IL SAINETE OVVEROL’INFLUENZA ITALIANA SUL TEATRO ARGENTINO

La presenza indiscutibile degli italiani in Argentina ha influenzato non solo l’ambito linguistico ma anche l’evoluzione del teatro popolare rioplatense, dove il cocoliche ricordiamo ha rivestito un ruolo molto importante.

Nato in origine come lingua orale, alcuni autori, negli anni Ottanta dell’Ottocento, lo hanno utilizzato nelle opere teatrali del genere sainete.

Il sainete è un tipo di teatro popolare nato in Spagna facente parte del género chico (genere “piccolo” o corto). Generalmente, è uno spettacolo di solo un atto, comico e allegro, la cui trama riguarda un conflitto d’amore e si conclude con un lieto fine.

Arrivato in Argentina grazie agli immigranti spagnoli è diventato rapidamente un aspetto importante del teatro nazionale argentino rappresentando un’alternativa al teatro delle élites: la stessa divisione culturale esistente fra classi alte e quelle basse si era riprodotta, infatti, anche nell’ambito del teatro. Ad esempio, a Buenos Aires, il Teatro Colón metteva in scena opere raffinate con i cantanti e i musicisti più famosi d’Europa attirando un pubblico ricco e aristocratico. In modo contrastante, teatri come il Pasatiempo mettevano in scena, per un pubblico popolare, spettacoli come i drammi del género chico spagnoli. È proprio quest’ultimo teatro che ha rivestito notevole importanza per la storia del sainete.
Nel 1889, il Pasatiempo è stato diviso in tre sale diverse e ognuna di esse metteva in scena uno spettacolo, e così altri teatri cominciarono a fare la stessa cosa, creando sale indipendenti dentro il proprio teatro. L’aumento di richieste di spettacoli ha permesso, pertanto, alla forma teatrale del sainete di svilupparsi velocemente.

Il sainete è un’opera teatrale divertente, che rispecchia comicamente la vita degli immigrati nei conventillos, offrendo una testimonianza di come vivevano le classi più povere. Nel sainete venivano riprodotti i loro stili di vita, la loro quotidianità e le abitudini arrivando a essere considerato come una risposta immediata alle preoccupazioni, alle lotte e alle storie degli spettatori.

Per esempio, uno dei primi sainetes scritto da Nemesio Trejo, Los óleos del chico (Il battesimo del ragazzo) rappresenta in maniera allegorica la nascita dell’Argentina moderna mettendo in scena la vita della classe operaia, i problemi connessi agli alti affitti e ai bassi salari. In un altro sainete famoso di Trejo, Los Inquilinos (Gli inquilini), viene messo in scena lo sciopero degli inquilini, detto anche lo sciopero delle scope, contro l’aumento degli affitti nei conventillos, fatto realmente accaduto nel 1907.

La figura dell’immigrato italiano è entrata nel sainete con gli spettacoli della compagnia dei Fratelli Podestá. I Fratelli Podestá erano un gruppo di attori rioplatensi fondato proprio dai fratelli della famiglia Podestá, figli di immigrati genovesi che sono giunti a Buenos Aires ma poi trasferitisi a Montevideo, in Uruguay.

La loro compagnia dominava il genere teatrale del circo criollo che, negli anni Ottanta e Novanta, legava il circo al sainete. Nel 1884 la compagnia mise in scena uno spettacolo pantomimo che raccontava la storia di Juan Moreira, un romanzo famoso scritto da Ricardo Gutiérrez nel 1879 e, proprio per l’occasione, José Podestá scrisse un copione per lo spettacolo. Nel 1888, il personaggio più famoso che José Podestá avesse mai creato entrò nello spettacolo: si trattava di un personaggio che parlava attraverso il cocoliche, ovvero Pepino el 88.

Pepino el 88 era un personaggio buffonesco che rappresentava un italiano bozal. Il termine “bozal” si riferisce ad un immigrante che non ha una completa padronanza della lingua locale, e per questa incapacità di parlare parla il cocoliche suscitando umorismo nel pubblico.

Lo spettacolo di Juan Moreira e l’interpretazione del Pepino el 88 di José Podestá hanno avuto il merito di diffondere la figura dell’immigrato italiano e del suo cocoliche che assunsero una rilevanza significativa nel sainete, diventando una parte fondamentale di questo tipo di rappresentazione teatrale. La rappresentazione dell’immigrato italiano era principalmente negativa e stereotipica. L’italiano è rappresentato come uno straniero, uno diverso dagli altri, che cerca di integrarsi nella società locale ma viene visto per lo più come un soggetto estraneo al tessuto sociale preesistente e persino elemento pericoloso per il paese stesso1.

Ed è proprio il sainete lo spazio privilegiato dello stereotipo. Vennero creati vari personaggi quali: il tano (aferesi di napoletano, che in seguito si riferirà all’emigrante italiano in generale), il quale andò a costituire uno degli assi portanti del teatro popolare; i gallegos (spagnoli) nelle varie varianti regionali: galiziani, catalani, baschi, andalusi; i turcos riferito a turchi, siriani e libanesi. Non dimentichiamo che insieme a questi stereotipi che designavano gli immigranti convivono altri stereotipi che si riferiscono agli argentini. Sono i nostri contadini settentrionali ad aver diffuso il termine sprezzante cabecitas negras (“nairot” in piemontese), cioè testoline nere, con il quale si indicava la popolazione rurale recentemente inurbata nella quale predominava il meticcio2.

