IL POST-LIBERALISMO

Il liberalismo? Roba da nostalgici. Da Rimini Patrick Deneen, Professore di Scienze Politiche all’Università di Notre Dame negli USA, dice apertamente che “quel mondo è finito”, troppe le contraddizioni interne economiche e culturali del sistema basato sull’economia globale, e soprattutto “troppo alti i costi sociali del neoliberalismo”.
Al meeting di quest’anno il programma è ricco di appuntamenti in cui si discute di come sia cambiato e stia cambiando il mondo sotto la spinta della tecnologia. E il tema del nuovo scenario geopolitico postliberale è all’ordine del giorno, spesso in maniera esplicita.

Di post-liberalismo si è parlato in un dibattito tra Deneen e Joseph Weiler, grande amico ed ospite fisso del Meeting, Senior Fellow della NYU Law School, Center for European studies at Harvard. A moderare il panel sul futuro del sistema liberale e sulla sua crisi che pare ormai irreversibile l’ottimo Mattia Ferraresi, giornalista del quotidiano Domani.
Ci sono due modi per affrontare il tema delle crisi del liberalismo, dice Ferraresi, il primo parte dall’economia e dalla politica, dalle disuguaglianze e dalla crisi della rappresentanza e della partecipazione. Il secondo invece, per certi aspetti più originale, si concentra sulle contraddizioni culturali profonde del pensiero liberale e della sua narrazione. Tra queste l’egemonia culturale del pensiero liberale negli anni che hanno seguito la caduta del muro, diventata la nuova ideologia nell’epoca della crisi di tutte le altre ideologie.

O l’idea che la buona amministrazione potesse sostituire la politica e la visione. Oggi invece il tema della politica torna al centro del dibattito e si riparla (finalmente!) della funzione dell’ideologia, della visione che sta dietro all’amministrazione e di narrazioni.
Se il sistema che ha retto più o meno bene in questi anni è entrato in una crisi irreversibile di fiducia, di credibilità e di senso, il tema diventa “cosa viene dopo” e dopo gli anni del mercato oggi al centro del dibattito ritorna “lo stato”, e la poilitica.
Dal punto di vista dei due cattolici Deneen e Weiler le contraddizioni culturali del sistema, sia nella versione soft, quella neo-liberale di Clinton, Blair e Obama, sia in quella più spinta, il turbo-liberalismo dei vari Reagan, Tatcher e dei due Bush sono quasi tutte negli eccessi dell’individualismo e nella perdita della comunità.

E sono la diretta conseguenza del successo del sistema liberale diventato egemonia culturale e di fatto “pensiero unico”.

Deneen è più radicale riconosce (e ci mancherebbe!) che il sistema liberale e l’idea del merito oltre che del bisogno (nell’ordine che si vuole, non è questo il punto), è sicuramente meglio di quello basato sull’eredità, ma il resto è un fallimento su tutta la linea ed una pagina della storia da dimenticare.
Joseph Weiler è più moderato nelle sue critiche. Anche Weiler è convinto che la crisi del sistema occidentale e neoliberale sia prima culturale poi politica ed economica. Ma il suo è un approccio “riformista” ed “ottimista”, per Weiler si può salvare il pensiero liberale riformandolo, dandogli senso e lavorando sulle contraddizioni e gli effetti collaterali generati dal suo successo.

Chi è Patrick Deneen.

Una piccola digressione. Ammette Deneen che lui cattolico irlandese discendente da una famiglia povera nel secolo scorso avrebbe probabilmente seguito le orme dei padri ed avrebbe “coltivato patate in Irlanda”, invece fa il professore in America, ma, insiste “I costi sociali del sistema neoliberale sono altissimi, e a pagarli è la famiglia, la comunità e la religione”
Deneen del resto è diventato famoso nel 2018, col bestseller Why Liberalism Failed “Perché il liberalismo ha fallito” (consigliato Obama), dove argomentava che l’eccessivo focus su individualismo, secolarismo e libero mercato hanno eroso i legami comunitari della vita americana. Poi cinque anni dopo, a pandemia conclusa con «Regime Change», altro grande successo, ipotizza una rivoluzione «pacifica» verso «un ordine post-liberale», il cambio di regime appunto.

Si considera di sinistra, facendo notare che è la sinistra e la sua natura ad essere cambiata, non le sue idee. Ad un intervista al Corriere di un anni fa dichiarò che “La famiglia e la religione avevano un ruolo nel combattere la crisi e la rarefazione delle relazioni umane e la tendenza liberale a un crescente individualismo. Ma la sinistra ha portato avanti forme estreme di liberazione personale, e oggi sono più a mio agio nel definirmi conservatore”. E nonostante la sua critica al neoliberalismo nasce nella tradizione della sinistra, piace molto ai repubblicani tradizionalisti dell’America profonda e ovviamente ai cattolici più conservatori.
Insomma un’irlandese americano tosto, che sfugge alle etichette, e da seguire, tanto è vero che piace ai Dem ed è amico di Vance fin da tempi non sospetti. Viene quasi in mente “Impero” di Tony Negri, ma in salsa cattolica.

Weiler “il nostalgico”

Joseph Weiler, è decisamente più “moderato”, o forse come dice lo stesso Deneen, più nostalgico del tempo liberale che è stato.

Se a sentire Deneen sembra di leggere Tony Negri, Weiler invece è un grande interprete del pensiero del miglior Ratzinger, il papa teologo che tentò con un certo successo di conciliare la libertà con la fede, i due opposti che travagliano la dottrina cattolica dai tempi degli illuministi e della Rivoluzione Francese.

Per Weiler valori fondanti della civiltà occidentale devono andare oltre la democrazia, la difesa dei diritti umani e lo Stato di diritto, perché questi “principi fondanti” non hanno in sé un senso o una direzione, sono “aridi”, e vanno “riempiti”. Anche in questo caso, l’amministrazione deve essere lo strumento della politica e la politica guidata da visioni e principi. Insomma un lavoro complicato di riattribuzione di senso, che passa anche e soprattutto dal decidere qual’è la direzione e quali devono essere i limiti dell’innovazione e della tecnologia.

Colpisce la diversità dei due scienziati politici americani. Radicale Deneen, “moderato” Weiler. Il secondo forse sarà meno affascinante ma almeno prova a capire a come non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Il primo oltre all’analisi non convince nella proposta a meno che davvero esista la possibilità di “una rivoluzione pacifica” in cui tutti decidano pacificamente di perdere o di restituire qualcosa.

Il cosa viene dopo quindi resta un salvifico punto interrogativo, che dipende da noi per fortuna, a patto che ci sia chiaro che ogni innovazione è prima di tutto culturale poi tecnologica e infine economica. Su questo, e sul fatto che i costi del liberalismo restino altissimi, siamo credo tutti d’accordo. Con ottimismo forse eccessivo credo però che senza grande fatica potremmo essere d’accordo anche sul fatto che questa grande crisi di senso sia una straordinaria opportunità per riumanizzare il sistema, facendo leva sul dialogo e sulla relazione. E forse l’unica rivoluzione possibile passa da questa “riumanizzazione” …