LA GUERRA IBRIDATA E L’EUROPA

di Beppe Attene

La parola è brutta, ma dovremo probabilmente abituarci ad usarla (per quanto malvolentieri). La “ibridazione” della guerra è un procedimento che si svolge nel tempo. Chi vi si dedica e la attua ne modifica sistematicamente i contenuti e gli obiettivi alla luce dei risultati ottenuti nelle fasi precedenti. Alla valutazione tattica si aggiunge, naturalmente, quella delle modifiche nelle culture diffuse e nelle percezioni collettive rispetto a quanto sta avvenendo. Per questo è necessario comprendere laicamente il processo e, di conseguenza, adeguare la capacità di reazione.

            I presupposti che guidano l’ibridazione della guerra sono essenzialmente basati sulla possibilità di modificarne il linguaggio e l’operatività alla luce delle innovazioni tecnologiche resesi disponibili nel corso del tempo.

La prima modificazione riguarda la rinuncia alla “dichiarazione di guerra”.

Codesto atto formale implicava il riconoscimento del nemico come legittimo avversario, detentore del Potere su uno specifico territorio.

Non casualmente non si usava nelle conquiste coloniali che fingevano di considerare quel territorio come res nullius.

Ora l’aggressione può essere anche preannunciata ma il suo attuarsi viene presentato come avvisaglia o minaccia, anche quando implica distruzione e morte.

In molti casi, come vedremo, l’attacco può essere persino attuato in forma apparentemente anonima.

            La seconda caratteristica della guerra ibridata consiste nel coinvolgimento della popolazione in borghese e, in teoria, non combattente.

Per secoli lo svolgimento tecnico della guerra era stato affidato ai militari, professionali o coscritti, e le popolazioni ne pativano le conseguenze soltanto in seguito al possibile peggioramento  delle condizioni di vita.

Ovviamente, i singoli soffrivano della eventuale scomparsa dei loro cari.

Fu un italiano, il Generale Douhe, a teorizzare per primo il bombardamento aereo sulla popolazione civile: aveva per scopo, comunque, quello di demoralizzare le forze combattenti sul campo.

Naturalmente, però, come tragicamente dimostrarono Hiroshima e Nagasaki, accanto alla demoralizzazione dei combattenti una funzione essenziale consisteva nello spingere la popolazione a invocare la pace e la resa.

“Capolavoro” a parte rimane il bombardamento a tappeto di Dresda, a guerra già vinta e in completa assenza di obiettivi militari.

Ancora non sappiamo se fu soltanto sperimentazione bellica o voglia di non sprecare le bombe sin lì non utilizzate. O, magari, tutte e due le cose assieme.

            Il terzo componente del processo di ibridazione della guerra è il coinvolgimento attivo in essa di una parte della popolazione ai danni della propria Nazione di appartenenza.

Non si tratta né di corruzione/tradimento né di terrorismo. Questi due fattori esistono da sempre e sono stati sempre utilizzati.

L’Office of Strategic Services riuscì a far giungere a Roma alcuni uomini, mentre l’esercito degli Alleati era ancora in Sicilia.

Questi abili agenti costruirono velocemente alleanze romane anche in ambienti malavitosi, oltre che fra gli oppositori tradizionali del mussolinismo e del nazismo.

            Se, anche solo per un momento, accettiamo l’idea della “storicizzazione” della guerra ibrida possiamo iniziare a ragionare su cosa vi sia di nuovo nella fase attuale e su come questo oggi ci riguardi.

Come al solito è lo sviluppo tecnologico a condizionare e rendere o meno possibili i cambiamenti.

La utilizzazione di droni a larghissima percorrenza (e in apparenza anonimi) realizza obiettivi sia fattuali che di semplice minaccia, elidendo il concetto stesso di confine nazionale.

Le terribili immagini del 1 settembre 1939 ci mostrano ancora i soldati tedeschi che distruggono fisicamente le sbarre di confine con la Polonia, ma oggi persino quell’atto così materiale sembra diventato inutile.

E non è richiesta nemmeno la contiguità di confine per essere minacciosamente (e anonimamente) operativi sul territorio di un’altra Nazione.

            La medesima liquidazione dei confini si verifica sul terreno, ancora più delicato, della comunicazione con la popolazione delle Nazioni che si intende aggredire o minacciare.

L’utilizzazione della Rete e del sistema dei social rende possibile una costante e diffusa comunicazione transfrontaliera.

