovviamente dalla cultura anglosassone dominante su tutti i mercati e non solo quello del calcio.

Lungi dal prevedere i rischi intrinsechi di questo modello, evidenziati dal Covid e dalla caduta verticale degli introiti dal mercato, in Italia si è cercato di afferrarne alcuni elementi (i ricavi dal marketing e dallo stadio) “mixandoli” con tradizionalissimi adattamenti italiani (il business collaterale edilizio, la richiesta al pubblico di finanziare con concessioni i “circenses” offerti…) ma senza un reale pensiero strategico, così come in passato recente l’occasione del fiume di denaro proveniente dalle televisioni è andato a finanziare lo star system e soprattutto il sottobosco collegato e non certo a costruire bilanci sani a sostegno dell’attività sportiva. calcio italiano e calcio europeo

L’analisi storica dei bilanci delle società italiane di calcio dimostra come negli anni si sia incrementato soltanto il giro d’affari, mentre i conti economici hanno continuato a registrare risultati negativi o pari a zero.

 Come ricorda Marco Vitale nella postfazione al libro di Mario Nicoliello “L’azienda calcio in Italia alla ricerca dell’economicità”, “la salute del calcio italiano nell’aprile 2021 non è tanto diversa da quella che era nell’aprile 2001. Eppure, in questi venti anni sono successe tante cose positive e negative, ma il saldo è quello che ho sopra illustrato. Il fatto nuovo principale è l’esplosione dei diritti televisivi che salgono dai 200 milioni di lire del 1995-96 al miliardo e cinquanta milioni dell’anno 2000/2001. Nonostante questo grande introito televisivo che continuerà a crescere e che inciderà profondamente sul mondo del calcio, come “doping televisivo”, la maggior parte delle società calcistiche continua a navigare in cattive acque.

A queste considerazioni si consideri  il comportamento ben differente delle altre leghe europee maggiori – Premier, Bundesliga e Liga –  sia in termini di impiego di quelle risorse che di sviluppo del business : il costo dello star system si è incrementato in valore assoluto, attirando i migliori giocatori del pianeta nelle proprie squadre e facendo da innesco per una esplosione degli stessi ricavi televisivi, al punto che l’incidenza percentuale del costo del personale è rimasta sostanzialmente al di sotto del 50% dei ricavi, contro l’80% e oltre della Serie A, scavando il fossato di competitività anche sul piano sportivo e della qualità dello spettacolo offerto che viene denunciata dai club milanesi e attribuita alla  mancanza di uno stadio adeguato.

I maggiori club europei hanno avviato all’inizio di millennio l’operazione di rinnovo e rilancio degli impianti e dello spettacolo offerto, impiegando proprio quelle risorse incrementali derivanti dalla vendita dei diritti televisivi e con una programmazione che ha scontato per diversi anni una minore competitività del club impegnato nell’investimento attraverso un drastico ridimensionamento e controllo delle proprie spese : esemplificativi a questo proposito il caso dei club inglesi dell’Arsenal e del Tottenham che per oltre un quinquennio non hanno praticamente fatto mercato di acquisto di calciatori e sono rimasti nelle posizioni di rincalzo del proprio campionato.

Aiuto di stato: ma non ne parliamo 

Il calcio italiano nello stesso periodo ha dedicato molte delle proprie energie imprenditoriali nel cercare senza risultati apprezzabili una ripartizione più equa degli introiti televisivi, per lungo tempo limitati al solo mercato italiano e provenienti da un duopolio televisivo che è terminato solo con lo sviluppo rallentato rispetto ai maggiori paesi europei dei sistemi digitali. 

Altrettanta energia e potere di influenza è stata impiegata nello stesso tempo nel cercare aiuti ed appoggi dallo Stato per “salvare” le squadre in difficoltà.

Ancora dal libro di Nicoliello : Parte allora la sequenza dei provvedimenti assistenziali per sostenere le società calcistiche. Il primo è il D.L. n. 138 dell’8 luglio 2002 convertito in legge n.178 dell’8 agosto, denominata “Legge antinsolvenza”.  E’ questo il provvedimento che permette, tra l’altro, il salvataggio della Lazio che vede rateizzare in 23 anni un debito tributario di 107 milioni di euro. E’ evidente la domanda da rivolgere ai sostenitori della piena equiparazione dei club Spa calcistiche alle normali imprese: sarebbe stato possibile a una qualunque impresa manifatturiera un trattamento simile a quello riservato alla Lazio e in che cosa consiste la differenza?”.

