IL MARKETING È RIVOLUZIONARIO

di Gianluigi Storto

I disordini di piazza che abbiamo visto ultimamente non sono cosa nuova. È da una decina d’anni che si presentano in tutta Europa. Alla loro base c’è un evidente sentimento di rabbia. Tutti concordano che non si tratta di una rabbia con radici politiche o esclusivamente politiche, come quelle che alimentarono le rivolte studentesche a cavallo degli anni ’60 e ’70 e ci sono già diverse e serie analisi delle possibili cause.

I fenomeni sociali sono complessi: sarebbe sciocco ridurli a schemini semplici e meccanici. Per interpretare quanto sta accadendo proviamo a considerare anche punti di vista e ragionamenti elaborati molto tempo fa in contesti storici assai differenti. Se impiegati in modo meccanico essi apparirebbero manifestamente insufficienti a comprendere la realtà odierna: occorre quindi accompagnarli con altri ragionamenti più aderenti al nostro tempo, introducendo elementi che all’epoca non esistevano ancora. In questo modo però si riesce ad illuminare quanto accade di una luce inattesa che mette in evidenza meccanismi sociali che altrimenti resterebbero nell’ombra. Non sarà la causa unica o quella più profonda di questi nuovi fenomeni ma forse l’uso di questa ipotesi può aiutare a capire. Andiamo con ordine, partendo da quella che fu la madre di tutte le manifestazioni di massa e di rabbia: la Rivoluzione Francese.

Da manuale scolastico la Rivoluzione Francese scoppia a Parigi il 14 luglio del 1789 con la presa della Bastiglia. Curiosamente qualche settimana fa, durante i primi disordini di Parigi, alcuni manifestanti rimandavano esplicitamente a quell’episodio: “Prendiamoci la Bastiglia!” gridavano rompendo le vetrine e rapinando le merci di lusso esposte. Forse è un puro caso, forse era inevitabile che a Parigi i manifestanti richiamassero quel precedente ma comunque teniamolo a mente.

Di solito fra le cause che si citano per giustificare la Rivoluzione Francese ci sono l’elevatissimo debito pubblico, le carestie e l’inflazione monetaria, le esorbitanti spese della corte reale, il fatto che nobiltà e clero, circa il 2% della popolazione, non pagassero le tasse che invece gravavano su borghesi e poveri, il famoso terzo stato, le nuove idee illuministiche che si stavano diffondendo, l’incapacità del sovrano e del suo ministro delle finanze, Necker, di produrre riforme sostanziali ed efficaci.

Tuttavia Alexis de Tocqueville, politico, storico e filosofo francese, nel 1856 propose nel suo “L’antico Regime e la Rivoluzione” una motivazione ulteriore e alquanto originale. Da scienziato della politica egli partiva da dati di osservazione più che da ragionamenti teorici.

Nel Libro III, capitolo IV, intitolato significativamente « Que le règne de Louis XVI a été l’époque la plus prospère de l’ancienne monarchie, et comment cette prospérité même hâta la Révolution » egli scrive:

«À mesure que se développe en France la prospérité que je viens de décrire, les esprits paraissent cependant plus mal assis et plus inquiets ; le mécontentement public s’aigrit ; la haine contre toutes les institutions anciennes va croissant. La nation marche visiblement vers une révolution».

Ovvero:

«Man mano che in Francia si sviluppa la prosperità che ho appena descritto, gli animi appaiono tuttavia più inquieti e meno saldi; il malcontento pubblico si inasprisce; l’odio contro tutte le antiche istituzioni va crescendo. La nazione procede visibilmente verso una rivoluzione».

Non solo ma aggiunge che:

«Bien plus, les parties de la France qui devaient être le principal foyer de cette révolution sont précisément celles où les progrès se font le mieux voir».

Ossia che:

«Anzi le zone della Francia che dovevano costituire il principale focolaio di questa rivoluzione sono proprio quelle in cui i progressi si manifestano in modo più evidente».