Al posto degli aerei che, assai rischiando, inondavano di volantini le città che sarebbero state bombardate si crea un tessuto di notizie false e non verificabili che si riproduce velocissimo anche per opera di chi quelle informazioni riceve.

Si sconta, su questo terreno, la differente natura delle Nazioni, determinata dalla loro storia precedente .

Mentre i regimi, di qualunque natura, si sentono e sono di fatto autorizzati a limitare l’accesso alla Rete ciò è naturalmente impossibile per gli Stati Europei che scontano, su questo terreno, la scelta della democrazia e della libertà sia collettiva che individuale.

            E purtroppo, anche su questo piano, la questione presenta aspetti più gravi e preoccupanti.    

Molto spesso dimentichiamo che la Rete non funziona soltanto per inviarci comunicazioni di cui noi siamo la parte ricevente ma che ognuno di noi trasmette in continuazione, e spesso inconsapevolmente, migliaia di messaggi su tutto ciò  che siamo, facciamo e pensiamo.

L’utilizzo ben mirato della AI può permettere, a chi disponga del potere e dei mezzi sufficienti, di conoscere le contraddizioni e i problemi di ogni Territorio su cui intenda intervenire e agire di conseguenza.

            Si opera, in questa maniera, il trasferimento di una possibile questione dalla dimensione nazionale – istituzionale in cui si colloca ad un’altra realtà che diventa immediatamente operativa.

Troppi segni oggi indicano che ciò sta già avvenendo in diversi Paesi Europei, compresa l’Italia, determinando l’emergere di nuove e difficili problematiche.

In luogo della “visione del mondo” di ogni Popolo che si andava modificando internamente per la presenza di fattori nuovi, vi è oggi la possibilità di guidare strumentalmente e dall’esterno le manifestazioni di insofferenza che vi albergano dentro.

Non si deve pensare che ciò, in fondo, sia sempre accaduto.

È ben vero che l’occupazione dell’Università di Berkeley del 1964 fu l’esempio alla radice di quel che avvenne poi in tutta Europa.

È tuttavia altrettanto vero che, nei quattro anni successivi, quella ventata americana (certamente non strumentale) fu ricevuta, elaborata e gestita dalle forze culturali e politiche specifiche di ogni Nazione Europea.

Se poi lo abbiano fatto bene o male, è un altro discorso.

            Se questo è il possibile quadro, diventa di assoluta evidenza come le singole Nazioni non siano in grado di fronteggiarlo senza un più alto livello di organizzazione e rappresentanza.

È platealmente esaurita la “responsabilità” di difesa occidentale che era stata affidata alla NATO, con (e grazie a) la primazia americana.

Nella mondializzazione delle strategie economico – politiche gli Stati Uniti sono uno dei tre potentissimi Golem che si aggirano sul terreno globale.

Essi non esitano certamente a conformarsi alla guerra ibridata, né ad allearsi strumentalmente con uno degli altri.

Nel quadro così complesso gioca poi un gran ruolo l’atteggiamento del mondo islamico che ormai riguarda direttamente e internamente tutti.

            L’Europa non potrà mai diventare il quarto Golem a guida monocratica, giacché la sua essenza sta proprio nel rappresentare e valorizzare tutte le specificità nazionali che la compongono.

E tuttavia sul piano della guerra ibridata è assolutamente necessario che essa si attivi con strumenti di analisi e logiche difensive appropriate.

Con l’European Media Freedom Act del 2024 (ancora non interamente applicato in Italia) si è iniziato a porre le basi di un assetto della comunicazione elettronica che garantisca libertà e correttezza dell’informazione all’interno del territorio europeo.

Mantenendo lo stesso spirito liberale è però ora necessario che le garanzie di limpidezza e non strumentalità della comunicazione si applichino a tutte le forme di comunicazione, da qualunque parte vengano.

Ciò potrà avvenire solo nella dimensione continentale poiché questa è l’unica capace, grazie alla pluralità degli Stati, di superare l’illusione che ognuno porta con sé di poter superare o addirittura utilizzare per i propri diretti fini il nuovo contesto di comunicazione.

Qui si gioca buona parte della mutazione in corso, poiché come ben recita l’European Media Freedom Act:

“È fondamentale che i destinatari dei servizi di media sappiano con certezza chi sta dietro ai media e chi li possiede, in modo da poter individuare e comprendere i potenziali conflitti di interesse.

Ciò rappresenta un prerequisito per la formazione di opinioni ben informate e di conseguenza per la partecipazione attiva a una democrazia”.