Altro genere proprio del teatro argentino è il grotesco criollo caratterizzato delle opere di Armando Discépolo, genere che, come il sainete, approfondisce la tematica sociale e familiare dell’immigrato. A differenza del sainete in cui il cocoliche veniva usato per divertire il pubblico e per indicare l’archetipo parodico, nel grottesco, genere misto tra commedia e tragedia, il cocoliche assunse una nuova visione più profonda e introspettiva. Inoltre, in questo genere grottesco cambiano i personaggi: vecchi immigrati illusi, abbandonati dai figli, melanconici della propria terra, il cui uso del cocoliche diventa il tramite per esprimere pena, dolore, fallimento. Le vicende sono ambientate sempre nei conventillos e nei sobborghi di Buenos Aires e il tutto è composto da un atto che dura solitamente un’ora e mezza. L’ideatore di questo genere, come accennato, fu Armando Discépolo: significativa la sua opera Babilonia (1925), che mostra un altro aspetto della lingua dell’immigrante: qui la forma di esprimersi dei personaggi riflette una società in confusione, in cui non è possibile riconoscere né livelli né valori e dove conta solo la capacità di sopravvivere e di arraffare3.

In conclusione, è possibile dire che il teatro popolare per la classe operaia non rappresentava solo un’opportunità di divertimento o di evasione dalla realtà, ma anche un’opportunità per affrontare la realtà della vita con maggiore ottimismo e diventare, proprio come nelle rappresentazioni teatrali, i protagonisti della propria storia.

El conventillo de la Paloma”: il gergo di Don Miguel

Un autore fondamentale del sainete argentino fu Alberto Vaccarezza, nato a Buenos Aires il 1° aprile del 1886 e morto il 6 agosto del 1959. Egli scrisse più di duecento opere tra versi di tanghi, zambas (genere musicale tipico delle province del Nord argentino), canzoni, poesie, testi teatrali.

Gli elementi teatrali da lui usati erano invariabili: lo scenario delle sue opere era quasi sempre un conventillo, dove prendevano vita personaggi locali e stranieri, specie emigranti italiani e spagnoli, le collettività più numerose del paese; venivano rappresentate anche le donne, che incarnavano i due stereotipi dell’immaginario maschile del tempo: le povere e onorate e le frivole. Per ultimi, vediamo interagire sul palco anche compadritos, atorrantes, pícaros, guitarristas, ecc. (bulli, fannulloni, furbi, chitarristi, e così via).

Una delle sue opere più famose e rappresentate fu El conventillo de la Paloma, un sainete messo in scena per la prima volta il 5 aprile del 1929 nel Teatro Nacional dalla Compagnia Lamarque-Charmiello. Rappresentato per anni da diverse compagnie teatrali e portato al cinema nel 1936 con la regia di Leopoldo Torres Ríos, questo sainete fu uno dei maggiori successi di tutti i tempi del teatro argentino. Il componimento racconta la storia de La Paloma, una bella donna che vive in un conventillo e della quale sono perdutamente innamorati il resto degli inquilini. L’opera inizia con un prologo per le dame e i cavalieri del pubblico, il quale recita:

“Di nuovo dopo un lungo sonno, con il suo incanto e la sua forza ipnotica, torna il sainete porteño allegro e sentimentale. Come nelle sue notti migliori a ricamare vecchi boccioli e a ravvivare i colori della gamma naturale.”

Descrive, inoltre, Buenos Aires come la gran aldea (il grande villaggio) che “diede ospitalità naturalmente a quanti vennero a lei e dopo poco tempo si fusero nel suo crogiolo…così fu come alla luce della torcia, del lavoro e dell’idea, la lontana grande città dei sogni di Cané divenne proficua e opulenta, cosmopolita e bilingue fino ad essere quella che oggi si vede”4.

La storia si ambienta nel conventillo di Villa Crespo e si svolge intorno al personaggio di Paloma e alle notti insonni che provoca nell’intera popolazione maschile del patio del conventillo. Di lei è innamorato Don Miguel “el tano5, tipico rappresentante dell’immigrato italiano napoletano e gestore del conventillo, che litiga costantemente con Seriola, un vero porteño, con il Gallego, uno spagnolo argentinizzato e con il Turco, un venditore di fazzoletti. Il grande conflitto è prodotto dall’indignazione delle mogli che chiedono a Don Miguel di parlare con Paloma affinché possa lasciare il conventillo. Infatti, ogni volta che appare Paloma, gli uomini non esitano a dichiararle il loro amore, facendo finta che la colpevole dei loro deliri sia la stessa donna. Sembra che solo Villa Crespo mantenga la sua compostezza di fronte a lei e la tratti come una donna con cattive intenzioni. Difatti è Villa Crespo che suggerisce alle mogli di fingere di essere innamorate di lui, per provocare gelosia e risentimento nei loro mariti, e vanificare così il fascino che Paloma esercitava su di loro. Le cose si complicano quando compare Paseo de Julio, un delinquente, che vuole portare via con sé Paloma. Lei accetta di andare con lui, poiché si sente a disagio e rifiutata dal gruppo del conventillo, perché è una donna libera e civettuola. È qui che finalmente Villa Crespo intercede davanti al delinquente e difende Paloma affinché rimanga con loro, dichiarando il suo amore per lei.

