IL NEGOZIO DI MIO ZIO

di Beppe Attene

Mio zio, il fratello di mia nonna, aveva un negozio di alimentari a Cuglieri, il piccolo paese sardo da cui proveniamo.

Quasi tutto ciò che vendeva era sfuso. Pasta, zucchero, farina: tutto stava in cassetti che venivano aperti in seguito alla richiesta e a cui si prelevava quanto necessario al cliente.

Ognuno dei clienti aveva un piccolo quadernetto in cui veniva segnato quanto prelevato e il suo costo. A fine mese, all’arrivo della pensione o dello stipendio, si faceva la somma e si pagava. E poi via di nuovo così.

Le merci da vendere arrivavano in negozio tramite dei cosidetti “rappresentanti” i quali le portavano nei loro furgoncini e negoziavano con mio zio quantità, prezzo e condizioni di vendita.

Insomma, zio Albino conosceva, e memorizzava sui quadernetti, desideri, potenzialità finanziarie e propensione al consumo di tutti gli abitanti del paese o almeno dei suoi clienti.

Trasferiva questi fattori nelle trattative con i rappresentanti, spesso spiegando loro perché quel prodotto non fosse più desiderato nella fascia di consumo di suo riferimento.

Si presupponeva, immagino, che quegli stessi venditori viaggianti facessero lo stesso con i grossisti i quali, a loro volta, riportavano le domande e le perplessità alle Società di produzione.

Diciamo che si aveva l’impressione che il consumo determinasse l’offerta e non il contrario: tema sul quale le dottrine economiche si sono interrogate dagli albori del capitalismo in poi.

Si dirà che in fondo non è cambiato molto.

Prima era mio zio a sapere tutto dei suoi clienti e adesso è un algoritmo che raccoglie e centralizza tutto quel che ognuno di noi compra rappresentandolo attraverso una tesserina con il marchio del punto vendita.

Prima era mio zio a fidelizzare i clienti con il pagamento a fine mese e adesso è il simpatico algoritmo che ci assegna i punteggi e ci offre uno sconto per il prossimo acquisto.

L’unica differenza sembra essere nella quantità di riferimento.

Prima si trattava di qualche centinaio di persone mentre ora si tratta potenzialmente della intera Umanità.

La appartenenza sancita dalla “concessione” della tessera sarà valida e riconosciuta in qualunque luogo e momento: purché, ovviamente, la si confermi recandosi a comprare nella stessa catena.

A questo punto, di conseguenza, la funzione di mediazione verso le esigenze del mercato di consumo si trasferisce dal punto vendita alla struttura commercial – distributiva.

Inevitabilmente essa si trova spinta a vendere non tanto il prodotto finale al consumatore finale ma piuttosto lo spazio di esposizione e di contatto al produttore iniziale.

La trattativa su tale vendita può naturalmente avvenire in forma esplicita, tramite l’affitto contrattualizzato degli spazi di esposizione, o piuttosto tramite una transazione sul costo iniziale del prodotto in riferimento al successivo costo di vendita al pubblico.

Detto più semplicemente: o tu produttore mi paghi l’affitto dello spazio che ti metto a disposizione oppure dobbiamo concordare a quanto mi cedi il tuo prodotto alla luce del prezzo di vendita finale.

En passant, si tratta di una metodologia operativa che ormai si estende largamente al di là dei supermercati e dei generi alimentari.

Tutti noi finiamo per accettare abbastanza supinamente questa condizione, ma forse occorrerebbe anche considerare che essa comporta una assai più profonda modifica del nostro sistema di valori.

La differenza fondante fra la società capitalistica e la sua antecedente feudale consta in un realistico principio di libertà.

Non essendo più la Terra considerata proprietà del Signore e Creatore, essa non viene più concessa in affidamento (per il tramite della Chiesa di Roma) a un uomo, chiamato Imperatore, che ne concede successivamente l’uso ai suoi sottostanti.

La proprietà è libera e legittima. Le merci si muovono liberamente sul territorio e gli uomini sono liberi, se dispongono del denaro necessario, di acquisirle e utilizzarle.