Infine scrive, esprimendo il suo famoso paradosso:

«Il n’est pas toujours en allant de mal en pis qu’une nation tombe en révolution. Il arrive le plus souvent qu’un peuple, qui avait supporté sans se plaindre les lois les plus accablantes, les rejette avec violence dès qu’elles commencent à s’alléger…  Le moment le plus dangereux pour un mauvais gouvernement est d’ordinaire celui où il commence à se réformer».

Ovvero:

«Non è sempre quando le cose vanno di male in peggio che una nazione precipita nella rivoluzione. Accade assai spesso che un popolo, il quale aveva sopportato senza lamentarsi le leggi più oppressive, le respinga con violenza non appena esse cominciano ad attenuarsi… Il momento più pericoloso per un cattivo governo è, di solito, quello in cui esso comincia a riformarsi».

Insomma il cosiddetto paradosso di Tocqueville recita, più o meno che non è necessariamente il peggioramento delle condizioni a produrre la rivolta. Al contrario, il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche può accrescere le aspettative, rendere più intollerabili le disuguaglianze residue e quindi alimentare il malcontento.

Torniamo a noi e a cercare di capire cosa sta succedendo ai nostri ragazzi che spaccano vetrine manifestando rabbia e rubando le merci di lusso e di famose marche esposte.

È assolutamente chiaro che non possiamo applicare tel quel il paradosso di Tocqueville al nostro caso e ai nostri tempi. E questo per un fatto evidente, che cioè queste nostre giovani generazioni non stanno meglio delle precedenti, anzi. Tuttavia non lo scartiamo del tutto perché, completandolo con un altro ragionamento più vicino ai nostri tempi e al nostro mondo, può tornare utile.

L’altro spunto è di un altro grande intellettuale, questa volta italiano, Pier Paolo Pasolini che, già nei primi anni sessanta aveva intravisto nel consumismo qualcosa di nuovo e pericoloso. Consumismo già allora sospinto dalla nascente industria pubblicitaria con i primi “Caroselli”. Consumismo e marketing vanno infatti di pari passo, si confondono fra loro.

Una analisi abbastanza superficiale degli effetti sociali del marketing recita che esso crea i bisogni che poi si è psicologicamente spinti a soddisfare acquistando le merci pubblicizzate.

In realtà questa interpretazione non è ritenuta corretta da chi studia scientificamente questi fenomeni sociali. Il grande economista Philip Kotler, che ha studiato a fondo il marketing da un punto di vista della società, ritiene infatti che occorre distinguere tra bisogni (needs), che preesistono al marketing, e desideri (wants), che il marketing può soltanto plasmare. Quindi egli afferma che il marketing non crea i bisogni ma al più può modulare i desideri.

Tuttavia, più recentemente, altri studiosi come Michael Fuerstein, hanno aggiornato, se così si può dire, il concetto di Kotler. In un articolo in cui cita espressamente il suo assunto e cioè «I ‘Need’ a Rolex: Reflections on Kotler’s and Plassmann’s Chapters”, pubblicato da Oxford University Press / Oxford Academic, egli introduce una distinzione molto interessante: può essere vero che il marketing non crei il bisogno fondamentale, ma può contribuire in modo sostanziale a determinare come quel bisogno viene espresso.

L’esempio che Fuerstein utilizza è il bisogno di status: il bisogno di status può essere preesistente, ma il fatto che venga espresso attraverso Nike, Rolex, Mercedes, BMW, ecc. dipende anche dalle associazioni simboliche e sociali che il marketing contribuisce a costruire. In altre parole l’incessante martellamento pubblicitario crea o può creare, agendo sulle associazioni simboliche, l’emergere di un bisogno che forse preesisteva già ma che il marketing carica di una potente energia psichica.

E finalmente veniamo a noi. Cosa succede nel momento in cui, dopo essere stato spinto (o drogato) da massicce dosi di messaggi pubblicitari a sentire il bisogno di avere un oggetto che è presentato come alla sua portata (il marketing si basa su messaggi sotterranei tipo “tu vali”, “tu sei come gli altri”, “tu puoi averlo”), un ragazzo culturalmente poco attrezzato si accorge di non avere i soldi per acquistare quel prodotto?