Come abbiamo già detto, in questo sainete è Don Miguel il personaggio italiano e nel suo modo di parlare ci sono aspetti del cocoliche: nelle parole, nei verbi, e nella grammatica. Per esempio:

– Don Miguel usa la parola “zorromaco,” che in cocoliche sta per corazón (cuore);

– Usa la parola “cazzotto,” una parola italiana, invece della parola spagnola (golpe);

– Lui dice: “¡Siete…lo animale più bruto che hai visto al mondo.” Un gioco linguistico con il numero “siete” (‘sette’ in spagnolo) e la forma “voi” del verbo italiano “essere”;

– Aggiunge la lettera “e” alla fine dei verbi per italianizzarli, come “hablare” (invece del verbo spagnolo “hablar”), “prevenire” (invece dello spagnolo “prevenir”), e “ire” (usato per “andare” invece dello spagnolo “ir”)6;

– Don Miguel, per l’appunto, utilizza nella stessa frase parole italiane e spagnole ad esempio: “Que lo hai visto”, “He llegado a la conclusione”, “ma como”, “io no me lo merezco” ecc…;

– Pronuncia esclamazioni come “Achidenti”.

L’importanza del Conventillo de la Paloma sta nel fatto che riflette gli archetipi della popolazione immigrata del XX secolo, con i loro idiomi, la loro dialettica, i loro usi e costumi e, quindi, le differenze che esistevano tra le culture, in modo divertente.7

Conclusione

Come è stato rilevato da tanti studiosi dei fenomeni migratori, in nessun luogo del continente americano gli italiani sono emigrati come in Argentina, dove hanno scelto di stabilirsi nonostante le condizioni disagiate e ostili nonché le situazioni economiche non sempre favorevoli. Non è un caso se ancora oggi almeno la metà dell’attuale popolazione di questo paese porta un cognome italiano. Infatti, l’Argentina è anche la nazione nella quale la cultura italiana si è maggiormente radicata, con una particolarità sconosciuta a tutti i movimenti migratori degli ultimi due secoli, a tal punto che l’italianità – che aveva messo in discussione l’identità nazionale argentina – è poi entrata a tutti gli effetti a far parte della cultura argentina.

Agli argentini va riconosciuto che essi non sono mai caduti nel rischio di considerare gli atti di devianza compiuti da cerchie ristrette di italiani, spesso oggetto di rappresentazione nel sainete, come il segno distintivo di una intera collettività. In questa realtà si conferma che il successo dei meccanismi di inclusione avviene grazie all’incontro di due volontà collettive, quella degli autoctoni e quella degli immigrati.

L’influenza esercitata dalla presenza italiana in Argentina è, dunque, ineguagliabile, non ha termini di paragone in nessun altro paese e l’italianità – non solo nell’ambito della lingua, grazie al cocoliche e al lunfardo, ma nell’indole, nel teatro, negli usi e costumi, nella cultura in generale – è percepibile in ogni parte del territorio argentino, a dimostrazione della possibilità di arricchimento culturale reciproco in contesto migratorio.

In conclusione, tenuto conto che in nessun posto gli italiani sono andati e sono rimasti come in Argentina, è possibile affermare che l’immigrazione italiana ha nel complesso forgiato l’identità culturale collettiva.

L’auspicio è, dunque, che questa esperienza insegni come le migrazioni abbiano avuto, hanno ed avranno sempre un ruolo fondamentale nello sviluppo dinamico e di rinnovamento dei paesi di accoglienza.

1 S. Scorcia, “L’influenza italiana sul teatro argentino. Gli immigranti italiani, il cocoliche, e il sainete”, The italian diaspora in south America, https://blogs.dickinson.edu

2 V. Blengino “Fra analogie e stereotipi: “rileggere” l’emigrazione italiana in Argentina”, Mundoclasico.com

3 D. Fedele, “L’Argentina degli italiani: viaggio tra cocoliche e lunfardo”, https://www.fhuc.unl.edu.ar

4 G. Fresu, “I migranti italiani nel teatro argentino parlavano cocoliche (mix di dialetti italiani e spagnolo)”, La macchina sognante, 31/12/2018, http://www.lamacchinasognante.com

5 Nello spagnolo rioplatense l’italiano viene chiamato colloquialmente tano.

6 S. Scorcia, “L’influenza italiana sul teatro argentino. Gli immigranti italiani, il cocoliche, e il sainete.”, The italian diaspora in south America, https://blogs.dickinson.edu

7 C. A. Accorinti, “El conventillo de la Paloma”, Espectáculos de acá, 10/04/2018, http://www.espectaculosdeaca.com


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