L’emergenza Covid è stata una nuova occasione per introdurre una nuova sostanziale deroga al sistema fiscale e contributivo valido per tutte le società: dopo i decreti del 2020 e 2021 che avevano congelato i versamenti contributivi , il recente Decreto Aiuti del governo Meloni, accogliendo un emendamento del neo  senatore Lotito, presidente della Lazio, le scadenze cumulate di 480 milioni di dicembre 2022 potranno essere dilazionate in cinque anni.

Ancora una volta, sotto il manto delle oggettive difficoltà derivanti dal Covid e che in particolare hanno messo in ginocchio le società minori e semiprofessionistiche, si sono parzialmente occultate altre difficoltà relative alle differenti proprietà di serie A in difficoltà o indebitate – tanto che il presidente americano  della Fiorentina Rocco Commisso ha duramente polemizzato per una forma di concorrenza sleale con alcuni suoi colleghi ( e forse  non casualmente principalmente con i due club milanesi) che sono rimasti indietro con i versamenti al fisco ma hanno operato sul mercato ed hanno garantito cachet alle proprie stelle per restare competitivi.

Infine, a costo di essere accusati di “populismo”, non possiamo dimenticarci che la maggior parte di questi contributi sono relativi ai compensi ultramilionari delle rose di calciatori più importanti e in generale al costo dello star system, che non ha certo proceduto ad una contestuale rateizzazione : anzi, per meglio dire, pare che lo abbia fatto, come nel caso della Juventus, incorrendo in una serie di disavventure nella redazione del bilancio sul quale perfino la dormiente Consob ha ritenuto di dover aprire un procedimento sanzionatorio tuttora in corso.

E’ in questo quadro che nasce la cd “legge stadi” e con essa, a Milano, la richiesta delle società di calcio milanesi Milan e Inter, con proprietà straniere e non particolarmente trasparenti come catena di controllo, di costruire un nuovo stadio con allegati alcune centinaia di migliaia di metri cubi di costruzioni.

Il mio regno per uno stadio (i ricavi da..)

Con una singolare impostazione comunicativa, Inter e Milan dopo anni di falliti e alternativi progetti di ricollocazione in un nuovo impianto per non convivere nello stesso impianto, denunciavano l’improvvisa vetustà ed obsolescenza dello Stadio Meazza .

Nonostante fosse stato recentissimamente oggetto di investimenti di alcune decine di milioni di euro pubblici che lo hanno reso “a cinque stelle” per l’Uefa, quindi uno dei pochi stadi europei in grado di ospitare finali europee e mondiali ed eventi internazionali, nonché proposto come sede della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali 2026 assegnate a Milano, la competitività dei due club ambrosiani si è scoperta irrimediabilmente compromessa per mancanza di sufficienti ricavi da stadio. Da qui l’avvio della procedura che ci ha portato ad oggi.

Ma i ricavi aggiuntivi dove sono?

Prima ancora di vedere di quali sono i valori incrementali “indispensabili” di cui si parla, dobbiamo dolorosamente notare che questi valori …non sono previsti dal Pef presentato se non in vaghe e nebulose asserzioni senza nessuna argomentazione a supporto.

Come dimostrato nelle valutazioni economiche e dalle puntuali critiche portate nel Dibattito pubblico e che ritrovate nell’analisi di Riccardo Antonioli, l’aleatorietà al limite dell’inesistenza di una risposta all’asserita carenza di ricavi per i club è ben spiegata da Francesco Ceci quando afferma che “Il valore economico del Progetto è nullo” ! Infatti “pur prescindendo dalla ricostruzione dei risultati economici e finanziari contenuti nell’allegato e accettando apoditticamente che il rendimento “reale” sia effettivamente pari al 5,5% annuo, non si può non rilevare che il valore economico attuale del Progetto, stando agli stessi proponenti(..) è esattamente uguale al costo stimato, rappresentato dal WACC, anch’esso assunto pari esattamente al 5,5% annuo”.