Il progresso economico della società non è democratico: ci sono strati sociali che ne approfittano in maniera massiccia, altri che non ne sfruttano pienamente l’onda, altri ancora che ne restano sommersi. Ma i messaggi del marketing sono invece quanto di più democratico possa immaginarsi: essi sono rivolti a tutti, nessuno escluso e tutti li sentono, li vedono continuamente  attraverso i moderni sistemi di comunicazione (TV, radio, smatphone, via social, TikTok, Facebook, YouTube, ecc). Questo crea una continua frustrazione negli strati sociali più poveri e meno istruiti che da una parte sono invitati a consumare e dall’altra non possono farlo per mancanza di risorse economiche.

Frustrazione che può spiegare sia la rabbia sia l’istinto a prendere, a rubare, a far propri quegli oggetti per soddisfare in modo diretto, come un qualsiasi consumatore, quei bisogni che il marketing aveva contribuito a costruire. Si tenga presente che non sono stati rubati alimenti per sfamarsi o vestiti per coprirsi ma abiti di lusso, cinture, scarpe di marca, abbigliamento sportivo costoso, prodotti elettronici e così via.

Ed ecco che le intuizioni di Tocqueville e di Pasolini se opportunamente miscelate convergono a mostrare che proprio l’invito pesante e costante del marketing a possedere e consumare quel “lusso necessario” non può che creare in chi non ha né i soldi né gli strumenti culturali per analizzare e resistere, una frustrazione costante. Frustrazione che, in particolari momenti di catalisi sociale (una manifestazione per la scuola, un corteo per reclamare diritti e così via), possono attivare comportamenti violenti di rivolta che possono a loro volta sfociare nell’appropriazione indebita di quegli oggetti del desiderio lussuosi, esposti ma indisponibili per le minoranze più povere.

Torna alla mente una frase dei Promessi Sposi:

«I poveri, ci vuol poco a farli comparir birboni».

Questo non significa che non possano agire altre motivazioni, come la mancanza di serie ed incisive politiche di sostegno allo studio, allo sport, all’aggregazione sociale delle giovani generazioni o che non si possa pensare a potenze straniere che vogliono creare disordine o orientare il voto politico, che non abbia importanza la mancanza di risposte politiche ed economiche efficaci nel contenere la povertà o alla scarsa rappresentanza politica dei più giovani e non solo ecc. Vogliamo soltanto suggerire che fra le tante ragioni si può chiamare in causa anche un fattore che ci circonda quotidianamente, il pesantissimo bombardamento pubblicitario, che può esporre i più deboli e fragili a frustrazioni che possono a loro volta sfociare in atti criminali. O, se vogliamo, rivoluzionari.

La realtà, come al solito, è complessa ma occorre sforzarsi di analizzare e cercare di capire cosa accade attorno a noi. Prima ancora di produrre i provvedimenti, pur necessari, di ripristino e mantenimento dell’ordine pubblico -che tuttavia, oggi come ai tempi della Rivoluzione Francese, non hanno mai fermato le proteste di massa, occorre comprendere le cause che alimentano questi fenomeni.

La repressione dei reati è compito poliziesco, la soluzione dei problemi che li causano è invece compito della cultura che li analizza e della politica che li regola. Sarebbe auspicabile che queste due ultime funzioni potessero esprimersi nelle teste degli stessi individui ma questa speranza appare oggi abbastanza irrealistica. Ma qui entreremmo nel campo della selezione delle classi politiche che è tutto un altro discorso.

Un discorso invece che consegue naturalmente a quanto finora esposto è come ridurre l’esposizione mediatica dei più giovani e meno attrezzati culturalmente e psicologicamente a questo continuo e perverso stimolo pubblicitario a comprare prodotti per acquisire valore. Qui entrano in partita interessi economici straordinari, rapporti fra Paesi, interessi aziendali, distruzione di Prodotto Interno Lordo eccetera. Ma qualcosa, forse, si dovrebbe tentare di fare. Altrimenti non soltanto quei ragazzi potrebbero chiedersi a cosa serva la politica.