SAVING THE WELFARE STATE

di Diego Castagno

Festival Internazionale dell’Economia. Torino, ottobre 2026.

“Il welfare state è un carattere distintivo dell’identità europea. Molto diverso da paese a paese, ma con tratti e obiettivi comuni: l’idea di offrire protezione contro rischi per lo più non coperti dalle assicurazioni private, ridurre la povertà e contenere le disuguaglianze senza però scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro. Ci viene invidiato da tutto il mondo perché offre benessere e rafforza la coesione sociale. Dietro all’antieuropeismo della nuova amministrazione USA, si legge anche l’invidia per il welfare state europeo, costruito mentre gli Stati Uniti ci difendevano sul piano militare. Oggi, oltre a chiedere allo stato sociale di proteggerci, dobbiamo noi stessi proteggerlo perché ha di fronte a sé numerose sfide da cui potrebbe uscire fortemente ridimensionato”.

Il Festival dell’Economia di quest’anno è dedicato al tema del Welfare State. Il titolo è ambizioso: Salviamo lo stato sociale!

Tito Boeri (complimenti a lui e al comitato scientifico) costruisce un palinsesto di eventi molto interessante e a Torino arrivano premi nobel di grande spessore, con grandi contenuti in un bellissima cornici e molto pubblico, nonostante la paura dei “casseur” e dei “riot” delle periferie nord, e le manifestazioni contro il carovita dei temutissimi centri sociali. 

Eppure questo festival interenazionale dell’economia lascia l’amaro in bocca perché mostra che la domanda “COME salvare lo stato sociale” è urgente e le risposte di fatto o non ci sono. Il welfare oggi, tratto distintivo della nostra “identità” (chiedo scusa per il termine improprio) somiglia sempre di più un vaso di Pandora ormai colmo.

LA MUCCA NEL CORRIDOIO E IL CONVITATO DI PIETRA

Partiamo dal fondo, c’è una mucca nel corridoio nel salotto buono della città che ospita gli eventi, e si chiama Intelligenza artificiale, transizione, paura del cambiamento, senso di precarietà e istinto di conservazione. L’IA cambia il mondo e le regole del gioco, ma non ci sono regole che indirizzino l’innovazione e la tecnologia. Quanti lavori verranno sostituiti dai robot nei prossimi anni? Chi lo sa, potenzialmente tanti, quindi come camera la gente senza stipendio e come stara assieme una società abituata ad associare status e occupazione?

Altro tema per noi è quello dell’inverno demografico, con i derivati e i correttivi del caso, dall’immigrazione, alla Silver Economy, alla cura e alla sanita pubblica, sempre meno nazionale e sempre meno pubblica.

I temi sono tanti secondo gli organizzatori, c’è addirittura un Pay-roll con la frase “Valorizzare il lavoro dei caregiver” altro “temone” pazzesco che per ora si pensa di risolvere con un assegno che riconosce a chi presta la cura 1,10 Euro ora. I caregiver sono circa 7 milioni scordo Istat, di questi la meta a tempo pieno. Se va avanti così aumenteranno per forza. E se già oggi sono un fatto sociale diventeranno uno spazio politico, emblematico di un modello di sviluppo che rischia gia oggi di diventare insostenibile.

C’è poi un convitato di pietra che si chiama politica, che non solo sembra non avere idee, ma proprio non c’è, e non perche non è stata invitata ma perché obiettivamente oggi ha pochi argomenti.

EMPISRISMO ERETICO

Ironia della sorte c’è Philippe Van Parijs, l’eretico che 30 anni fa propose reddito di base universale e fu trattato come un eretico sovversivo e fuori dal mondo. Oggi con l’ia che lavora al posto nostro è tronato magicamente di moda. Allievo di Sen e di Rawls, insegna a L’ovaio in Belgio, un passato ad Harvard, tipo simpatico, atletico e brillante.