Se dall’investimento generale non scaturiscono utilità economiche che teoricamente si potrebbero riversare con un atto di liberalità nei bilanci dei club, i ricavi incrementali sono quindi esclusivamente quelli previsti dal piano.  In base alle stime del PEF per l’anno 2030 (anno previsto di fine dei lavori e quindi di entrata a regime dell’attività economica) si prevede un reddito ante-imposte di €28 mln. Questo è il reddito netto per entrambe le squadre. Ciascuna squadra ricaverebbe pertanto un reddito netto inferiore al costo di un medio giocatore e comunque certamente non in grado di coprire il gap di competitività di cui si parla.

Sui ricavi dei cosiddetti “match day” non ci sono valutazioni nel piano finanziario, ma si dice che “non sono considerati i ricavi monetari che restano nella disponibilità dei club per le attività sportive” ma “nella realtà invece (…) concorreranno alle entrate della Spv, salvo poi essere retrocesse” .  Non sembra possibile prendere in seria considerazione questo strano sistema di “sliding doors” contabile nemmeno accettando l’inaccettabile indeterminatezza dell’identità giuridica degli effettivi proponenti.

Il calcolo esposto dai proponenti, del resto, prevede di raggiungere un reddito netto extra botteghino di 67 milioni nell’anno 2110 (!), ultimo anno della concessione novantennale, vale a dire 33,5 milioni per ogni club.

Non è chiaro in ogni caso come questi ricavi netti possano concretamente riversarsi nei disastrati bilanci dei club anche solo per un parziale sollievo, dal momento che l’ipotesi del Piano è quella di vincolare tutti i flussi ed i ricavi all’investimento immobiliare complessivo, che farà inevitabilmente capo a soggetti ed investitori diversi dai club stessi.

Ma quanto ti serve? Poi vediamo…

Mario Bellinazzo, economista molto vicino ai club milanesi, in un articolo sul sole 24 ore sostiene che nel 20/21 gli incassi da stadio dell’Inter sono stati 37 milioni e quelli del Milan 32, “insufficienti per raggiungere equilibrio”, per il quale ne sarebbero necessari 100 e “possibili solo con il nuovo stadio”. I 14 milioni a testa del 2030 che “lievitano” a 34 nel 2110 non sembrano però  essere la giusta medicina per i bilanci malati di perdite di centinaia di milioni di euro all’anno.

Viene il sospetto che il Piano presentato e oggetto dell’attuale discussione sia esclusivamente finalizzato a soddisfare i parametri formali di una procedura pubblica sempre un po’ nostalgica dei Piani pluriennali che rinviano la verifiche sulle previsioni attive possibilmente alle generazioni future, riservandosi di azionare le classiche revisioni, riserve e riformulazioni non appena i tempi saranno favorevoli.

Nota ancora infatti Francesco Ceci che a  conclusione dell’analisi economica contenuta nell’Allegato che “i Promotori ritengono che il progetto sia sostenibile, assicurando la corrispondenza tra ritorno stimato dall’investimento e il costo del capitale”. Purtroppo tale certezza è subito dopo mitigata: “Non possiamo escludere che ulteriori effetti “esogeni” sull’andamento dei costi o sulla domanda possano far cambiare la situazione richiedendo misure compensative finalizzate a riequilibrare la “sostenibilità” del progetto.”

La certezza più che la possibilità è che i club calcistici chiedano un numero significativo di interventi e cambiamenti sostanziali nel rapporto con il Comune nel corso di un contratto/convenzione di questa lunghezza ed importanza, come è successo più volte nella vita dell’attuale convenzione, che prevede per le squadre oneri correnti pari a qualche milione di euro all’anno e nessun investimento a proprio carico.

In forza di un articolo della convenzione vigente i club nel caso di mancata fruibilità dello stadio per causa di forza maggiore possono chiedere una riduzione proporzionale alla diminuzione dei ricavi derivante.

 Nel corso di oltre venti anni di contratto l’articolo è stato invocato diverse volte, l’ultima in occasione della crisi covid .