Certo, ci sono i poveri e gli sfruttati ma è la vita ragazzi!

Nessuno vieterà mai teoricamente a nessuno il diritto di acquisire qualcosa; anzi, alcune importanti religioni leggono nell’arricchimento individuale il segno di una anticipata benevolenza divina.

Adesso, di tutta evidenza, di quella splendida libertà di mercato non è rimasto praticamente più nulla.

Più della qualità della merce immessa sul mercato conta il controllo orizzontale dello stesso.

E, per rendere peggiori le  cose, il valore vero che viene prodotto sul mercato è la conoscenza delle propensioni al consumo di ciascun cittadino.

In sostanza, il povero quadernetto di zio Albino ha assunto oggi una dimensione cosmica diventando il vero oggetto di scambio sul mercato finanziarizzato.

È difficile sfuggire al sospetto che esso sia il vero obiettivo di qualunque investimento, anche per la possibilità di operare anche al di fuori dello stretto tessuto commerciale.

Penso sia capitato a tutti.

Mi informo sulle caratteristiche tecniche di una macchina fotografica, poiché la mia meravigliosa Nikon D80 è pesantissima nel nuovo contesto iperdigitalizzato e forse mi piacerebbe tornare a fotografare in serenità.

Da quel momento in poi sono invaso da proposte di acquisto di molte marche diverse che improvvisamente dominano i miei social e il mio telefonino.

Resisto per un paio di settimane e poi le macchine fotografiche scompaiono dal mio universo elettronico.

Qualcuno ha evidentemente ricavato un profitto dalla cessione di una mia momentanea propensione e, se poi non ho acquistato nulla, non è certo colpa sua.

Nell’insieme, a raccontarla così, non sembrerebbe nemmeno un dramma.

Solo per motivi affettivi si può rimpiangere la metodologia di vendita di mio zio. Essa, del resto, non è nemmeno presente alla immaginazione e alla fantasia delle generazioni successive alla mia.

Rimane, però, una grande domanda.

Con tutte le sue drammatiche contraddizioni il capitalismo otto – novecentesco costruì delle forme politico istituzionali che corrispondevano (o cercavano di corrispondere) a quella dinamica di libertà che il nuovo sistema orgogliosamente produceva.

Non stupisce che esse non siano adeguate alla nuova realtà che non possono rappresentare e governare.

Forse, mentre accettiamo passivamente di essere “venduti” nei nostri desideri e nelle nostre propensioni, dovremmo con decisione chiederci quale sarà il nostro ruolo da cittadini nel nuovo contesto.

Senza soffermarci a rimpiangere il quadernetto, naturalmente.


Commenti

3 risposte a “IL NEGOZIO DI MIO ZIO”

  1. Avatar Emidio Vizzarro
    Emidio Vizzarro

    E no! caro Beppe. In Italia nell’ambito della GDO opera un grande marchio diffuso su tutto il territorio italiano: la COOP. La card non da diritto alla scontistica in modo omogeneo in Italia. Ragion per cui la spesa che il consumatore effettua a Bolzano non da diritto allo sconto di cui “beneficia” quello di Firenze, Napoli o Roma. Questa anomalia nel panorama commerciale sembra che non interessi a nessuno. Ragion per cui questi “signori” possono continuare a fare il proprio comodo.

  2. Avatar Raffaele
    Raffaele

    Nonno Albino! Chissà se ancora ci sono da qualche parte quei quadernetti.

    Grazie per avermi fatto tornare alla mente ricordi di quando ero un piccolo bimbo che andava negli scalini del negozio in attesa di qualche caramella!

  3. Avatar Teresa
    Teresa

    I ricordi del passato sono la nostra storia,io adoro i vecchi ricordi tra cui
    Il quadernetto
    Mi ricorda mia madre, contraria mia zia d’accordo
    Oggi tutto è cambiato anche noi. Il futuro un enigma i giovani sono confusi
    Senza ricordi,poca famiglia fragili