IN NOME DI UNA FILOSOFIA

di Dalisca

Fatto, non detto, ovvero Faust di Romeo Castellucci – Socìetas al Teatro Argentina di Roma per REF.

Solo poche (come definirle per non sbagliare) rappresentazioni dal 15 al 18.10.2026 per non smentirsi, per non scoprire tutto e apparire alla fine troppo teatrale.

Castellucci è un grande regista, certamente tra i più interessanti conosciuto in tutto il mondo per le sue performance molto particolari.

Le sue messinscene sono elaborate in base a una filosofia del teatro del tutto personale che rifiuta le convenzioni tradizionali per sovvertirle e sostituirle con macchine da lui stesso congegnate, da effetti di luci abbaglianti quali quelle straboscopiche o stroboscopi, nonché altri tipi di provocazioni come, ad esempio, animali viventi sul palcoscenico quali simboli di integrazione con l’uomo.

Che il teatro necessiti da un bel po’ di innovazioni è cosa ormai conclamata e le sue caratteristiche ancora legate ad una recitazione attoriale non corrispondono più alle esigenze odierne.

Tutto cambia e mai così velocemente come oggi. Quello che si cerca è un linguaggio nuovo che sia a passo con i tempi reali. Romeo Castellucci ci prova ogni volta ed il pubblico ne è consapevole tanto che quando, finalmente egli si concede, accorre tempestivo a teatro.

Ma senza entrare in nessuna disquisizione in merito, cerchiamo di capire in cosa realmente consiste questa nuova forma di teatro e se è questa una delle strade giuste per raggiungere lo scopo. Esaminando l’ultima sua opera ovvero il Faust di Goethe da lui elaborato, ci siamo chiesti in cosa consiste il radicale cambiamento che si riscontra o no nella stesura dell’opera? Inizia lo spettacolo; il sipario, non più di velluto ma di materiale plastico ossia di poliuretano scuro, si apre con un pugno fatto di creta legato ad un’asta di ferro che pendeva dal soffitto (Faust in tedesco significa pugno) la scena, avvolta in una nebbia, risultava in parte occultata anche perché il tutto era estremamente buio.

Anche il pubblico veniva coinvolto nella nebbia forse un po’ infastidito da quell’aria contenente qualcosa di particolarmente irritante tanto che in molti hanno tossito nonostante la sacralità del momento.

Un palcoscenico pieno di macchine strane che partecipavano, insieme agli altri, all’ensemble comandate da apparecchiature tecnologiche che si presentavano come integranti della pièce quasi come personaggi attoriali. Macchine al servizio dell’uomo come il simpatico robottino che, di tanto in tanto, applaudiva; il suo applauso era correlato all’inchino che i tre personaggi presenti sulla scena quali Faust, Margherita e Mefistofele rivolgevano al pubblico quasi a ricordargli che, in fondo, si stava recitando.

La performance va avanti velocemente tra disperazione, tormenti e goduria da parte di Mefistofele il quale, vestito quasi come un Pulcinella, ricordava un guizzo della commedia dell’arte, citazione questa alquanto fuori luogo per una tragedia così profonda.  Gli attori rimangono muti se, per mutismo intendiamo la non parola, ma parlanti se accettiamo, con beneficio di inventario, dei dischetti poggiati sulla bocca in particolare su quella di Faust e di Margherita che, al loro soffio, vibravano emettendo suoni assolutamente incomprensibili.

Una colonna sonora realizzata da Scott Gibbons ormai collaboratore storico della Socìetas, elaborava suoni e rumori che scuotevano lo spettatore inchiodato in poltrona. A completare l’insieme abbondanti nuvole bianche fumose scendevano dal soffitto inondando di luce bianca ed abbagliante; tutta la scena risultava quasi minacciosa e creava distanza straniante lontana da una realtà vissuta se non interiormente certamente in privé forse in antitesi con il fragore e il rumore della vita così come le luci abbaglianti sempre in contrasto con il buio dei tunnel in cui ci siamo ficcati nella spasmodica ricerca della luce vera che ancora non si intravede.

Potente, quindi, la performance anche per il soggetto che trattava, tutto bene il pubblico ha gradito con il suo applauso finale (devo però ammetterlo un po’ sottotono) ma le elucubrazioni circa la rappresentazione e l’apparato estremamente tecnologico bastano per sfuggire alla legge del teatro che deve cambiare per essere altro?

Il pubblico vuole ritrovarsi a teatro in una atmosfera più vicina alla sua realtà seppur sublimata, un linguaggio che appaghi la sua richiesta continua di cambiamento e lo fa ogni volta con l’intensità e il calore del suo applauso.

Ma allora chi si chiede in cosa consiste questo altro?

Fatto non detto la scena è questa!

Davvero è questo il nuovo teatro?