In questa ultima occasione, il Comune ha riconosciuto uno “sconto” di 2,9 milioni di euro per il 2020 e di 800 mila euro per il 2021, decisione contestata in via giudiziale dai club stessi e sulla quale è tuttora pendente il giudizio. Si noti che per evitare la norma che impedisce l’accesso alle procedure e successive convenzioni pubbliche ai soggetti che abbiano in corso una controversia giudiziaria con l’Amministrazione pubblica, i club ed il Comune hanno raggiunto un accordo di congelamento del pagamento della somma in contestazione garantito da fideiussione della parte privata in attesa della decisione finale del giudice, attesa per il prossimo anno..

Né la parte investimenti è meno a rischio di richiesta di cambiamento in corso d’opera: del resto, forzando una interpretazione del contratto,  già la quota di cinque milioni di investimenti sullo stadio che costituiscono la metà del canone annuo è stata destinata a interventi  su progettazione, esecuzione e controllo interamente dei club (si tratta di oltre cento milioni di euro in venti anni), dalla preparazione dei famosi “sky box” ai seggiolini .

Di più, in occasione della necessità di adeguamento per ospitare la finale di Champions League del 2016, per il conseguimento della famosa qualifica Uefa di “stadio a 5 stelle” in grado di ospitare le finali (attualmente sono circa 20 gli stadi con questa qualifica, Meazza fra questi), il costo dell’investimento straordinario di 22,5 milioni fu interamente sostenuto dal Comune e non dai club che gestivano lo stadio (e incassano l’”affitto” da Uefa nell’ occasione) .

i numeri dei bilanci dei club

Bellinazzo riporta però anche ulteriori indicatori molto interessanti: quantifica in 785 milioni complessivi la perdita di ricavi per effetto del biennio da Covid che, a suo parere, hanno affondato i conti delle due società. Il giornalista ricorda anche che i conti delle due società sono in rosso profondissimo da molti anni, per effetto “delle gestioni precedenti” (quelle Berlusconi e Moratti) per le quali le nuove proprietà hanno immesso “a vario titolo” circa 700 milioni nel Milan e ca 800 nell’Inter.

Comunque, a dimostrare la buona amministrazione delle nuove proprietà, Bellinazzo ricorda che hanno portato i ricavi a livelli record (rispettivamente 439 milioni e 350 milioni), in parte grazie al mercato giocatori concluso in attivo (60 milioni media annua per l’Inter e 20 milioni per il Milan) e riportato nei limiti del parametro Uefa del 70 per cento dei costi della rosa dei giocatori sui ricavi  .

Sono necessarie alcune osservazioni puntuali su ciascuno di questi numeri:

Le perdite da Covid si suppone siano essenzialmente quelle legate alle entrate da stadio, che nell’anno 2019 erano però inferiori ai 40 milioni/anno, mentre la voce diritti televisivi (quella di gran lunga principale fra le entrate caratteristiche) non ha subito alcuna flessione. E’ francamente difficile attribuire l’intero ammontare delle perdite del biennio alla sola emergenza Covid, considerando che, come ricorda lo stesso Bellinazzo, le “società soffrono di perdite pesanti da molti anni”

L’investimento di queste notevoli cifre non è esattamente andato a “migliorare la competitività delle squadre”: infatti comprende la somma di acquisto andate ai precedenti proprietari ( 303 milioni per il fondo Elliot importo del prestito non restituito da parte del misterioso cinese Yong gon li con conseguente escussione del 100 % delle quote Milan e ca 130 milioni per l’Inter),che sono ovviamente il costo dell’acquisto dei Club e non un investimento nei Club

I 400 milioni di Elliot immessi nel Milan sono stati un prestito oneroso, parzialmente convertiti per 129 milioni di euro in aumento di capitale, che sono stati sufficienti ad azzerare l’indebitamento finanziario verso le banche e, apparentemente non risultanti nell’ultimo bilancio come tali, se non sono stati utilizzati per copertura perdite pregresse potrebbero essere stati legittimamente restituiti forse in occasione della trade verso la nuova proprietà RedBird nei mesi scorsi