E poi c’è tra le righe l’evocazione al WebFare, l’idea di tassare non i beni ma i valori del dato che le persone producono. Tesi semplice e affascinante. Sto sui social, faccio post e creo valore, quindi vorrei che chi raffina il mio dato e ci diventa ricco mi restituisca un parte di quel valore. Semplice, giusto direi…

L’amaro in bocca sta tutto lì. Il festival riesce benissimo, e rivela che le idee nuove sono poche e anche confuse. Intorno nella Torino ex capitale del regno e della manifattura, metafora del paese che galleggia e si intristisce, l’espressione di quel disagio che è anche il motivo per cui si DEVE salvare il welfare. Un disagio a cui la politica, il convitato di pietra, non da risposte da anni. E non solo in Italia. 

Nel programma del festival non c’erano solo dibattiti e conferenze. Citiamo due spettacoli, che abbiamo apprezzato molto. Il primo è “Lu santo giullare Francesco”, il secondo, “Diversamente disabili, Vedi articolo a parte). Ammetto che oggi Dario Fo mi piace molto di piu di quando era famoso, un po come Van Parijs: sono cambiati i tempi, serve pensiero lungo, non main stream, e soprattutto un pò di coraggio. Una battuta su Van Parijs: “Il belga è un eretico a cui i numeri oggi danno ragione”. La sua eresia è empiricamente fondata pare, una delle contraddizioni del mercato che si pretende faccia tutto da solo… 

IL PATTO ED IL CONTRATTO

John Rawls è il principale teorico e padre nobile del Welfare State moderno. Il Welfare State nasce sul piano pratico con le riforme di Bismarck nell’Ottocento e diventa un modello di governo con il Beveridge e le politiche keynesiane del secondo dopoguerra, ma è Rawls che ne teorizza l’etica e la razionalità. La difesa dello Stato sociale si fondava prevalente su due argomenti: l’utilitarismo, cioè il benessere generale della collettività e l’impostazione assistenzialista per cui i ricchi “aiutano” i poveri. Rawls ribalta questa prospettiva. Non esiste la carità, ma i diritti. Il welfare è uno strumento di giustizia. Non è solo “assistenza” ma il contratto sociale fondativo di una comunità.

Rawls non teorizza un egualitarismo piatto. Le disuguaglianze economiche e di reddito sono ammissibili, ma a una condizione: devono produrre il massimo beneficio possibile per i membri più svantaggiati. Questo principio è l’architettura logica delle imposte progressive e della ridistribuzione della ricchezza: le differenze di reddito sono legittime solo se possono essere utilizzate per finanziare la sanità, l’istruzione e le tutele per chi ha di meno.

La fragilità infine smette di essere una colpa.

Quando parla di “lotteria naturale”, Rawls smonta il mito della colpa individuale, sociale o biologica. Se la povertà o la disabilità non sono una colpa o un demerito, l’intervento pubblico per rimuovere quegli ostacoli non è un sussidio, ma il ripristino dell’equità e una operazione di giustizia.

Nelle sue opere più tarde, Rawls stesso prese parzialmente le distanze dal “Welfare State capitalistico” tradizionale, criticando il fatto che spesso si limitasse a intervenire ex post (con sussidi a cose fatte) senza redistribuire il capitale umano e le risorse ex ante.

Rawls auspicava una “Democrazia dei proprietari”, in cui il sistema garantisce a tutti, fin dall’inizio, l’accesso all’istruzione, alle competenze e al capitale necessario per non dipendere da un’assistenza passiva.

In questo senso, Rawls non è solo il padre del Welfare State per come lo conosciamo, ma ne traccia anche il superamento: da semplice rete di salvataggio a strumento di emancipazione e pari opportunità reali.

La modernità di Rawls oggi è tutta in questo suo volare alto. 

Alla base del welfare c’è un patto, non un contratto. Il tema oggi è che si è rotto il patto che è molot piu importante del contratto, e serve ripensarne uno nuovo.