MICROBIOGRAFIE IRRISPETTOSE. ADRIANO BANCHIERI

di Stefano Torossi

“Di fronte a così feconda versatilità riesce arduo definire un giudizio storico-critico su questa inconsueta figura di monaco musicista e letterato”.

Sì, perché non c’è ramo del sapere su cui non si sia arrampicato con straordinari agilità ad eleganza, sporgendosi a coglierne i frutti per distribuirli agli altri. E si sia sporto a guardare al di là dell’albero, per vedere cosa c’era dopo.

Cominciamo dal nome. Nasce Tommaso da una famiglia nobile di Lucca, e diventa Adriano al momento in cui si fa frate olivetano. Poi scriverà, sperimenterà, comporrà come “Adriano da Bologna”, o “Attabalibba dal Perù”, o “Camillo Scaligeri della Fratta” o “Il Dissonante”.

Come organista, partendo da Bologna si fa il giro dei conventi olivetani di Imola, Gubbio, Venezia, Verona, Monte Oliveto Maggiore, poi nel 1611 è di nuovo a Bologna. Qui diventa la figura centrale della vita musicale della città; nel 1615 fonda l’Accademia dei Floridi, una delle più antiche, che per un certo periodo ospita anche Monteverdi, da lui appoggiato e sostenuto nella modernità del suo approccio alla composizione contro tutti i parrucconi del tempo (vedi l’Artusi). A un certo punto l’Accademia svanisce bruscamente oscurata a causa di “Autorevoli accidenti”; dichiarazione dello stesso Banchieri, mai chiarita, ma che si pensa copra una decisione dei superiori ecclesiastici preoccupati dell’ingegno troppo scintillante del suo fondatore (non sarebbe la prima volta che la Chiesa censura i guizzi dei suoi figli).

Perché questo di sicuro è il problema: Banchieri è uno che vive e pensa molto sopra la media, scoppia di una curiosità, di una capacità di indagine e di critica che si espande proprio come un’onda d’urto su tutto quello che sfiora. È in tutto e per tutto una perfetta personalità barocca, portata alla facezia, alla burla, alla bizzarria, al paradosso, ai giochi di parole, ma anche alla concretezza dei problemi. Insomma, perfino leggendo le sue pagine più specialistiche non ci si annoia mai.

Per quello che riguarda la musica è organista, come abbiamo detto, e compositore, ma anche organizzatore delle manifestazioni liturgiche musicali, insegnante, inventore di strumenti (sua creatura l’arpichitarrone) e, probabilmente, dati i tempi, anche copista.

All’epoca tutti facevano tutto. Anche lui, ma lui lo faceva meglio.

Sviluppa il germe della commedia madrigalistica, che poi porterà all’opera, si dedica all’innovazione dell’armonia, compone un gran numero di canzonette, molto popolari a fine cinquecento.

Accanto all’immenso repertorio delle sue composizioni musicali, c’è la parte letteraria: commedie, saggi, trattati, confutazioni, epistolari e ancora e ancora…

Una cosa che ci diverte immensamente di Banchieri è la fantasia che dispiega nella scelta dei titoli delle sue opere. Sono così particolari che non ci sarebbe nemmeno bisogno di ascoltarle o leggerle, le opere, basterebbe lasciarsi suggestionare dai titoli.

Musica sacra: ”Gemelli armonici che avicendevolmente concertano duo voci in variati modi”, “Vezzo di perle musicali modernamente conteste alla regia sposa effigiata nella sacra cantica”, “Applauso musicale appropriato al nome & all’ingresso di qual si voglia prelato”. Musica profana: “La Pazzia Senile” (in cui Banchieri si permette di prendere in giro il grande Palestrina, cambiandogli le parole di un madrigale. Ecco il primo verso. Palestrina: “Vestiva i colli e le campagne intorno”, che con Banchieri diventa: “Rostiva i corni e le castagne in forno”), “La Prudenza Giovenile”, “Lo Zabaione Musicale”, “La Sampogna Musicale”.

Opere teoriche, continuamente ristampate, fatto eccezionale per il tempo, e presenti sugli scaffali di tutti, amatori e professionisti, sul canto gregoriano, sul canto figurato: “La Banchierina, overo opera utilissima alli figlioli per acquistarne il nome di sicuro cantore”.

Sull’organo: ”L’Organo Suonarino, entro il quale si pratica quanto occorre in tutte le feste & solennità dell’anno”, in cui regala notizie, indicazioni e consigli che ancora oggi sono fondamentali per gli studenti di quello strumento.

Con lo pseudonimo di Camillo Scaligeri si butta a capofitto a scrivere commedie e saggi sulla lingua, all’epoca ancora non benissimo definita, mettendo a confronto l’italiano con il dialetto bolognese, quello toscano e altri: “La nobiltà dell’Asino di Attabalippa dal Perù”, “La nobilissima, anzi asinissima compagnia delli briganti della bastina”, “Discorso dove si prova che la favella bolognese precede ed eccede la toscana così in prosa come in rima”.

Il suo bello è che, pur essendo un monaco serio e osservante che vive ancora nello strascico del Concilio di Trento, non ripudierà mai la sua produzione profana; al contrario la presenterà con la stessa serenità di quella sacra.

Tutt’al più riterrà giusto separare formalmente la figura del religioso da quella dell’autore satirico. E come? Con gli pseudonimi.

Perché per lui la musica leggera e la risata saranno sempre un onesto passatempo per lo spirito, senza nessun contrasto con la morale religiosa.

Sulla sua tomba è inciso:

“Fuit musucus clarus. Multa edidit”.