I 600 milioni di Suning immessi nell’Inter sono stati iniettati quasi tutti in modalità di prestito oneroso, a tassi del 50 per cento maggiori rispetto a quelli di mercato, negli ultimi tre anni a seguito della crisi finanziaria della capogruppo cinese provenienti a propria volta dal prestito Oak Tree e non da fondi propri. Il prestito da Suning ed il bond emesso dal club di circa 400 milioni hanno determinato interessi passivi di oltre 40 milioni nell’ultimo anno: incidentalmente, più o meno lo stesso ammontare degli “insufficienti” ricavi da stadio …

Nel caso dell’Inter, quindi, ridurre   con investimento di capitale l’indebitamento corrente di circa 700 milioni darebbe benefici al bilancio molto superiori ed immediati rispetto al complicato impegnarsi in una operazione rischiosa ed onerosa come quella dello stadio: un club che ha fatto aumenti di capitale esclusivamente come conversione del finanziamento soci oneroso quando l’incidenza della perdita sul capitale sociale era tale da compromettere la continuità aziendale ed ha migliorato i ricavi essenzialmente con le plusvalenze da trading sui giocatori di 60 milioni all’anno che si ritiene di dover ripetere ad ogni sessione di mercato (quindi di fatto diminuendo per scelta la competitività della squadra) non è esattamente in grado di legare le proprie sorti economico finanziarie ad un investimento complesso ed ad altissimo rischio superiore al miliardo e con sviluppo ultratrentennale.

L’incidenza dei costi annui per la rosa dei giocatori pari al 70 per cento dei ricavi più che una scarsità di ricavi indica un eccesso di spese: il confronto con i club inglesi, presi di solito come modello, è con un 40% di incidenza, che sale al 45 % se si simulasse una riduzione degli incassi da stadio ai valori di Inter e Milan. Significa che resta una differenza del 25% sui costi rispetto ai club modello, astrattamente tra i 70 e i 100 milioni per ciascun esercizio: di nuovo, molto più dell’asserito, sperato e mai dimostrato beneficio atteso dall’operazione nuovo stadio per i club.

il patrimonio immateriale

La cifra di 100 milioni come obiettivo necessario è quanto dichiarato in varie occasioni dall’amministratore del Milan, sulla base di un confronto (non verificato) con gli incassi del Liverpool, che peraltro li realizza in uno stadio antichissimo come Anfield Park di cui è di qualche utilità leggere da Wikipedia la storia della ristrutturazione:

A causa di problemi nell’espansione dell’impianto oltre i suoi limiti fisici (come detto, fu necessario eliminare una strada laterale nel 1992 per allargare una tribuna) era stato previsto un trasferimento del Liverpool verso un nuovo stadio, il cui piano, originariamente approvato nel febbraio del 2005, avrebbe dovuto essere sottoposto entro 12 mesi al consiglio municipale della città di Liverpool. Il piano fu approvato dalla città l’11 aprile 2006. Quando si prospettò la necessità di dotarsi di un nuovo impianto più capiente, fu suggerito di costruire un nuovo stadio sull’area di Stanley Park, il primo campo da gioco di Liverpool, e di dividere il campo e la gestione delle spese con l’Everton, sul modello degli stadi italiani che ospitano due squadre della stessa città, ma l’idea non venne approvata dal consiglio d’amministrazione del Liverpool nel 2005. Il progetto del nuovo stadio fu poi abbandonato, in quanto il club fece sapere che il legame tra squadra e stadio è imprescindibile perché racconta una storia lunghissima, lunga 120 anni.

La Main Stand nel 2015

Nel 2014 il City Council di Liverpool ha approvato il piano per aggiungere 8 300 posti alla tribuna Main Stand e 4 800 alla Anfield Road Stand. Il Liverpool infatti ha ottenuto l’autorizzazione per varare il progetto da 100 milioni di sterline che porterà ad aumentare la capienza dello stadio di Anfield dagli attuali 45 362 posti fino a 59 000. I lavori per la nuova Main Stand sono iniziati nel 2015 e si sono conclusi nel 2016, inaugurando la nuova tribuna alla quarta partita di campionato il 10 settembre dello stesso anno.

La nota sul “legame inscindibile” dichiarato dal Cda del Liverpool  e dalla sua proprietà americana (Gruppo Fenway) conferma un modello di gestione di un club fortemente connotato dal territorio, attento ai valori simbolici ed al patrimonio immateriale costituito dalla tifoseria e dal legame con la storia e della città: se il dr Scaroni vuole assumere un modello di gestione economica e sociale, non può operare secondo un personale “cherry picking” proponendo il risultato di uno stadio di proprietà di una sola squadra e omettendo di dire che si tratta di una ristrutturazione di un impianto del 1892 che presenta tuttora la struttura originaria, a partire dal famoso “muro della Kop”.

Le proprietà attuali di Inter e Milan farebbero meglio a studiare la politica adottata da quella del Liverpool come proprietà straniera di un club storico che non rinuncia ad esercitare i propri diritti e doveri imprenditoriali : è di questi giorni la notizia che il Gruppo Fenway ha messo in vendita la proprietà per chiudere un investimento durato quasi quindici anni, per una somma di oltre 4 miliardi di euro che potrebbe garantire una plusvalenza più che interessante .

Capirebbero che ai valori materiali va aggiunto e considerato il valore patrimoniale immateriale della zona e dell’area: il nome e lo stadio di San Siro Meazza è tra i luoghi ed i nomi più conosciuti al mondo, come il Maracanà, Bernabeu, Wembley e pochi altri ed è il secondo “monumento” più visitato della città dopo il Duomo. 

Non sfugge a nessuno che non è esattamente la stessa cosa realizzare un intervento centrato sul “patrimonio sportivo” a San Siro o a…San Giovanni, anche dal punto di vista dei valori “materiali” in gioco.

La considerazione sul patrimonio storico ed immateriale di un luogo o di una attività sportiva non è una considerazione da nostalgici ma, come dimostra la vicenda Superlega affossata dalla rivolta dei tifosi inglesi avallata dal premier certo non comunista Boris Johnson, è tutt’altro che un dettaglio e riguarda anche e soprattutto la proprietà delle squadre di calcio Inter e Milan che, come tutte le squadre europee, hanno un legame inscindibile e maggiore rispetto alla proprietà azionaria ed alla gestione con la storia delle città e delle comunità.

Questo principio è già sancito, per quanto in maniera contraddittoria e faticosa, dal nostro ordinamento attuale proprio riguardo alla gestione dei titoli sportivi (che non sono niente altro che la personificazione della “storia” di una società calcistica) in caso di crisi proprietaria di una società calcistica.

Il “Decreto Salva Calcio” del 24 dicembre 2012 n. 287 (convertito in legge n. 27 del 21 febbraio 2003) protegge i bilanci delle Calcio SpA dagli effetti per le imprese normali in caso di perdite previsti dal Codice civile, derogando ancora una volta  all’equiparazione tra SpA Calcio e altre SpA ( e quindi non si capisce perché il Comune invece dovrebbe attenersi rigidamente a principi di “mercato” che nessuno applica in nessuna parte del mondo)  e per regolare tra l’altro con  il cosiddetto lodo Petrucci  il passaggio del titolo sportivo ad un nuovo soggetto.

La cosa più interessante di questo provvedimento è che, nella procedura dallo stesso prevista, fa capo l’esigenza di “non perdere il patrimonio sportivo cittadino” e che nell’attribuzione del vecchio titolo sportivo appartenente alla società fallita ad una nuova società, la decisione su a chi attribuire tale titolo spetta alla FIGC ma “sentito il sindaco della città”.

Si afferma il tema che una squadra di calcio non è un puro business, ma è soprattutto “un patrimonio sportivo cittadino” che appartiene a tutta la città e che va tutelato, costituendo quindi un interesse pubblico che va tutelato.

E’ in base a questo principio che si potrebbe avvalorare  l’interesse pubblico nel tutelare la competitività dei Club cittadini  assicurando la possibilità di usufruire di un impianto adeguato ma anche collaborando al consolidamento patrimoniale e societario, con procedure di tipo concertativo in luogo di quelle concessorie.

Detto con altre parole, collaborando e cercando di contemperare gli interessi e le esigenze in campo e non cercando di operare con uomini chiamati cavilli…

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